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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

L'ex seminarista José Barba-Martin: "In Vaticano da 30 anni conoscono le nostre storie"

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Gennaio 2022
in Città del Vaticano
Reading Time: 3 mins read
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di Franca Giansoldati

CITTÀ DEL VATICANO – «In Vaticano continuano a dire bugie. Mi rincresce ripeterlo ma sono testimone del fatto che l’allora cardinale Ratzinger conosceva benissimo quello che a noi vittime di padre Maciel Marcial Degollado era accaduto già negli anni Novanta. Così come Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori a cominciare dall’allora segretario di Stato, cardinale Sodano. Le regole che applicava allora la Chiesa erano di spostare, coprire, insabbiare i pedofili. Delle vittime importava poco. Nel 1998 ho fatto avere alla Congregazione della Fede, allora guidata proprio da Ratzinger, un pacco di documenti, compreso prove registrate da un notaio. Insomma certificazioni. Le carte pesavano un chilo e mezzo, ancora me lo ricordo, perché per spedirle dal Messico le dovetti pesare. Posso provare quello che dico. E sempre nel 1998 parlammo con l’allora numero 3 della Congregazione implorando l’apertura di processo canonico (che non fu mai aperto)».

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José Barba-Martin parla da Città del Messico, oggi ha 82 anni, è un ex professore che ha insegnato ad Harvard. E’ stato un ex seminarista violentato per anni da padre Maciel, potentissimo fondatore dei Legionari di Cristo. «Era il Male assoluto quell’uomo». Documentare decenni di abusi sessuali e psicologici non è stato facile, né per lui, né per gli altri ex legionari che scoperchiarono la vita criminale del capo di uno degli ordini religiosi più potenti, amico personale di Wojtyla al quale mandava fiumi di denaro per la Polonia. Un violentatore seriale che non risparmiò nemmeno i figli avuti da una donna messicana alla quale fece credere di essere un agente della Cia sotto copertura. In Vaticano ebbe ottime coperture a suon di dollari.

PRASSI
Josè Barba Martin ripercorre gli ultimi fatti mettendo in evidenza che solo nel 2005 il cardinale Ratzinger fece fare una indagine. «C’era un evidente tappo più in alto. Giovanni Paolo II non volle fare nulla. Conservo ancora la ricevuta postale del 2002 relativa ad un plico di documenti consegnati al cardinale Stanislaw Dziwisz, nel Palazzo Apostolico. Altri documenti furono inoltrati dalla nostra avvocatessa. Sentire che l’allora Papa Giovanni Paolo II non ha mai saputo nulla, così come non sapeva nulla Ratzinger di quello che accadeva attorno lo ritengo una offesa assai dolorosa».

Davanti ai casi di pedofilia la Chiesa in passato preferiva guardare altrove calpestando le vittime. Vi è una lettera inviata nel 1982 da un vescovo americano, John Cummins, alla Congregazione della fede, per denunciare un prete della sua diocesi che aveva commesso abusi e che, di conseguenza, andava rimosso. Cummins ricevette una risposta solo tre anni dopo, il 6 novembre 1985. Portava la firma dell’allora Prefetto Ratzinger che lo informava che il tribunale non riteneva di rimuovere il prete nonostante gli argomenti presentati, che si riteneva necessario considerare il bene della Chiesa Universale, che occorreva più tempo per valutare. La lettera terminava con questa frase: «Nel frattempo l’eccellenza vostra non dovrà mancare di fornire al denunciante la maggior cura paterna possibile e spiegare allo stesso la logica di questo tribunale, che è abituato a procedere tenendo in considerazione il bene comune». La logica era chiara: prima si doveva proteggere l’istituzione. «Le vittime come me erano dei fantasmi».

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SANTITÀ
Il caso mostruoso di Maciel ciclicamente affiora e ancora oggi è soggetto ad una sorta di cortina fumogena poiché tira in ballo Wojtyla, nel frattempo proclamato santo da Papa Francesco forse troppo in fretta. Maciel fu punito ma in modo molto soft solo da Papa Benedetto XVI nel 2006. Visto che era ottantenne e malato non venne mai dimesso dallo stato clericale. Fu solo invitato a ritirarsi a vita privata e non fare celebrazioni in pubblico. Nel 2008 è morto in una clinica in Florida circondato da alcuni sacerdoti, dalla seconda moglie Norma e dalla figlia Normita. Il suo curriculum resta spaventosamente nero, una macchia notevole per la Chiesa. «Una sessantina di vittime accertate, tra cui io e gli altri miei compagni con i quali intraprendemmo questa dolorosa operazione verità negli anni Novanta».

https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_pedofilia_chiesa_ratzinger_sapeva_jose_barba_martin_messico_news_cosa_e_successo-6455022.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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