“IL CASO SPOTLIGHT”: CI SONO STORIE CHE HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LE RACCONTI

La pellicola racconta l’indagine svolta dalla squadra giornalistica “Spotlight” del Boston Globe sugli abusi sessuali di oltre settanta sacerdoti della Arciodiocesi di Boston ai danni di minori. L’autorità ecclesiastica cercò di insabbiare il caso, ma la squadra investigativa del giornale è stata più che mai determinata nel portare alla luce la verità, che è sempre stata ignorata dai media. Il team, pur tenendo conto del rischio di mettersi contro la Chiesa Cattolica, che ha protetto e coperto preti pedofili, decise di andare a fondo alla vicenda. Un’inchiesta talmente importante da ricevere il Premio Pulitzer, e che lascia una lezione del miglior giornalismo possibile. Un’immagine vera del giornalismo, che rispetta i principi e quindi coltiva e difende il diritto di informazione di tutti i cittadini, e che tutela la verità, con la maggiore accuratezza possibile.

Il film ha il potere di portare all’attenzione tematiche forti e vere: gli abusi da parte del clero sono un argomento molto attuale, non sempre vicino all’interesse dell’opinione pubblica. La più importante conseguenza degli scandali è la perdita di credibilità della Chiesa Cattolica per quanto riguarda le norme morali, dal momento che non si è solo di fronte a degli abusi, ma perfino al loro occultamento da parte delle autorità, che in molti casi hanno fatto poco e niente per proteggere le vittime.

“Non ne ho tratto nessun piacere”, dice un prete commentando uno degli abusi commessi, come se questa ammissione possa attenuare la colpevolezza. “Il caso Spotlight” non tentenna e non si piega mai di fronte ad un nemico dapprima invisibile: la pellicola respinge ogni sentimentalismo e si immerge in un’investigazione condotta da giornalisti che lottano con coraggio contro una dilagante omertà. Il film può essere vista come una sorta di remake di “Tutti gli uomini del presidente”: la Chiesa e il Governo sono avversari intercambiabili, ciò che conta è la lotta condotta dai giornalisti contro le istituzioni che smettono di lavorare per proteggere i cittadini e pensano solo ai propri interessi.

“Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, non cedendo a trappole facili. La più facile è il Potere. Perché il Potere corrompe, il Potere ti fagocita, il Potere ti tira dentro di sè! Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “Tu” al Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo”, ha detto Tiziano Terzani. È paradossale come definisca il suo impegno in questa professione come una “missione religiosa”, ed è proprio l’autorità ecclesiastica a sconvolgere per la sua amoralità ne “Il caso Spotlight”.

“IL CASO SPOTLIGHT”: CI SONO STORIE CHE HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LE RACCONTI