«È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»

“il manifesto” – Luca Kocci

«Si tratta di un primo passo concreto. È ancora insufficiente, ma un buon punto di partenza tangibile».

È il commento alla decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di violenza, abuso sessuale sui minori e pedopornografia di Francesco Zanardi, presidente della rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole ma diversi reati sono caduti in prescrizione, grazie alle complici omissioni del proprio vescovo che lo ha protetto per anni.

«Quando a maggio uscì l’ultimo documento pontificio sulla pedofilia del clero, il motu proprio “Vos estis lux mundi” – spiega al manifesto Zanardi –, io fui molto critico nei confronti di papa Francesco, perché si faceva ancora riferimento al segreto pontificio, e quindi nessun documento poteva essere trasmesso ai magistrati che lo richiedevano».

Ed ora?

«Ora questo ostacolo effettivamente è stato superato, quindi lo consideriamo un fatto positivo. Del resto l’abolizione del segreto pontificio è una delle cose che avevamo chiesto espressamente alla Santa sede, insieme alle altre associazioni internazionali delle vittime».

Resta il fatto che il Vaticano e le diocesi consegnano i documenti solo se qualche magistrato glieli chiede, ma non sono obbligati a farlo…

«È vero. Questo è ancora un passaggio mancante. Ma di chi è la mancanza? Non solo della Santa sede, ma anche dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla Chiesa. In Svizzera e in Francia, per esempio, l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato. In Italia no. E questa è una grave lacuna».

Quali misure mancano ancora per un efficace contrasto alla pedofilia del clero?

«Appunto innanzitutto l’obbligo della denuncia dei preti pedofili alla magistratura. Ovvero che un vescovo o un superiore religioso, appena abbia notizia di un prete pedofilo nella sua diocesi o nella sua congregazione, non lo protegga, ma sia obbligato a denunciarlo immediatamente. E poi l’impegno a prendersi cura delle vittime in maniera concreta».

Cosa significa prendersi cura delle vittime?

«Significa per esempio intervenire presto con degli indennizzi adeguati. Voglio ricordare che stiamo parlando di uomini e donne che vivono delle vite sfasciate a causa delle violenze subite, che soffrono di gravi problematiche psico-somatiche, che hanno la necessità di fare lunghissimi percorsi di cura e riabilitazione, che non riescono a trovare un lavoro perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere».

Si tratta tuttavia di misure che intervengono dopo che abusi e violenze sono state commesse e agiscono poco sulla prevenzione…

«È vero. Ma l’obbligo di denuncia potrebbe avere anche una funzione preventiva. Mi spiego. Noi chiediamo, e lo abbiamo fatto anche in Parlamento, un certificato antipedofilia anche per i preti, per esempio per un nuovo parroco che arriva o viene trasferito in una parrocchia. Il certificato antipedofilia si produce al casellario giudiziario. Ma se non vi è denuncia, perché non è obbligatoria, il certificato viene rilasciato tranquillamente, perché nulla risulta agli atti. Con l’obbligo di denuncia, invece, questo non sarebbe più possibile. Sarebbe la chiusura del cerchio. La chiusura del cerchio della giustizia, che non può essere amministrata solo dalla Chiesa. La Chiesa può occuparsi del peccato morale, non dei reati».

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