«Il resto è sopravvivere»

Il Concordato permette l’impunità dei preti responsabili di violenza su minori. Per questo va abolito. È l’auspicio del Comitato Onu dei diritti dell’infanzia che ha investigato sul modo in cui l’Italia tutela l’incolumità dei bambini, recependo le denunce di Rete L’Abuso
di Federico Tulli

All’età di 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia. Costretto psicologicamente, “intrappolato” dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo. A 15 anni ho trovato la forza di ribellarmi a questi soprusi. Successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco. Paure e fobie che non mi hanno più abbandonato, limitandomi così nel tempo sempre più la vita al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale. Non vi è null’altro da dire, solo che la mia vita è finita a 15 anni. Il resto è sopravvivere».

Sono le parole della vittima di un pedofilo sacerdote (che ha chiesto l’anonimato e chiameremo Andrea), che grazie all’associazione Rete L’Abuso possiamo pubblicare. Oltre quanto appena letto, veniamo a sapere che quando Andrea ha trovato l’energia per denunciare alla magistratura civile le violenze subite era ormai troppo tardi: reato prescritto. Il suo presunto violentatore ha potuto dunque proseguire indisturbato l’attività sacerdotale e oggi, a differenza della vittima, passa in serenità la vecchiaia presso una sede ligure della Congregazione a cui appartiene.

La storia di Andrea purtroppo è simile a quella di tanti altri “sopravvissuti”. Frequentare l’oratorio, la parrocchia, il catechismo può diventare improvvisamente una trappola senza via di scampo con delle conseguenze devastanti a livello psicologico e nella vita di tutti i giorni. E non tutti riescono a recuperare la forza necessaria per denunciare l’educatore a cui sono stati affidati dai propri genitori. In tanti non ce la faranno mai nel corso della vita, altri ci riescono quando ormai – per le leggi vigenti – è passato troppo tempo. Come da sempre raccontiamo su Left, così accade in tutto il mondo dove le istituzioni cattoliche sono presenti. In Italia, negli ultimi 15 anni, sono state circa 300 le denunce per pedofilia nei confronti di ecclesiastici, quasi 140 di loro sono finiti sotto processo e circa 80 sono stati condannati almeno in primo grado. Considerando che la popolazione ecclesiastica italiana è di oltre 30mila persone si potrebbe pensare che diversamente da altri Paesi – come gli Stati Uniti o l’Irlanda – la situazione sia tutto sommato sotto controllo. Ma stando a quello che nell’agosto 2018 ha dichiarato padre Hans Zollner all’agenzia dei vescovi Sir, purtroppo le cose non stanno così. «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (negli Usa, ndr), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso» ha detto Zollner che non è un prete qualunque ma è membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection (Ccp) della Pontificia università gregoriana (vedi box a pag. 11).

Una dichiarazione dal significato inquietante che già allora non era sfuggita al nostro settimanale, eppure è stata inspiegabilmente ignorata dagli altri media italiani che in questo modo – non raccontando – contribuiscono a radicare presso l’opinione pubblica una falsa percezione del fenomeno criminale della pedofilia di matrice ecclesiastica. Prendendo per buone le percentuali paventate dal presidente della Ccp, vorrebbe infatti dire che in Italia non 80 ma almeno 1.200 preti potrebbero esser stati responsabili di abusi su minori nel recente passato. Fermo restando che anche solo una violenza è intollerabile, si tratterebbe di un’orrenda enormità. Soprattutto se si considera che, per certi aspetti, il profilo criminale del pedofilo è equiparabile a quello del serial killer: egli infatti, in estrema sintesi, organizza lucidamente la propria vita sociale in funzione della “caccia”, sceglie professioni che lo portano facilmente a contatto con i bambini, e non si ferma finché non viene arrestato e isolato; infine, non meno importante, «considerando le conseguenze sulle vittime, l’abuso si configura come un vero e proprio omicidio psichico» ci spiega la pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti.

Come quello descritto nelle parole di Andrea con cui si apre la nostra inchiesta. A proposito della serialità, basti qui citare velocemente i casi di padre Lawrence Murphy negli Usa, reo confesso di abusi su oltre duecento minori sordomuti, e quello del parroco don Lelio Cantini, che a Firenze agì impunemente all’interno della sua comunità per oltre un ventennio. E che dire di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo e violentatore seriale per decenni “protetto” da Giovanni Paolo II? Tutti sono morti nel monastero dove erano stati inviati dal Vaticano a espiare i propri “peccati”, senza aver mai affrontato un giudizio civile. Come il violentatore di Andrea.

Se i media sono rimasti indifferenti, l’allarme di Hans Zollner avrà per lo meno suscitato l’attenzione delle nostre istituzioni preposte a prevenire certi crimini e a tutelare l’incolumità dei minori? E ancora, cosa fanno le autorità italiane per evitare che luoghi considerati “istintivamente” sicuri diventino invece una fonte di pericolo? L’occasione per rispondere a queste domande è stata data al governo italiano il 22-23 gennaio scorso a Ginevra dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma anche in questo caso il silenzio mediatico è calato sulla relazione dell’agenzia Onu incaricata di verificare se e in che modo l’Italia rispetti la Convenzione per i diritti dell’infanzia ratificata nel 1989. In particolare il nostro governo è stato chiamato a rispondere di pesanti accuse di negligenza nella gestione, prevenzione, controllo e giudizio in particolare dei casi di pedofilia clericale, mosse dall’associazione di vittime Rete L’Abuso. Tutto è iniziato lo scorso giugno dopo un incontro a Ginevra con il funzionario dell’Alto commissariato per i Diritti umani, Gianni Magazzeni, al quale ha partecipato anche l’associazione internazionale Eca global (presente in 18 Paesi e 4 continenti, di cui la Rete L’Abuso è uno dei membri fondatori). A supporto della propria denuncia, l’associazione italiana rappresentata dal presidente Francesco Zanardi e coadiuvata dall’avvocato Mario Caligiuri, ha presentato una imponente documentazione sulle gravi lacune che di fatto in Italia permettono l’impunità dei membri del clero. Vale la pena di sottolineare che gli emissari del governo di fronte alle domande e alle sollecitazioni degli investigatori di Ginevra hanno in pratica fatto un’imbarazzante scena muta.

Arrivando a trincerarsi dietro la scusa di non essere dei tecnici. E non sono stati nemmeno in grado di sfruttare le ulteriori 48 ore di tempo concesse loro per rispondere in maniera non superficiale. Risultato? Basti qui citare l’incipit delle Conclusioni del comitato delle Nazioni Unite per farsi un’idea:

«Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e azioni penali da parte della magistratura italiana»

(il Report dell’Onu è stato reso noto il 7 febbraio scorso, nel box a pag. 12 pubblichiamo una sintesi significativa). Abbiamo chiesto all’avvocato Caligiuri dove secondo lui bisognerebbe intervenire affinché anche nel nostro Paese cessi l’impunità degli ecclesiastici di fatto fino a oggi soggetti solo alle blande leggi vaticane sebbene i crimini siano compiuti sul territorio italiano.

Leggi della Chiesa che come tali – va ricordato – si fondano sull’idea (inaccettabile) che lo stupro di un minore sia un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio (e se avvenuto nell’ambito della confessione, si tratta di un’offesa al Sacramento!) e che nella pratica si traducono in una totale assenza di prevenzione e in una sanzione che consiste in un periodo di espiazione, preghiera e penitenza in strutture “protette” da sguardi indiscreti e senza alcun controllo (v. Left del 9 novembre 2018). Perché per la Chiesa tutti in fondo sono peccatori, vittime comprese che non di rado finiscono per essere considerate responsabili della tentazione diabolica in cui è caduto il “sant’uomo”: il prete violentatore.

La segretezza innanzi tutto, così i vescovi possono insabbiare le denunce Dal punto di vista giuridico, «alla radice di tutto ci sono i Patti lateranensi» spiega Caligiuri, ricordando che il Concordato con la Santa sede è un prodotto del regime fascista, benché lo si ritrovi incorporato nell’articolo 7 della Costituzione. «Il Concordato va abrogato – prosegue l’avvocato – e le ragioni per abrogarlo, direi con urgenza, come ripetutamente manifestato nelle campagne di sensibilizzazione della Rete l’Abuso e nei report inviati a Ginevra, vanno individuate quantomeno nelle parti che limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana con il rischio di impedire l’esercizio dell’azione penale nei confronti dei preti sospettati di pedofilia e dei loro “superiori” (i vescovi, ndr) che potrebbero averli favoriti insabbiando le segnalazioni o trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentendo loro di rimanere in contatto con minori e di poter ripetere l’abuso».

Cosa succederebbe se il Concordato venisse abrogato o quanto meno rivisto come auspica anche l’Onu? «La Chiesa, qualora condividesse questa scelta di civiltà con lo Stato italiano, imposta da un’emergenza epocale, farebbe buona prassi concreta della tolleranza zero invocata da papa Francesco, ed il governo in carica concretizzerebbe efficacemente su questo versante l’obiettivo “sicurezza”, preoccupandosi seriamente della incolumità psicofisica dei bambini e delle bambine alla mercé di criminali seriali nelle parrocchie, negli oratori, nei centri sportivi, nelle scuole ecc…».

Caligiuri auspica quindi una sorta di un svolta culturale, a partire dal fatto che la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida antipedofilia non impone ai vescovi la denuncia alla magistratura laica di un crimine grave come la pedofilia. A tal proposito l’avvocato punta il dito contro l’articolo 4 del Nuovo concordato (rinnovato da Craxi nel 1984) in cui si prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità civile «informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Lo Stato italiano è quindi formalmente d’accordo nel tutelare il segreto e, di conseguenza, la facoltà per gli ecclesiastici di astenersi dal fornire informazioni.

La violenza su un bambino è considerata dal Vaticano un delitto contro la morale Poiché questo si combina con il segreto pontificio che grava sugli eventuali procedimenti giudiziari della Santa sede nei confronti di preti pedofili, il risultato è devastante: in caso di condanna del tribunale ecclesiastico, una volta scontata la “pena” in un luogo protetto, se la Chiesa ritiene che vi siano i presupposti, il sacerdote può tornare a esercitare senza che nessuno – a partire dai parrocchiani, adulti e non, fino all’autorità civile – sia a conoscenza di quanto accaduto. Con rischi dolorosamente e facilmente immaginabili per i minori che ignari orbitano nella nuova parrocchia (basti qui citare il caso di G. Trotta di cui abbiamo parlato su Left del 9 dicembre 2017). Quindi, da un lato del Tevere segretezza e assenza totale di trasparenza, dall’altro invece, in relazione all’art. 4 – sempre nel Concordato – «la Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici».

Due pesi e due misure, con in mezzo l’incolumità dei bambini. «Questa prassi – osserva Caligiuri – sostanzia non solo un’impressionante visione del mondo, ma rappresenta un sabotaggio agito in senso anticostituzionale al rispetto dell’esercizio dell’azione penale e al principio di uguaglianza, oltre a minare le garanzie poste a fondamento della tutela del minore. Un principio fondamentale, affermato da giurisprudenza consolidata, è quello secondo il quale ogni volta che è in causa la situazione di un minore, deve prevalere il suo interesse superiore (best interest of the child).

Nulla quindi può giustificare l’assenza di provvedimenti che potrebbero incidere profondamente, in senso migliorativo o protettivo, sulla vita stessa del minore. Ciò che suscita sconcerto – conclude Caligiuri – è che l’informazione su questa inaccettabile realtà risulti ancora assai limitata, o fuorviante». Dal 1996 in poi l’Italia ha fatto molto in termini di tutela dei minori. Resta da indurre la Chiesa a collaborare Alla luce di quanto detto fin qui, è lecito parlare di “complicità” dei due Stati nel non voler affrontare adeguatamente il crimine della pedofilia? «Da un punto di vista normativo gli ultimi 20 anni in Italia sono stati caratterizzati da interventi adeguati rispetto a queste problematiche» osserva la magistrata Lucia Russo, procuratore aggiunto a Bologna che abbiamo incontrato a Novellara (RE) nell’ambito della manifestazione Nomadincontro 2019 dove è stata premiata per la sua attività in difesa dei diritti e dell’incolumità dei minori. «Dal 1996 – prosegue Russo – abbiamo la nuova legge sulla violenza sessuale, dal 1998 abbiamo leggi che riguardano la pedopornografia che sono state rinnovate nel 2006 e nel 2012».

Quest’ultima in attuazione della Convenzione di Lanzarote sulla protezione dei minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali. Se è vero, dice la magistrata, che fino a 20 anni fa la situazione era tragica e non solo perché i reati sessuali avevano una collocazione sistematica nell’ambito dei reati contro la moralità pubblica e il buon costume, è anche vero che da allora sono stati fatti passi in avanti: «Questo non vuol dire che oggi la situazione sia rassicurante. La pedofilia è un fenomeno drammatico, che attraversa tutta la società, tutte le confessioni. Il problema è capire come fare per avere anzitutto l’emersione di questi fenomeni, perché quando le denunce arrivano all’autorità giudiziaria, questa si muove e con strumenti investigativi efficaci».

Il problema è che all’autorità giudiziaria queste denunce arrivano poco e a volte male o molto in ritardo. Russo porta quindi l’esempio della denuncia nei confronti di un missionario italiano che per anni ha compiuto abusi in Nicaragua. «Non appena la segnalazione è giunta al nostro ufficio ci siamo attivati. Venendo poi a sapere che in Vaticano già dieci anni prima era nota l’attività criminale del sacerdote ma ciò non aveva portato assolutamente a nulla. Quindi se quella segnalazione fosse arrivata a noi per tempo, molto probabilmente sarebbero stati risparmiati a tanti bambini dieci anni di abusi». Il primo problema è dunque come far arrivare le denunce all’autorità giudiziaria.

L’altra questione è come collaborare con la Santa sede. «È un dato di fatto che oggi tutte le autorità giudiziarie anche sovranazionali sono caratterizzate da rapporti di collaborazioni molto intensi e proficui anche alla luce di una serie di convenzioni internazionali molto recenti» sottolinea Lucia Russo e aggiunge: «Devo dire che non soltanto in tutta la mia carriera non ho mai ricevuto la denuncia di un vescovo per fatti di pedofilia all’interno della Chiesa, ma non ho neanche mai ricevuto gli atti né ho notizia che gli atti che riguardano il processo istruito parallelamente dalla Chiesa – che abbia portato ad esempio alla riduzione allo stato laicale – siano già stati trasmessi all’autorità giudiziaria ordinaria per le valutazioni di competenza». Addirittura si discute da tempo se a carico degli ecclesiastici esista un dovere di testimonianza oppure no. «Discutono soprattutto loro perché in realtà da noi la Cassazione ha dato delle risposte abbastanza precise e cioè che è un dovere che esiste certamente.

Ci sono dei limiti dati dal sigillo sacramentale: non possiamo costringere nessun sacerdote a rivelare cosa è stato detto (o fatto, ndr) nel corso della Confessione. Però è anche vero che se durante l’attività sociale un sacerdote si accorge che sono accaduti fatti gravi o riceve delle confidenze, non c’è dubbio che abbia un obbligo di testimonianza. Mentre al contrario nelle linee guida della Cei addirittura si nega che ci sia un dovere di testimonianza in questo senso. Da un punto di vista normativo italiano, dunque, gravi lacune non ce ne sono. Penso che il problema serio e importante sia quello di incentivare le autorità ecclesiastiche a rapporti di collaborazione con la magistratura ordinaria».

L’impunità dei preti non può essere un dogma E qui si torna ai paletti che sono nel Concordato. «Deve ammettersi – osserva l’avvocato Caligiuri – che appare questo uno dei nodi fondamentali da sciogliere, trattandosi, in buona sostanza, di un accordo politico intercorso tra Città del Vaticano e la Repubblica italiana, dunque modificabile dalle due Parti senza che ciò richieda procedimenti di revisione costituzionale». Occorre dunque una volontà politica che al momento evidentemente non c’è, da ambo le parti.

E il pericolo rappresentato dai preti pedofili resta più che reale. «Rispetto a un delitto gravissimo e incredibilmente diffuso, così lesivo della realtà fisica e psichica dei minori – spiega in conclusione la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti – non si può rivendicare una extraterritorialità o il diritto di difendere la sacralità, cioè la natura specifica, della dottrina che di fatto garantisce uno statuto speciale per i suoi ministri. I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali».

Per la parte dell’intervento della d.sa Russo ha collaborato Emanuela Provera, co-autrice del libro Giustizia divina (Chiarelettere)

Da LEFT del 22 febbraio 2019 http://www.left.it/

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