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BEFFA VATICANA – La vittima di abusi che accusa Delpini mandata da Bassetti a parlare con lui

Redazione WebNews by Redazione WebNews
4 Marzo 2019
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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Decisione beffa della Cei dopo i propositi del summit vaticano anti pedofilia. Rete l’Abuso chiede di punire l’arcivescovo per il caso don Galli. La Chiesa li farà ricevere dal comitato in cui c’è pure il legale della diocesi

di Giorgio Gandola

A pochi giorni dai buoni propositi usciti dal summit vaticano anti pedofilia, per le vittime è già arrivata la beffa. La Rete l’Abuso, che chiede provvedimenti contro l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, per la gestione del caso del prete molestatore don Galli ha ricevuto una risposta dalla Cei. L’associazione dovrà rivolgersi alla commissione istituita dallo stesso Delpini e nella quale c’è anche l’avvocato che difese il sacerdote condannato.

L’appello: “Chiediamo soltanto giustizia”. La risposta: “Avete diritto alla giustizia”. In teoria c’è unità d’intenti, anzi una consonanza totale fra vittime dei preti pedofili e l’istituzione ecclesiastica incarnata dal suo rappresentante più alto, l’uomo più vicino a Dio, vale a dire il Papa. E questo connubio finalmente saldato dall’abbraccio cercato e voluto dalla Chiesa dovrebbe essere ancora più forte dopo il summit mondiale tenutosi in Vaticano la scorsa settimana (titolo “La protezione dei minori nella Chiesa”), presieduto dal Pontefice in persona e organizzato per dare un segnale concreto contro la piaga che più imbarazza il cattolicesimo del terzo millennio.

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Rompere il codice del silenzio, illuminare penombre purtroppo abituali: ecco le priorità indicate dal Pontefice e dai suoi fedelissimi per “far sì che i crimini non si ripetano e i luoghi della Chiesa siano sicuri per i minori”, come ha sottolineato con sincera enfasi Francesco nel discorso finale, annunciando un altro motu proprio dopo quello dal titolo “Come una madre amorevole”, per codificare meglio la prevenzione e il contrasto agli abusi. Questo in linea di principio, ma per comprendere che la realtà rimane altra cosa rispetto alle buone intenzioni e che (parafrasando un motto di Anton Cechov) “Mosca è lontana”, basta leggere una lettera.

Ha l’intestazione della Conferenza episcopale italiana, è firmata dal presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, ed è datata 21 febbraio, giorno d’inizio del summit mondiale antipedofilia a Roma. Con la missiva, il numero uno dei vescovi risponde alla richiesta di ascolto delle vittime da parte dell’associazione Rete l’Abuso, che riporta come esempio di omertà e di cattiva applicazione dei dettami papali (già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI stigmatizzarono l’insabbiamento e l’omissione) il comportamento dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, nella gestione del caso di abuso sessuale sul giovane Alessandro Battaglia.

Il ragazzo, che al tempo dei fatti aveva 15 anni, nel dicembre 2011 fu invitato a “dormire nel lettone” da un sacerdote, don Mauro Galli, condannato per ciò che accadde quella notte a 6 anni e 8 mesi in primo grado dal tribunale di Milano. E i due alti prelati (allora vicario episcopale e responsabile dei giovani sacerdoti) si limitarono a trasferirlo dall’oratorio di Rozzano a quello di Legnano, sempre a contatto con adolescenti. Non aprirono l’indagine previa (prevista dal diritto canonico) fino a quando la famiglia, scossa dagli scompensi psicologici del ragazzo e dalle melliflue risposte dell’arcidiocesi alla quale da ferventi cattolici si erano affidati, non decise di varcare la soglia di una stazione dei carabinieri per la denuncia penale.

Ebbene, cosa risponde il cardinal Bassetti alle vittime degli abusi, quindi anche a questi genitori che chiedono giustizia con l’apertura di un procedimento che chiarisca quei fatti, con il coinvolgimento del massimo rappresentante della Chiesa meneghina? “Abbiamo proposto a tutti i vescovi italiani di ascoltare le vittime che si presentassero, con calma ed empatia, per rendersi conto della profondità delle ferite, dell’umiliazione, della vergogna, del senso di colpa, della repulsione verso la vita”.

Il presidente dei vescovi rimanda dunque alla commissione di esperti diocesana per la tutela dei minori. A Milano c’è, è stata istituita proprio dall’arcivescovo Delpini all’inizio di febbraio con presidente il vicario generale, monsignor Franco Maria Agnesi, ed è composta da dodici membri come gli apostoli, nove sacerdoti e tre laici. Il paradosso sta nell’indirizzare le vittime verso un consesso di persone incaricate da colui che non applicando la “tolleranza zero” si attirò le critiche del suo predecessore, Angelo Scola. E, come sottolinea Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso, “dovrebbe per questo essere rimosso”.

Ma c’è un ulteriore motivo di imbarazzo. Nella commissione siede il professor Mario Zanchetti, principe del foro di Milano, da 15 anni legale ufficiale dell’arcidiocesi, che nel recente processo per abusi difendeva don Galli. C’è qualcosa di surreale in tutto questo, un corto circuito che lascia esterrefatti. E come puntualizza un parente della vittima: “Dovremmo chiedere all’avvocato Zanchetti, che nel processo rappresenta la controparte e difendeva un prete pedofilo, di impegnarsi a far avere la verità al Papa sul coinvolgimento di Delpini e Tremolada affinché applichi la tolleranza zero ribadita nel summit a Roma e rimuova Delpini, cioè un cliente di Zanchetti stesso? La pare normale? È questo l’esito del summit?”.

La decisione di istituire una commissione con il compito di “suggerire quanto è necessario e opportuno introdurre in diocesi per la più efficace prevenzione di abusi sui minori o sugli adulti che hanno un uso imperfetto della ragione e che possono essere compiuti da quanti rivestono compiti educativi nelle realtà diocesane”, è certamente un passo avanti rispetto alla polvere sotto il tappeto e a quel “silenzio e preghiera” che talvolta nasconde inquietanti penombre. Ma in questo caso la mossa del cardinal Bassetti è improvvida: pare come minimo inopportuno rimandare le vittime davanti a chi fece muro contro di loro. In un’aula di tribunale la legittima suspicione sarebbe automatica, qui sembra tutto normale. Nonostante le buone intenzioni e il marketing curiale, la via della trasparenza sembra ancora lunga.

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(trascrizione da La Verità del 2 marzo 2019)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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