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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » cardinale » [DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

[DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Settembre 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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Di Marco Tosatti

Mentre quotidianamente aumenta il numero dei vescovi, in particolare negli Stati Uniti, che chiedono al Pontefice regnante di dire una parola chiara sulla testimonianza dell’arcivescovo Viganò; e mentre – inspiegabilmente – non ha ancora avuto risposta la richiesta di udienza del presidente della Conferenza Episcopale USA, card. Di Nardo, Church Militant, un sito di cattolici Usa molto attivo e documentato ha scritto che è cominciata la caccia all’ex Nunzio da parte degli agenti della sicurezza della Santa Sede.

Chi è interessato all’articolo può leggerlo QUI. Church Militant è particolarmente attiva in questo periodo, ed è a questo sito che si deve la denuncia dell’esistenza di una “pipeline” dalla Colombia agli Stati Uniti per importare sacerdoti rifiutati dai seminari del Paese perché omosessuali. Una connection che aveva il suo terminale a Newark, la sede di McCarrick.

Vediamo che cosa scrive Church Militant.

“Secondo fonti all’interno del Vaticano, la Segreteria di Stato della Santa Sede — sotto la direzione del cardinale Pietro Parolin — ha comunicato un’istruzione ai propri servizi di sicurezza interna ed esterna per utilizzare le proprie “risorse di intelligence” per individuare il luogo fisico in cui si trova l’arcivescovo Viganò. Questa richiesta è stata comunicata non solo al fine di prevenire ulteriori danni imprevedibili per l’immagine di Papa Francesco e la Santa Sede sulla scena mondiale, ma anche per ‘preparare il terreno’ per la prosecuzione dell’ex Nunzio per presunti crimini più contro la legge del Vaticano e della Chiesa.”

L’urgenza con cui si ricerca il luogo fisico in cui si trova l’arcivescovo Viganò è tanto più palpabile poiché, secondo il canone 1507 del codice di diritto canonico e altre norme procedurali e penali della Santa Sede e dello stato della città del Vaticano, l’arcivescovo Viganò non può essere perseguito e tantomeno punito a meno che prima non gli sia data la possibilità di essere ufficialmente notificato per iscritto dei crimini specifici canonici che è sospettato di aver commesso, in modo da avere la possibilità di difendersi contro di essi.

Come ha segnalato il prof. Roberto de Mattei (Corrispondenza Romana, 5 settembre), le accuse devono essere redatte in un libello accusatorius (denuncia penale canonica) per avere Viganò presumibilmente commesso spergiuro per aver forme di segreto di Stato in violazione  dell’istruzione “Secreta continere” sul segreto pontificio, emessa il 4 febbraio 1974 da John Cardinale Villot, Segretario di Stato di il Vaticano.

Le norme specifiche di Secreta, che potrebbero essere  toccate, includono:

Art. I-4 presunta divulgazione delle denunce extragiudiziali ricevuto da lui durante il suo servizio della Santa sede per quanto riguarda i reati contro la fede e morale e il sacramento della penitenza e il processo e la decisione relativi al trattamento di queste denunce per quanto riguarda Theodore McCarrick e altri religiosi a cui fa riferimento Viganò nella sua testimonianza e negli articoli di giornalisti ai quali l’arcivescovo è sospettato di avere diffuso le informazioni classificate;

Art. I-7 presunta diffusione di segreti del Vaticano conosciuti in virtù del suo ufficio relativi alle nomine dei Vescovi, in particolare per quanto riguarda la nomina di Cdl. Blase Cupich come arcivescovo di Chicago, Illinois;

Art. I-9 presunta divulgazione dell’ordine elettronicamente crittografato trasmesso dalla Segreteria di Stato all’arcivescovo Viganò per quanto riguarda la nomina di BP. Robert McElroy presso la sede di San Diego, California;

Art. I-10 per la sua violazione di “business o questioni che sono così gravi in natura che sono vincolate al segreto pontificio dal Sommo Pontefice o un cardinale del Dicastero interessato.”

Le notizie del Vaticano sull’uso delle sue vaste risorse internazionali per rintracciare e perseguire l’arcivescovo Viganò sono coerenti con le sue affermazioni a Aldo Maria Valli nel loro ultimo incontro: che Viganò “aveva acquistato un biglietto aereo,” che era “in viaggio all’estero”.

Fin qui Church Militant.

A questa ricostruzione così precisa possiamo aggiungere alcuni dettagli. Quando, mercoledì 22 agosto l’arcivescovo Carlo Maria Viganò stava per lasciare la mia abitazione, dove avevamo riletto la testimonianza da lui preparata, e avevamo concordato la data di pubblicazione, (domenica, per dare tempo a spagnoli e inglesi di tradurre il testo), in maniera molto naturale gli chiesi: “E adesso dove se andrà, eccellenza?”. Mi rispose: “Non glielo dico, così quando glielo chiederanno non sarà obbligato a dire una bugia”. L’impressione che ricevetti è che sarebbe partito per l’estero. E anche questo sarebbe ragionevole. Il comandante dei Servizi di Sicurezza della Santa Sede, il generale Domenico Giani, proviene dai servizi italiani. È ben probabile che abbia rapporti con essi sia per ragioni d’ufficio che personali. Ed è quindi chiaro che una ricerca dell’arcivescovo sarebbe più agevole sul territorio italiano che altrove. Mons. Viganò mi disse che avrebbe spento il suo cellulare. E anche questo è ragionevole. Più volte abbiamo scritto, in base a informazioni di ottima fonte, che i telefoni e i servizi internet in Vaticano sono sotto controllo. Un controllo che – a quanto ci è stato detto – si estende anche ai cellulari di cui la Santa Sede è titolare, e forse anche a un raggio più ampio. Ora grazie al cellulare la localizzazione di una persona è cosa semplice. E la misura di precauzione primordiale è quella di spegnerlo. Fra l’altro, non dimentichiamo che mons. Viganò è stato Segretario dello Stato della Città del Vaticano, e che di conseguenza ha lavorato a stretto contatto con i Servizi di Sicurezza della Santa Sede (e ha esperienza del loro modus operandi), e con il generale Giani.

[continua…]

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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