Il diplomatico vaticano è stato condannato a 5 anni per pedopornografia, mentre preti abusatori seriali non hanno fatto un giorno di cella. La vicenda del cardinale americano solleva dubbi sui meccanismi di nomina
In questi giorni si saprà se monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex consigliere della nunziatura di Washington condannato in Vaticano a cinque anni di reclusione per possesso e scambio di «ingente quantità» di materiale pedopornografico, presenterà appello contro la sentenza. Circostanza che varie fonti vaticane danno per molto probabile. Lo spaccio di pedopornografia è uno dei reati più turpi e le legislazioni di moltissimi Stati – compreso quello della Città del Vaticano – si sono dotati di norme molto severe per punirlo. Capella non ha negato l’evidenza, ha ammesso la sua colpa, e ha spiegato di aver iniziato a frequentare spacciatori di pedopornografia sul web a causa di una crisi seguita dal suo trasferimento a Washington. Sul suo smartphone e sul suo computer sono stati trovati filmati e disegni espliciti. Solitudine, frustrazione per non essersi sentito valorizzato e per essersi trovato da solo, senza amici… Ovviamente il prelato doveva avere una predisposizione per quel genere di immagini shock, che includono bambini filmati in atti sessuali ed abusi, perché fortunatamente la pedopornografia non rappresenta un approdo diffuso per le crisi di adattamento o per gli eccessi di solitudine.
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