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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » CEI-Abusi: la strana via italiana

CEI-Abusi: la strana via italiana

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Giugno 2022
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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di: Marcello Neri – Alla fin fine, verrebbe da dire che la montagna ha partorito niente più che un topolino. Certo, i cinque punti della via italiana, come afferma il comunicato finale dell’Assemblea generale della CEI di maggio, “non sono un elenco chiuso a eventuali sviluppi”; sembrano però davvero troppo poco, e un poco confusi, per rappresentare anche solo un buon inizio.

Più che un progetto collegiale di azione, hanno tutto il sapore di un compromesso tirato per i capelli fra vescovi che non sono riusciti a trovare un livello alto di mediazione delle differenti posizioni fra di loro.

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Già questo stende un velo d’ombra sulla retorica dell’attenzione alle vittime e della loro centralità nell’impegno della Chiesa italiana a fare finalmente luce sugli abusi sessuali, e di altro genere, al suo interno.

Le prime due linee di azione, ossia potenziare la rete dei referenti diocesani e dei servizi a tutela dei minori, da un lato, e implementare la costituzione dei centri di ascolto nelle diocesi, dall’altro, sono sostanzialmente atti dovuti che non mirano a una comprensione profonda delle dinamiche strutturali e delle situazioni pastorali che sono state il terreno fertile degli atti di abuso sessuale e del loro eventuale occultamento.

Le seconde due linee di azione, il Report annuale (a partire dal biennio 2020-2021) sui casi giunti ai Servizi di tutela dei minori diocesani e interdiocesani e i dati sui casi gestiti dalla Congregazione per la dottrina della fede partendo dal 2000 fino al 2021, vanno poco oltre la statistica – data l’enfasi sui dati espressa dallo stesso Comunicato finale.

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Se per entrambe ci si avvarrà di collaborazioni scientifiche esterne, rimane il fatto che queste realtà potranno lavorare solo sui dati che verranno forniti loro dalla Chiesa italiana – senza alcuna forma di accesso indipendente ad altre informazioni che potrebbero rivelarsi utili nel corso delle analisi.

Poi, dato che il primo Report annuale è stato annunciato per il prossimo novembre, non giova certo alla trasparenza a cui si aspira il fatto che il “Centro accademico di ricerca” che raccoglie e analizza i dati rimanga al momento ignoto a tutti i cattolici e cittadini italiani – la conclusione dell’Assemblea generale sarebbe stata un’ottima occasione per dire in pubblico con chi la CEI intende collaborare in materia.

La quinta linea di azione, di cui si sapeva già prima, è la partecipazione della CEI in qualità di invitato permanente all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile (ricordiamo che esso è stato istituito nel 1998 – ci sono voluti più di vent’anni perché la Chiesa italiana interagisse col governo per essere parte di uno strumento civile così importante).

Difficile capire dove stia la decantata novità del cammino italiano davanti agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Non certo per ciò che concerne i centri di ascolto e il sistema dei servizi diocesani a tutela dei minori, dove siamo ancora indietro rispetto a molte altre Chiese europee. Neanche per quanto riguarda le statistiche dei casi che qui approdano – magari eventualmente comparati con quelli provenienti da altri enti e istanze della società italiana. Dati che, in altri paesi, sono disponibili da tempo. Quanto alla partecipazione della CEI come invitato permanente all’Osservatorio nazionale, in altri paesi si può registrare un ruolo ben più avanzato di interazione della Chiesa cattolica con i governi e gli enti pubblici – particolarmente significativa quella che si è creata in Germania.

A livello di CEI, perché altre sono le condizioni di chi lavora sul campo in quello che le diocesi hanno fatto finora (poco o tanto che sia), si potrebbe parlare, partendo da queste cinque linee di azione, così come sono presentate nel Comunicato finale, di un sostanziale occultamento delle vittime: l’unica loro traccia è quella che lasciano come dato numerico da analizzare.

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Manca del tutto una loro convocazione previa, e quindi un adeguato ascolto delle loro storie, come pietra angolare intorno a cui architettare la presa in carico da parte della Chiesa italiana della violenza che hanno subito, delle conseguenze sulle loro vite, e delle ragioni sistemiche che hanno permesso, o addirittura facilitato, che tutto questo potesse accadere.

L’impressione che lascia questa via italiana rispetto agli abusi, sessuali e di altro genere, nella nostra Chiesa locale è che questa Chiesa sa, a prescindere dalla parola delle vittime, cosa si deve fare e come lo si deve fare – e lo sa, appunto, da sé. Una Chiesa che trasforma storie lacerate e vissuti permanentemente feriti in dati statistici, annunciando all’opinione pubblica nazionale la radicale novità di questo approccio, ha già attraversato la soglia di un drammatico punto di non ritorno – preferendo le toppe al vestito nuovo.

Le cinque linee di azione sono come una grande cortina fumogena gettata nella speranza che la questione degli abusi sessuali finisca presto nel dimenticatoio di uno dei cassetti polverosi della nostra memoria collettiva.

In un’intervista rilasciata in questi giorni, don Stefano Guarinelli (peraltro impegnato in prima persona sul fronte della lotta agli abusi) ha affermato: “Gli abusi sessuali sono una tragedia – per le vittime, innanzitutto – ma non sono il problema più drammatico. Lo è la ricaduta che questo ha sull’opinione pubblica, anche a motivo del modo maldestro in cui all’interno della Chiesa è stato gestito” (cf. qui l’intervista integrale).

Ed è a questo problema, e non tanto alle vittime, che guardano le linee di azione della CEI – rimane da vedere se non si tratterà poi di un ulteriore modo maldestro di gestire il dato di fatto degli abusi sessuali nella Chiesa italiana.

Il castello di carte costruito dai nostri vescovi nell’ultima Assemblea generale, già di per sé traballante, può stare in piedi solo attraverso una fine messa in scena mediatica dove alle domande poste non si dà alcuna risposta, o se ne danno di elusive – dando però l’impressione di agire nel modo più aderente possibile al Vangelo. Questo, però, quando ci sono le domande giuste, perché finora il giornalismo italiano sembra essere ancora abbastanza latitante nel trovare un modo originale di indagine in grado di far saltare il tappo del vaso di pandora degli abusi sessuali nella Chiesa italiana – ricordando che, in fondo a quel vaso, sta anche la speranza.

http://www.settimananews.it/chiesa/cei-abusi-la-strana-via-italiana/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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