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Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

Redazione WebNews by Redazione WebNews
29 Maggio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 10 mins read
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James Hamilton lavora come medico chirurgo in uno studio di Santiago del Cile. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Per 20 anni è stato abusato dal sacerdote Fernando Karadima. La sua storia

“Vogliamo comunicare che tutti noi vescovi presenti a Roma, per iscritto, abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre, affinché decida Lui liberamente per ciascuno di noi”.

Con queste parole, a mezzogiorno di venerdì 18 maggio, nell’aula Pio X, a pochi passi da San Pietro, tutti i 34 vescovi cileni hanno dato le proprie dimissioni. Un fatto senza precedenti nella storia della Chiesa.

A parlare è mons. Juan Ignacio Gonzalez, vescovo di San Bernardo, un sobborgo di Santiago. Gonzalez è stato incaricato, insieme a mons. Fernando Ramos, vescovo ausiliare della capitale del Cile, di fare da portavoce dei piani alti della gerarchia ecclesiastica cilena nella loro visita di tre giorni in Vaticano.

È stata una breve conferenza stampa. Non hanno accettato domande, hanno letto un comunicato e sono usciti da una porta secondaria. Lo scopo era quello di evitare i giornalisti e le domande scomode, perché fino a quel giorno di domande scomode ne avevano avute fin troppe e, come ormai era consuetudine, il silenzio era la loro sola risposta.

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Lo scorso 8 aprile papa Francesco invitava tutti i vescovi cileni in Vaticano per discutere delle conclusioni del Rapporto Scicluna, un documento di 2300 cartelle dove mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e conosciuto come lo 007 anti pedofili, evidenziava gli insabbiamenti compiuti dal clero del Cile delle denunce su abusi sessuali.

I prelati cileni sono arrivati in Vaticano lunedì 14 maggio e il giorno dopo, durante il primo incontro con il Santo Padre, quest’ultimo ha consegnato loro una lettera, alla quale la televisione cilena Canal 13 ha avuto accesso, in cui si legge che “alcuni religiosi, espulsi dai loro rispettivi ordini per gli abusi commessi, sono stati accolti da altre diocesi e hanno ricevuto incarichi che li hanno portati a contatto con bambini e ragazzi”.

Il papa afferma inoltre che “si sono verificati problemi nei seminari: vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida dei seminari a sacerdoti sospettati di praticare l’omosessualità”.

Parole durissime e inaspettate, soprattuto perché neanche il papa aveva creduto alle accuse che da anni si facevano contro il vescovo Juan Barros Madrid, accusato di essere stato testimone oculare delle vessazioni a danni di minori compiute dal sacerdote Fernando Karadima.

Infatti, nel suo recente viaggio in Cile, interpellato da una radio locale, Francesco aveva affermato che tali accuse erano solo delle calunnie.

Ma al Pontefice qualcosa non tornava e così decide di mandare mons. Scicluna in Cile e scoprire grazie al suo rapporto, di essere stato, come lui stesso ha riconosciuto, “male informato” riguardo il vescovo Barros.

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A questo punto conviene però fare un passo indietro.

Prima che Jorge Mario Bergoglio diventasse papa, prima della storica rinuncia dei vescovi cileni, quando sul soglio Pontificio sedeva Giovanni Paolo II, un pomeriggio di inizio estate del 2003 a migliaia di chilometri di distanza, in Cile, a Santiago, nel quartiere benestante di Providencia, nella parrocchia El Bosque, il parroco Fernando Karadima era in camera sua con un bimbo di 8 anni. Da soli.

James Hamilton, la vittima che decide di denunciare

La chiamavano “Veronica di Jimmy” ma il suo nome è Maria Veronica, moglie di James Hamilton. Quel pomeriggio del 2003, come tutti gli altri, parcheggia la sua auto nel retro della parrocchia de El Bosque. I suoi figli sono scesi prima e sono già dentro.

Corrono lungo i corridoi, vanno in cucina, salgono le scale del cortile, giocano. Sono anni che frequentano questo luogo e tutti li conoscono.

Maria Veronica partecipa alla messa e si ferma a chiacchierare con delle persone. Con lo sguardo cerca suo figlio ma non lo trova. Non si preoccupa, arriverà, pensa. Per la famiglia Hamilton essere in parrocchia equivaleva all’essere a casa.

Così decide di andare a pregare di fronte al Santissimo, momento in cui arriva James.

– Dov’è nostro figlio? chiede lui

– Non lo so. risponde la madre.

A James si gela il sangue. Come un animale che riconosce l’odore del pericolo, annusa l’aria, ha paura dei suoi pensieri. Il bimbo compare all’improvviso, non era perso.

– Dov’eri? chiede il padre
– Ero su, in camera da letto con il prete.

James Hamilton, guarda suo figlio e il panico si confonde con la rabbia. il viso gli si contorce. Sgrida il bambino come non lo aveva mai fatto prima “ non voglio che tu vada da solo in camera del prete!”. Veronica è confusa, non capisce il perché di tale reazione. Anni dopo in un’intervista avrebbe detto “non riuscivo a comprendere. Il prete Karadima aveva tutta la nostra fiducia. Era persino il padrino di nostro figlio”.

James Hamilton lavora come medico chirurgo in un prestigioso studio di Santiago. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Questo medico alto, occhi verdi, risoluto e allegro non vuole essere considerato una vittima anche se per 20 anni è stato abusato da Fernando Karadima.

Gli Hamilton sono una famiglia abbiente, James ha studiato nelle migliori scuole e università, ma alle spalle aveva una storia di solitudine e abbandono che il prete, come fanno i vecchi predatori, ha percepito e sfruttato.

Nella sua prima intervista televisiva nel 2010, James Hamilton racconta pubblicamente degli abusi a cui era stato sottomesso a El Bosque: “Avevo 17 anni quando conobbi il padre Karadima. Fu meraviglioso, sentivo che si prendeva cura di me. Diceva di voler essere mio padre”. Per James non esisteva altro mondo al di fuori della parrocchia. All’epoca la vita erano i suoi studi e Dio.

Durante quell’intervista, James si schiarisce la voce diverse volte, ha difficoltà a parlare, piange e in silenzio elabora i pensieri. “Un giorno in parrocchia fu organizzata una gita e andammo in una casa fuori Santiago.

Una volta arrivati il prete ordinò a tutti di andare a comprare delle cose e mi chiese di restare con lui. Ero felice. Volevo conversare ma ci mettemmo a guardare la televisione seduti su un divano, così lui mi poggiò una mano sulla gamba, come lo fa un padre, solo che poi mi toccò i genitali. Io feci cortocircuito.

Lui cominciò a masturbarmi…mi piaceva ed ebbi un orgasmo”. James trattiene il fiato e continua “Quel giorno qualcosa si è rotto dentro di me. Non so quante persone abbiano sentito di disintegrarsi dentro, ma posso dirvi che succede”.

Gli abusi del prete sul ragazzo non si fermano. James diventa adulto ma non riesce a scrollarsi di dosso il potere che Karadima ha su di lui. Arriva a tal punto che permette che sia lo stesso prete a combinare il matrimonio con Maria Veronica, una ragazza docile e ingenua.

Karadima celebra le nozze e battezza i loro figli. Il parroco di El Bosque sceglie in quale appartamento deve abitare la famiglia e interferisce come una presenza invisibile nelle loro dinamiche. Il prete è il loro direttore spirituale e confessore.

James Hamilton diventa un medico rispettato e ammirato, ma vive in un limbo fra la sua vita pubblica e ciò che succede in camera da letto di Karadima. “Lui aveva il controllo assoluto su di me. Avevo il terrore di perdere il suo favore.

Era come perdere il favore di Dio. Ero io il colpevole di provocare il prete. Mi sentivo spazzatura e alla fine non m’importava nulla, lasciavo che mi usasse”, avrebbe ammesso anni dopo.

James si sommerge così in una spirale sempre più distruttiva. Sensi di colpa, necessità di approvazione, una famiglia perfetta, successo professionale, attività sessuale con il parroco, tutti pezzi di un puzzle dove il tassello mancate era la sua coscienza, fino a quando suo figlio si perde in parrocchia e il medico capisce di dover affrontare la realtà. Non ci sono più scuse, bisognava agire.

Dopo questo avvenimento James Hamilton cominciò la lotta più dura della sua vita. Una lotta che avrebbe avuto come risultato la rinuncia di tutti i vescovi cileni e la richiesta di perdono dello stesso papa Francesco perché quello che James si trovò di fronte fu un sistema che, come ha sentenziato lo stesso Santo Padre quando ha incontrato i vescovi cileni, non proteggeva le vittime.

“Le denunce (di abusi sessuali ndr) ricevute sono state qualificate come inverosimili mentre rappresentavano gravi indizi di un delitto. Certe inchieste non sono state realizzate e si sono verificate negligenze nella protezione dei bambini da parte dei vescovi e dei superiori religiosi.

Ci sono state anche – prosegue il papa nel documento consegnato ai vescovi – pressioni su coloro che dovevano fare i processi, e c’è stata anche la distruzione di documenti compromettenti”.

Le parole del Papa sono arrivate qualche settimana fa, ma mentre questo medico cileno prendeva il coraggio di denunciare gli abusi correva il 2005 e James non era altro che David contro Golia.

Le denunce e gli insabbiamenti

“Durante quasi dieci anni siamo stati trattati come dei nemici perché abbiamo lottato contro l’abuso sessuale e l’insabbiamento nella Chiesa”. Così cominciava lo scorso due maggio la conferenza stampa di James Hamilton e le altre due vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, tenutasi a Roma in seguito agli incontri personali dei tre con papa Francesco.

Dopo aver letto le pagine del rapporto di mons. Scicluna in Cile, il Santo Padre ha deciso di invitare in Vaticano prima le vittime del parroco de El Bosque, poi i vescovi (visita conclusasi con la rinuncia in blocco dei prelati) e infine altri sacerdoti vittima anch’essi di abuso di potere e coscienza all’interno della parrocchia di Karadima.

“Il Papa ci ha chiesto ufficialmente perdono – ha raccontato Hamilton alla stampa – a nome suo della Chiesa universale”. Ma prima di ricevere l’invito del papa le tre vittime hanno dovuto affrontare l’archiviazione delle loro denunce, pressioni indebite da parte dei sacerdoti della cerchia di Karadima e i loro tentativi di screditarli pubblicamente. 

La prima a denunciare gli abusi di Karadima è stata Maria Veronica Miranda che nel 2004 dà il via ad un lungo processo canonico contro il parroco de El Bosque. L’anno dopo è stato il turno di Hamilton, ma lui aveva paura.

Pensava che la denuncia gli avrebbe comportato ripercussioni nella sua carriera, infatti non è passato molto tempo prima che venisse licenziato dalla clinica dove lavorava.

Il giorno in cui decidere di raccontare la sua verità porta con sé un rosario. Si siede in sala di aspetto e comincia a pregare. L’uomo finalmente è riuscito a separare la propria fede dalla figura del suo confessore e aguzzino.

Le denunce arrivano sulla scrivania dell’allora cardinale Francisco Javier Errazuriz. In un’intervista con CNN Chile, James Hamilton racconta che la sua dichiarazione “viene consegnata al cardinale Errazuriz che procede all’archiviazione nonostante ci fosse l’indicazione di mons. Esclusero di cominciare un processo ecclesiastico contro Karadima”.

La relazione fra James e Maria Veronica si frantuma e due coniugi chiedono la nullità religiosa del loro matrimonio per “abuso sessuale, spirituale e psicologico”, perpetrato dal direttore spirituale di James.

Nel 2010 il caso divenne pubblico e Hamilton chiede una riunione con Taricisio Bertone, all’epoca Segretario di Stato del Vaticano, il quale si trovava in Cile in visita ufficiale ma egli si negò all’incontro.

Hamilton afferma che “Quando venne Bertone in Cile nel 2010 io chiedo un colloquio con lui ma mi è stato rifiutato (…) mi si cerca inoltre di far firmare una lettera dove assumevo la mia omosessualità, tra l’altro non vera, e affermavo che al momento dei fatti con Karadima ero già maggiorenne”.

Finalmente, nel 2011 la Santa Sede conferma la colpevolezza di Karadima. Il parroco de El Bosque viene scomunicato e inviato a vivere in penitenza.

Ma, la ferita si è riaperta quando nel marzo 2015 papa Francisco nomina Juan Barros come vescovo di Osorno, prelato che nel 2012 era già stato accusato di aver partecipato agli insabbiamenti delle denunce contro Karadima.

Insieme a Tomislav Koljatic, Andres Artega e Horacio Valenzuela, sono stati accusati da Hamilton, Cruz e Murillo di aver protetto il loro mentore Karadima.

Dopo gli incontri che papa Francesco sta tenendo in Vaticano, sarà egli stesso che deciderà le sorti del cardinale emerito Francisco Javier Errazuriz e dei vescovi appartenenti alla cerchia di Karadima.

Da quel giorno nulla nella Chiesa cilena sarà come prima e forse essa ritroverà, come ha scritto Francesco, la sua missione profetica.

https://www.tpi.it/2018/05/29/cile-abusi-sessuali-preti-denunce/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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