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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Alberto Rivolta » IMBARAZZO IN DUOMO A MILANO. Il prete accusato di abusi su minore: “Non l’ho violentato, ci ho dormito”

IMBARAZZO IN DUOMO A MILANO. Il prete accusato di abusi su minore: “Non l’ho violentato, ci ho dormito”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
23 Maggio 2018
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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In tribunale don Mauro Galli ha ammesso di aver sbagliato nel 2011 a condividere il letto con un adolescente. Il sacerdote però continua a negare lo stupro: “L’ho afferrato per una gamba perché rischiava di cadere”

di Giorgio Gandola

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“Dormire nello stesso letto con un minore è cosa da non fare”. È preciso, senza una sbavatura e ammette di avere portato sotto le coperte, nella sua abitazione di Rozzano (Milano), un ragazzino di 15 anni. Ma niente di più. “Quella notte non l’ho abbracciato, non ho compiuto gli atti sessuali che mi vengono contestati. Non provavo attrazione per lui”. Don Mauro Galli, 38 anni, non mostra alcuna emozione nel rievocare davanti al giudice Ambrogio Moccia le ore più buie, quelle dello scandalo del quale è il perno processuale, e riproduce il suo 19 dicembre 2011 con invidiabile distacco. Concede soltanto la debolezza di quella “cosa da non fare”, poco opportuna. E spiega di averne preso consapevolezza dopo, quando “don Alberto Rivolta si arrabbiò moltissimo e capii di aver commesso una leggerezza”.

La leggerezza sarebbe la presunta violenza sessuale su un giovane parrocchiano che lo aveva scelto come padre spirituale e che lui aveva invitato a dormire a casa sua dopo le confessioni in vista del Natale. Ma per don Mauro non accadde nulla in quel letto matrimoniale, la sua versione è esattamente simmetrica a quella della vittima nell’incidente probatorio: il nero opposto al bianco, la mia parola contro la tua. “Ci eravamo conosciuti nell’estate 2011 in oratorio, partecipava al percorso degli adolescenti, si fidava di me, si faceva confessare da me. Mi aveva confidato la sua storia scolastica, erano emerse difficoltà di concentrazione. Faceva fatica a prepararsi per le interrogazioni, chiedeva a sua mamma di essere tenuto a casa o fingeva qualche malore per evitarle. Per aiutarlo lo facevo venire in ufficio a studiare”.

L’occasione per l’incontro oggetto del processo arriva quasi per caso, quando i genitori del ragazzo decidono di mettere in pratica un consiglio di don Mauro, quello di non coprire più le fragilità scolastiche del figlio. “Avevo detto loro di non assecondarlo, di non andare a prenderlo a scuola, ma di lasciarlo impreparato. Quando venne a saperlo, lui si arrabbiò con mamma e papà, diceva di essere stato tradito, minacciò di scappare di casa. Per andare dove? E lui: qui da te. Allora gli spiegai che senza permesso sarebbe stato impossibile”. Ma il 19 sera ci sono le confessioni e la famiglia dà il permesso.

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Il resto è una presa diretta di quella notte rivissuta con la mente di don Mauro Galli. “Ci siamo seduti sul divano, abbiamo parlato un po’ dei suoi problemi: lui vedeva la vita in negativo, allora gli ho consigliato di appuntare ogni giorno su un quaderno una cosa positiva. Poi lui ha tolto il pigiama e lo spazzolino dalla cartella ed è andato in bagno. In seguito è toccato a me e quando sono uscito dal bagno l’ho visto in piedi nella camera da letto, con il caricatore del cellulare infilato nella presa del comodino. In casa ci sono altri due letti singoli più un divano letto. Abbiamo spento subito la luce. Quella notte ho dormito male, mi sono svegliato due volte. La prima perché il ragazzo russava, la seconda perché ha urlato. Ho acceso la luce e ho visto che era in bilico sul bordo, con la testa vicina agli spigoli del comodino. Allora l’ho afferrato per una gamba e l’ho trascinato nel letto per mettere in sicurezza la testa. Lui ha continuato a dormire”.

Il giorno dopo i genitori lo avvertono che il ragazzo  si è sentito male a scuola, denunciano l’abuso al parroco don Carlo Mantegazza e allo stesso don Rivolta. E finalmente don mauro realizza: “Ho  commesso una leggerezza”. Il pm gli domanda perché il minorenne avrebbe mentito. Lui butta lì una frase vuota: “Ha riferito opinioni sentite da altri”.

A questo punto della vicenda entra in scena l’arcidiocesi di Milano. L’allora vicario episcopale Mario Delpini (oggi arcivescovo) e il responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada (oggi vescovo di Brescia) vengono a conoscenza dei fatti due giorni dopo. Nella deposizione alla polizia l’alto prelato milanese dice: “Don Mantegazza mi disse al telefono che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali”. Nonostante ciò decide di non chiedere l’apertura di un’indagine previa, ma di trasferirlo semplicemente da Rozzano a Legnano, ancora a contatto con adolescenti in oratorio.

Don Galli conferma: “Il trasferimento mi fu comunicato nel gennaio 2012 da Delpini che mi spiegò che avevo perso autorevolezza nei confronti del ragazzo e della sua famiglia, quindi non potevo rimanere. Poi sono stato trasferito altre volte, ma non ho mai chiesto ulteriori spiegazioni”. L’ultima domanda del pm è sibillina e anticipa un possibile colpo di scena: “Conosce Tizio?”. La risposta è sì. Potrebbe trattarsi della persona che dopo una puntata della trasmissione Quarto Grado su Rete 4 dedicata alla cupa vicenda scrisse al conduttore Gianluigi Nuzzi per dire di essere stato “costretto a dormire con don Mauro durante una gita dell’oratorio. Avevo 16 anni. Decisi di andarmene in un’altra stanza con una scusa”.

Al termine dell’interrogatorio l’avvocato difensore Mario Zanchetti produce la ricevuta bancaria che dimostra come il risarcimento di 100.000 euro alla famiglia della vittima sia partito dal conto di don Galli (che si era dichiarato nullatenente) e non da quello, per esempio, dell’Arcidiocesi. Le vie del Signore sono infinite, quelle bancarie no. Oggi il processo prosegue con l’analisi delle perizie. Particolare quella della difesa, affidata a un luminare di fama internazionale come Enzo Kermol, psicologo esperto nel metodo Facs (Facial action coding system) che sarebbe in grado di individuare le menzogne analizzando le espressioni facciali. Metodo non riconosciuto dalla giurisprudenza italiana, ma affascinante. Don Mauro per un’ora non ha mosso un muscolo.

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(trascrizione da La Verità del 23 maggio 2018)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.