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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » “Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

“Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Maggio 2018
in Lombardia
Reading Time: 5 mins read
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La madre del ragazzo che avrebbe subito molestie da parte del sacerdote punta il dito contro Delpini: “Parlare con lui è stata una delusione, mi ha fatto sentire una seccatrice. Provo pietà per quel prete, non per chi mette la gerarchia davanti alla verità”

di Giorgio Gandola

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Tre metri di dolore. È difficile anche solo percorrerli con lo sguardo in un’aula del tribunale di Milano, fra avvocati, cancellieri, i due carabinieri d’ordinanza e qualche curioso. Tre meri di silenzio, la distanza siderale che separa don Mauro Galli, il sacerdote accusato di abusi sessuali nei confronti di un ragazzo di 15 anni, e la mamma della vittima. Sono seduti sulla stessa fila di panche, fra il pubblico, durante il processo che sta creando più di un imbarazzo all’arcivescovo Mario Delpini e al Vaticano.

L’imputato è qui per la prima volta, ufficialmente “per farlo ambientare” prima dell’interrogatorio della prossima settimana (22 maggio, ore 14). Luisa invece è qui dal primo giorno, non ha mancato un’udienza. Se ne sta in un angolo, non perde una parola delle deposizioni, dei riti processuali, degli interventi del pm e di quelli dei legali a difesa. Quando le sfugge qualcosa se lo fa spiegare dall’avvocato Fulvio Gaballo, che la rappresenta, e dal fratello che la sostiene in questi sette anni di via crucis. Manca un testimone, la mattinata finisce nel nulla. Torna il silenzio su questa storia di abusi sottaciuti, di un prete spostato in tutta fretta (“e con un comportamento maldestro”, parola del cardinal Angelo Scola) da Rozzano a Legnano dal futuro arcivescovo di Milano, di depistaggi e denari, di pulsioni autodistruttive, di ombre. Torna il silenzio, ma oggi una mamma ha deciso di parlare.

“Potevamo chiuderci nel nostro dolore o lasciare la Chiesa. Preferiamo lottare per cambiare le cose”

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Signora, cosa la induce a essere così tenace, così determinata?

“Avevamo tre strade possibili. O chiuderci in noi stessi e tenere il nostro dramma solo nel nucleo famigliare, oppure uscire dalla Chiesa e rinnegare tutto ciò in cui la nostra famiglia cattolica ha sempre creduto. O infine approfondire quello che è successo, confrontarci con chi sta vivendo la nostra stessa esperienza, scegliendo di rimanere nella Chiesa e continuando a credere nella giustizia umana e divina. Stiamo percorrendo quest’ultima strada, forse la più faticosa. Ma sono convinta che sia la più pura”.

Partecipare a ogni udienza, sentir parlare di particolari scabrosi non le riapre una ferita?

“Rivivere tutto ogni volta è molto dura, ma per mio figlio lo è ancora di più. Quando arrivano i giorni del processo sta male, non riesce ad andare a lavorare (oggi ha 22 anni e fa il grafico, ndr). È ancora fragile, si è diplomato con due anni di ritardo. Gli devo rispetto. Lei mi vede minuta, ma ho le spalle larghe, lavoro da 30 anni nell’ambito psichiatrico, sono caposala in un istituto, sto costantemente a contatto con i malati. Piango anch’io, ho bisogno di telefonate di conforto, ho una cerchia di amici che sono meravigliosi salvagenti. Ma sono allenata. Solo chi ha vissuto una simile esperienza può capire cosa provo”.

Stamane ha visto don Mauro. Non vi siete detti nulla?

Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo

“No. Da quando se ne andò da Rozzano sette anni fa dopo quella notte l’ho rivisto dimagrito, tirato. È un dramma anche per la sua famiglia, prego per la mamma di don Mauro. Sa cosa le dico? Io don Mauro l’ho perdonato, e so che con questa frase mi attirerò le ire di molti. Ma non ho perdonato la Chiesa che continua a permettere che questo accada, non ho perdonato Mario Delpini perché non comprendo il suo comportamento”.

Cosa l’ha maggiormente delusa?

“La mancanza di umanità dell’arcidiocesi. Quando è accaduto il fattaccio noi avevamo la più totale fiducia negli organismi ecclesiastici e ci siamo affidati a loro; non avevamo bisogno di denunciare ad altri. Abbiamo chiesto un incontro con il cardinal Scola e lo abbiamo ottenuto tre anni dopo. Mi ha deluso il gelido distacco della gerarchia in tonaca, la sua lontananza da un percorso di fede e di comprensione. Le lettere ricevute si concludevano sempre con un “prego per voi” che non era pietas cristiana, ma solo una formula di saluto”.

Come sono stati i colloqui con monsignor Delpini?

“L’ho incontrato una sola volta e mi ha trasmesso un senso di delusione. Era il 2012 e mi diceva “Adesso ho capito come stanno le cose”. Ma io sapevo che il parroco di Rozzano gli aveva spiegato tutto il giorno dopo l’abuso. Ho avuto la sensazione che la seccatura fossimo noi, più che intraprendere un percorso di verità. Da quell’incontro sono uscita più determinata ad andare avanti. Voler anteporre l’immagine dell’istituzione alla verità è il danno supremo per la Chiesa stessa”.

In questa battaglia vi siete sentiti soli?

“Chi ci è più vicino ci sostiene, ma sono in molti anche su Facebook a dirci di lasciar perdere, a sottolineare la nostra ingenuità nel metterci contro il potere ecclesiastico. Gli agnostici, gli atei ci dicono: siete sciocchi a chiedere giustizia, andatevene e basta. Ma io voglio rimanere dentro la Chiesa perché credo profondamente nella parola di Dio, vado a messa, mi confesso”.

Ha trovato conforto anche nei preti che frequentava?

“Si, la loro solidarietà sembra un paradosso, ma c’è ed è forte. Molti sacerdoti, semplici parroci senza potere, mi esortano ad andare avanti. Uno da Bergamo mi ha scritto: “Ricorda sempre che le lacrime dei giusti e dei poveri non saranno lasciate cadere dal Signore. Quanto alle minacce, non avere paura di renderle pubbliche”. La base della Chiesa è con noi. Ci hanno accusato di avere registrato gli incontri con i prelati. Sa chi ci ha consigliato di farlo? Un sacerdote”.

Lei ha chiesto di incontrare il Papa, che ha nominato Delpini arcivescovo pur essendo a conoscenza (i suoi uffici lo erano) della cattiva gestione della vicenda. Cosa direbbe a Francesco?

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“Gli direi che facciamo tutto questo perché non succeda ad altri ciò che è successo a noi. Poi gli chiederei com’è finita l’inchiesta ecclesiastica su don Mauro; se non c’è alcuna conseguenza, significa ammettere che un prete può portare a letto un ragazzino. È tollerabile? E lo è rispetto alla tolleranza zero chiesta da sua santità? Papa Francesco dice che ogni venerdì parla con le vittime di abusi, ma chissà chi invita, perché di nostra conoscenza non c’è nessuno. Eppure facciamo rete, ci conosciamo, ci sosteniamo”.

Mi hanno detto che sta scrivendo un libro.

“S’intitola Chiesa, perché mi fai male?. È tutto documentato. E le carte inviate in Vaticano sono anche più di quelle del processo di Milano. Per finirlo attendo la sentenza di primo grado.

Perché avete accettato di ritirare la costituzione di parte civile in cambio di 100.000 euro?

“Perché la parte civile si costituisce per ottenere un risarcimento e se l’avessimo rifiutato saremmo stati accusati di avere un secondo fine, di volerci accanire contro don Mauro e l’arcidiocesi. In questi sette anni, fra perizie, visite, cure e altro ne abbiamo spesi anche di più”.

La settimana prossima depone don Mauro. Lei sarà ancora qui?

“Certo. Lo ascolterò con tristezza e con un senso di pietà. Sono convinta che adesso anche lui sia una vittima”.

(trascrizione da La Verità – 18 maggio 2018)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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