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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » carabinieri » Pedofilia nella Chiesa di Napoli, le vittime: “Parliamo solo con il Papa” (di G. Cesareo)

Pedofilia nella Chiesa di Napoli, le vittime: “Parliamo solo con il Papa” (di G. Cesareo)

Redazione WebNews by Redazione WebNews
29 Aprile 2018
in Campania
Reading Time: 4 mins read
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Dopo il comunicato del 7 aprile scorso, che ufficializzò la riapertura delle indagini ecclesiastiche, da parte di Papa Francesco, sui presunti casi di pedofilia a carico di don Silverio Mura, la Curia di Napoli ha emesso ieri un nuovo comunicato nel quale ha spiegato che “nelle settimane scorse, sono state avviate le procedure relative all’indagine previa, riascoltando il sacerdote accusato. Ora, però, tale indagine presenta qualche difficoltà perché non risulta pervenuta alla Cancelleria della nostra Diocesi alcuna nuova denuncia di persona diversa dal primo accusatore”.

“Si sa soltanto – continua il comunicato – di un’intervista fatta da un giornale quotidiano, nello scorso mese di febbraio, a un nuovo accusatore del quale, però, vennero indicate soltanto le iniziali G.S. Si invitano, pertanto, tutti coloro che sono in possesso di elementi utili per le indagini a darne comunicazione alla Cancelleria della Curia di Napoli”. Una vera e propria richiesta d’aiuto, quindi, è arrivata da Largo Donnaregina per “proseguire e concludere l’indagine previa che, una volta ultimata, sarà inviata alla Congregazione della Dottrina per la Fede per le competenti valutazioni e determinazioni”.

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Tali parole, però, hanno indignato e non poco le presunte vittime, soprattutto “il primo accusatore”, quel Diego Esposito (nome di fantasia) che ormai combatte da oltre otto anni per avere chiarezza sulla faccenda e che vede, con questo comunicato, delegittimare la sua diretta testimonianza.

Queste le sue dichiarazioni al Faro di Roma: “Questo comunicato è vergognoso e non significa nulla. Abbiamo manifestato fuori al Duomo per due giorni, perchè non ci hanno chiesto chiarimenti? Ora cosa si aspettano di sapere? Nessuno si presenterà a testimoniare perchè le altre vittime hanno giustamente paura, soprattutto dopo aver visto che la faccenda a me ha rovinato la vita. Parleranno solo con Papa Francesco, della Curia non si fidano più”.

Infatti, come informa sempre Diego, è stata inviata una e-mail, a nome delle vittime, alla Curia partenopea, alla Segreteria di Stato Vaticana e alla Congregazione della Dottrina per la Fede, per chiarire che le vittime parleranno solo con il vescovo di Roma, che in questi giorni ha incontrato le prime vittime di abusi del Cile, tranne Diego che apre anche ad un possibile incontro personale con Sepe. “Sogniamo di incontrare il Papa perchè sta facendo tante cose buone. Per noi sarebbe importante perchè non possono esserci vittime di serie A o di serie B nel mondo”, ha detto Diego.

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“Io personalmente – ha continuato – voglio incontrare Francesco per portargli tutto il dolore che mi è stato causato in questi anni. Domenica scorsa ho incontrato, in occasione di una celebrazione, il cardinale Sepe e gli ho chiesto un incontro. Saprò, però, solo nei prossimi giorni quando questo incontro avverrà. Tuttavia se non dovessi ricevere le risposte che mi aspetto, sono pronto ad andare a Roma e ad iniziare uno sciopero della fame, fino a quando il Papa non mi riceverà”.

“Voglio precisare – ha concluso – che tutto quello che faccio non è contro la Chiesa, ma per il bene e il futuro della Chiesa, delle altre vittime, di altri bambini. Non può passare il messaggio che se denunci un prete che sbaglia, poi ti viene rovinata la vita. Voglio che non accadano più cose del genere e combatterò fino alla fine, fino a quando non avrò giustizia. Ci sono tanti preti nella Chiesa che fanno il loro dovere, sono vicini ai poveri e a chi soffre, immagine sana della Chiesa”.

La lotta di Diego, come lui stesso racconta, comincia nel 2010 quando decise di denunciare per abusi don Silverio Mura, suo ex insegnante di religione, quando lui aveva solo 13 anni. Diego si rivolse con diverse lettere alla Curia di Napoli, ma la prima vera denuncia fu fatta ai carabinieri di Ponticelli, cosa che non portò a nulla perchè ormai il reato era in prescrizione. Dopo tanti tentativi Diego riuscì ad avere un doppio incontro con mons. Lucio Lemmo, vescovo ausiliare di Napoli, nel 2011, ma dopo tante rassicurazioni non gli pervenne più alcuna notizia sul caso.

Nel 2013, però, Diego venne a sapere che don Mura continuava ad insegnare, non più a Napoli, ma a Cicciano, dove era stato trasferito. L’amarezza per la notizia lo spinge, quindi, a scrivere a Papa Francesco che sembra prendere subito a cuore il suo caso. La cosa porta al contatto con padre Luigi Ortaglio, cancelliere della Curia partenopea, al quale Diego consegna una nuova denuncia, ma anche questa volta non arrivano risposte.

Nel 2015, allora Diego, pensa di lanciare un segnale forte e minaccia il suicidio con la sua arma di ordinanza, ma la scelta non paga, anzi gli rovina definitivamente la vita, perchè gli viene ritirato il porto d’armi e perde il suo lavoro di guardia giurata. Nel 2016, dopo la pubblicazione del motu proprio “Come una madre amorevole”, Diego scrive nuovamente al Papa denunciando il cardinale Sepe per aver insabbiato, a sua detta, il suo caso.

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Intanto, Diego sta male, subisce più ricoveri, e la notizia inizia a fare il giro di giornali e televisioni. In risposta a tanto rumore mediatico, la Curia pubblicherà una nota, ma usando il suo vero nome, subendo una denucia per violazione della privacy. Nel 2017 Diego, insieme alle altre vittime e con il sostegno di Rete L’abuso, farà aprire anche un procedimento civile, che inizierà nell’autunno del 2018, a carico della Curia, i suoi esponenti e don Silverio Mura, e al quale testimonieranno anche altre vittime, tra cui il nuovo nome, quel F.S. citato nel comunicato.

Il resto è storia recente. Il 7 e l’8 aprile scorso tutte le vittime si riunirono per un sit-in di protesta davanti al Duomo di Napoli dove chiesero non solo chiarezza, ma anche la rimozione del cardinale Sepe che intanto aveva ricevuto la notizia del prolungamento della nomina ad Arcivescovo di Napoli per altri due anni, dal prossimo giugno. Fu proprio durante la manifestazione, che da Largo Donnaregina uscì fuori il comunicato che, come detto sopra, ufficializzò la riapertura del caso per volontà di Papa Francesco.

Giuseppe Cesareo

Pedofilia nella Chiesa di Napoli, le vittime: “Parliamo solo con il Papa” (di G. Cesareo)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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