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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » È il momento di introdurre la parola ‘pedofilia’ nel vocabolario del catechismo

È il momento di introdurre la parola ‘pedofilia’ nel vocabolario del catechismo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Aprile 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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È giusto che i bambini la sentano anche quando vanno al catechismo. Chiamare un delitto – un orribile peccato – col suo nome proprio è un requisito assolutamente necessario per sconfiggerlo

Chi, ancora oggi, apre il Catechismo della Chiesa Cattolica, non trova la parola “pedofilia”. Laddove si parla delle “offese alla castità“, lì dove vengono nominati lo stupro, la pornografia, la prostituzione e così via, là non esiste la pedofilia. Di essa, attraverso giri di parole più o meno complicati, se ne parla – sempre senza nominarla – a proposito di incesto e in qualche altro frangente, con toni però sempre doverosamente edulcorati ed indiretti. È venuto il momento di cambiare questo stato di cose e per questo, insieme a un nutrito gruppo di amici, mi sono fatto promotore di una raccolta di firme con la piattaforma Avaaz per far giungere a Papa Francesco la richiesta di introdurre il termine “pedofilia” nel Catechismo: non so quanto fosse giustificata questa assenza nel 1992 ma adesso la sua mancanza è un grido di dolore insopportabile.

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Convocando a Roma i vescovi cileni per esigere da loro le ferme decisioni da prendere in merito allo scandalo pedofilia che si sta abbattendo sulla Chiesa in Cile e chiedendo perdono per aver offeso con valutazioni causate dalle errate informazioni ricevute, Papa Francesco continua la sua opera di pulizia contro il delitto “sacrilego” di preti e religiosi che profanano il cuore dei bambini corrompendolo con la pedofilia.

Non c’è momento migliore per chiedere al vescovo di Roma di introdurre questa parola – la parola “pedofilia” – finora misteriosamente assente nel vocabolario del Catechismo della Chiesa Cattolica. Se la Chiesa, con il suo Catechismo, non ne parla, dice solo che non ne vuole parlare. Tante cose sono cambiate da quando il principale prontuario della fede e della morale cattolica è stato redatto ed è bene oggi che negli oratori, nei campi scuola, ovunque, quando si fa catechismo, si usi anche la parola pedofilia: magari in quel momento, un bambino o una bambina potranno capire cosa gli è successo poche ore prima, a casa o magari col prete, e potrà parlarne con qualche adulto che andrà a denunciare all’autorità giudiziaria. Parlare fa bene. Sempre.

Prendiamo uno dei punti del Catechismo in cui più si allude alla pedofilia, il n° 2389, per esempio. Eccolo: “Si possono collegare all’incesto gli abusi sessuali commessi da adulti su fanciulli o adolescenti affidati alla loro custodia. In tal caso la colpa è, al tempo stesso, uno scandaloso attentato all’integrità fisica e morale dei ragazzi, i quali ne resteranno segnati per tutta la loro vita, ed è altresì una violazione della responsabilità educativa”. Cosa c’entra l’incesto con un monsignore che raccoglie sul suo computer un ingente quantità di materiale pedo-pornografico? Ma, soprattutto, se proviamo a leggere a un bambino queste parole, il bimbo non capisce nulla. Ripeto: non so se nel 1992, all’epoca in cui venne promulgato il Catechismo, avesse senso non usare questo termine, ma oggi non farlo significa solo dire che la Chiesa non vuole parlare di questa tragedia delittuosa. La parola pedofilia è tutti i giorni ovunque: se ne parla in televisione, sui giornali e i bambini la sentono.

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È giusto che i bambini la sentano anche quando vanno al catechismo. Chiamare un delitto – un orribile peccato – col suo nome proprio è un requisito assolutamente necessario per sconfiggerlo. Nelle famiglie i drammi peggiori sono sempre causati dai “non detti” e la tragedia della pedofilia è per antonomasia figlia dei non detti: i bambini che subiscono abusi letteralmente non hanno e non sanno le parole per descrivere la loro tragedia. E non sanno le parole perché esse non vengono date dai grandi, che in questo modo danno il terribile segnale di non volerle ascoltare. E se questi abusi reticenti sono ecclesiastici l’omertà manifesta chiaramente la volontà di negare coi fatti quello che si proclama con le parole.

Una raccolta di firme è qualcosa che cresce piano piano ed è il modo giusto perché si crei un movimento di opinione. Sono tantissimi i laici – e anche i cattolici – che non credono alle loro orecchie quando scoprono che nel Catechismo i termini pedofilo e pedofilia non esistono ma finora è, drammaticamente, proprio così. Nessuno, tanto meno un cattolico, deve avere paura di usare le parole vere: il Papa ci insegna un altro comportamento.

 https://www.agi.it/blog-italia/idee/pedofilia_catechismo_chiesa_vaticano-3770776/post/2018-04-14/
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.