Città del Vaticano Colpevole di abusi, ma non del tutto. Una specie di punizione a metà per l’arcivescovo neocatecumenale di Guam, accusato di pedofilia, per commesso abusi su minori e di conseguenza messo sotto processo – previa complicata indagine – in Vaticano. La decisione finale emessa dal tribunale della Congregazione della Dottrina della Fede prevede che il prelato venga rimosso con il divieto di mettere piede sull’isola del Pacifico. Nessun altro provvedimento, invece, è stato preso sul suo status di prete e di vescovo. In pratica monsignor Anthony Sablan Apuron, 73 anni, frate cappuccino, continuerà come sempre a fare il prete, a celebrare la messa come se niente fosse. Papa Francesco ha acconsentito a non ridurlo allo stato laicale probabilmente per il suo stato di salute. Una decisione che la comunità cattolica di Guam farà fatica a comprendere ma che si uniforma ad altre decisioni miti sulla pedofilia, per esempio quella nei confronti del prete cileno Karadima. Anche per lui è stato evitato che venisse ridotto allo stato laicale, tanto che ora vive da pensionato in un buen retiro cileno.
A rendere noto il risultato del processo vaticano è uno scarno bollettino della sala stampa che ancora una volta non rende pubblico nessun particolare, nemmeno sui reati che sono stati contestati all’arcivescovo. «Il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, composto da cinque giudici ha emesso la sentenza di primo grado, dichiarando l’imputato colpevole di alcune delle accuse e imponendo all’imputato le pene di cessazione dall’ufficio e il divieto di residenza nell’Arcidiocesi di Guam».
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