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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » abruzzo-molise » Dopo il sesso con la 13enne, la benedizione: “Responsabile oltre ogni ragionevole dubbio”

Dopo il sesso con la 13enne, la benedizione: “Responsabile oltre ogni ragionevole dubbio”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Gennaio 2018
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 4 mins read
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6 anni a don Marino Genova, primo risarcimento a Giada Vitale. Depositate le motivazioni dei giudici sulla condanna in primo grado dell’ex parroco di Portocannone, al quale è stata inflitta una pena di 6 anni di carcere, interdizione perpetua da uffici, scuole e tutela e il pagamento di una provvisionale di 15mila euro a Giada Vitale, oggi 23enne ma che aveva 13 anni all’epoca dei fatti e suonava l’organo in chiesa. Il suo racconto, supportato dalle testimonianze “univoche” di diverse persone, “non presenta contraddizioni” e ha trovato riscontro in diversi elementi. Don Marino Genova, oggi 63enne, considerato “colpevole di atti sessuali con minorenne, con l’aggravante del reato continuato, oltre ogni ragionevole dubbio”. Il sacerdote, sospeso a divinis dalla Chiesa, presenterà Appello contro la sentenza. Intanto la parte civile aspetta una risposta all’istanza di riaprire il caso sulla violenza sessuale consumatasi dopo il compimento del 14esimo anno di età della vittima.

27040Portocannone. Atti sessuali con minore. Don Marino Genova è stato condannato il 3 ottobre scorso dai giudici Russo, di Nino e Testa del tribunale di Larino a 6 anni di carcere, senza attenuanti.Ha compiuto “in più occasioni”, sostengono i giudici, “atti sessuali con Giada Vitale da quando la stessa aveva 13 anni e 10 mesi fino a quando la medesima, il 20 giugno 2009, compiva 14 anni”.

In realtà la relazione tra il prete, sospeso a divinis dal tribunale ecclesiastico e ora condannato in primo grado, e la ragazza che a quel tempo suonava l’organo in chiesa, è durata ben più di qualche mese. Si è protratta dal 2009 fino al 2012, quando Giada ha deciso di sporgere querela. Ma il processo, come è noto, ha riguardato i rapporti sessuali intercorsi nel mese e mezzo precedente il compimento del quattordicesimo anno di età di Giada. L’altro filone, quello relativo agli atti sessuali tra i 14 e i 17 anni di Giada, è stato archiviato, così come chiesto dal pubblico ministero Luca Venturi e disposto con ordinanza dal giudice Daniele Colucci.

Per quegli episodi don Marino Genova, nato a San Felice del Molise 63 anni fa, è stato ritenuto “responsabile oltre ogni ragionevole dubbio”. Marino Genova – dicono i magistrati – «conosceva bene la ragazzina che frequentava assiduamente la parrocchia fin da quando aveva 10 anni, ricoprendo il ruolo di organista, e non poteva non sapere che Giada, quando iniziarono le sue attenzioni moleste, non aveva ancora compiuto 14 anni». E ancora: «Ha agito avvalendosi della sua posizione di autorevolezza in quanto guida spirituale della comunità parrocchiale» anche quando le ha preso le mani la prima volta, le ha intrecciate alle sue l’ha portata in sacrestie.
«Dopo aver chiuso a chiave la porta mi ha spinto verso il mobile, e io sono rimasta impietrita». Qui, nella stanza adiacente l’altare, preposta a indossare gli abiti sacri per le cerimonie liturgiche, si sarebbero consumati inizialmente gli atti sessuali. Atti fugaci ma inequivocabili, al termine dei quali il parroco «rivestiva la ragazzina e la congedava con la benedizione». Giada lo ha riferito in diverse circostanze: «Mi faceva il segno della croce e mi diceva “il Signore ti benedica”». Il suo racconto, sostengono nelle 11 pagine di motivazioni i giudici, è stato riferito «in modo univoco e preciso».

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Non sussistono dubbi circa la veridicità del racconto che la ragazza di Portocannone ha sempre fatto, e che ha continuato a fare anche in aula. «Emerge – scrivono i giudici – dalla cospicua produzione documentale fatta dal difensore dell’imputato e dalle spontanee dichiarazioni rese dall’imputato, oltre ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità dello stesso in ordine al reato». Giada Vitale ha riferito in giudizio i fatti «in modo coerente e attendibile, non è caduta in contraddizioni di sorta. Il riscontro alle sue dichiarazioni è stato rigoroso come prevede la giurisprudenza in casi simili», anche perché, aggiunge l’avvocato Giuseppe d’Urbano, che ha assistito la ragazza che si è costituita parte civile, «questo tipo di reato molto difficilmente trova un testimone oculare».

Giada è stata ascoltata con l’assistenza di una psicologa, è stata escussa che era maggiorenne e le sue parole sono state passate al setaccio una per una, confermate dalle testimonianze di persone che non avevano alcun interesse a mentire o esagerare. In paese l’hanno accusata di essersi inventata storie, di aver messo nei guai il parroco. In passato è stata perfino oggetto della rabbia e del disprezzo di una parte della cittadinanza. Oggi, con le parole dei giudici scritte nero su bianco, la sua rivincita oltre che la definizione della giustizia processuale.

Giada Vitale ha detto la verità, cioè di aver subito delle molestie di natura sessuale mentre stava preparando gli esami di terza media. Una condotta che si è «ripetuta nel tempo, sfociando in veri e propri rapporti sessuali completi presso l’abitazione del parroco dopo il 14esimo compleanno di Giada». Una età nella quale, secondo il giudice che ha archiviato il fascicolo, la ragazza « era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino».

Atti che lui non ha negato, mentre ha negato quelli accaduti prima dei 14 anni adducendo come motivazione i numerosi impegni che non lo avrebbero potuto rendere disponibile a quegli incontri denunciati da Giada. Ma i suoi impegni – dicono i giudici presieduti da Russo – «non sono altro che gli impegni normali di un parroco i quali, se non gli hanno impedito, in epoca successiva al quattordicesimo anno di età della ragazza, di trovare le occasioni per appartarsi con lei, allo stesso modo non gli hanno impedito nel periodo precedente di ritagliarsi il tempo necessario per incontri di analoga natura». Tanto più se, come la stessa Vitale ha riferito, «avevano una durata estremamente breve, quantificabile in pochi minuti, dunque assolutamente compatibili con l’assolvimento degli impegni istituzionali del parroco».

L’avvocato di parte civile ha depositato nel marzo scorso una richiesta per riaprire il caso proprio contro l’archiviazione del filone successivo al compimento del quattordicesimo anno di età. «Siamo in attesa di una risposta da parte della magistratura frentana», si limita a dire Giuseppe D’Urbano.
Intanto i giudici di primo grado hanno condannato don Marino Genova a pagare una provvisionale di 15mila euro in favore di Giada Vitale. Si tratta di un risarcimento immediatamente esecutivo, che anticipa il danno che dovrà essere liquidato in sede civile e solo quando la condanna passerà in giudicato. I legali di don Marino faranno infatti Appello, sperando in un ribaltamento del verdetto.

http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=27040

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.