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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Pedofilia, scontro in Vaticano su Barros O’Malley critica le parole di Francesco

Pedofilia, scontro in Vaticano su Barros O’Malley critica le parole di Francesco

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Gennaio 2018
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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Città del Vaticano – Non nascondono un certo rammarico le parole del cardinale Sean O’Malley,tra i porporati più vicini a Francesco e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, riguardo alle recenti dichiarazioni del Papa sul “caso Barros”. Ovvero la polemica sul vescovo di Osorno i cui fedeli – sacerdoti e laici – chiedono la rimozione immediata da tre anni, esattamente dal giorno in cui Papa Francesco lo ha posto nel 2015 alla guida della diocesi cilena, accusandolo di aver insabbiato i crimini dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima. Una polemica incendiaria che ha superato ormai i confini del Cile.

«È comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco siano state fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero», ha detto il porporato in una nota pubblicata sul sito dell’arcidiocesi di Boston. Due giorni fa, Bergoglio incalzato da alcuni giornalisti cileni che chiedevano conto del pastore di Osorno, “figlioccio” spirituale del carismatico parroco della parrocchia de El Bosque e formatore di gran parte del clero cileno, rispondeva: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?».

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Parole, secondo O’Malley, facilmente travisabili «che trasmettono il messaggio che “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» e che suonano come «un abbandono» di «coloro che hanno subito violazioni riprovevoli della loro dignità umana, relegando i sopravvissuti ad un esilio screditato».

Il cardinale, tuttavia, nella medesima nota precisa: «Non essendo stato coinvolto personalmente nei casi oggetto dell’intervista, non posso sapere perché il Santo Padre ha scelto le parole particolari che ha usato in quel momento. Quello che so, comunque, è che Papa Francesco riconosce pienamente gli eclatanti fallimenti della Chiesa e del clero che ha abusato dei bambini e l’impatto devastante che questi crimini hanno avuto sui sopravvissuti e sui loro cari».

Accompagnando il Papa in numerosi incontri con i sopravvissuti come presidente dell’organismo per la tutela dei minori «ho assistito alla sua pena nel conoscere la profondità e l’ampiezza delle ferite inflitte a coloro che sono stati abusati e che il processo di recupero può richiedere una vita intera», spiega il cardinale O’Malley. «Le affermazioni del Papa sul fatto che non c’è posto nella vita della Chiesa per coloro che abusano dei bambini e che dobbiamo seguire una tolleranza zero per questi crimini sono autentiche e sono il suo impegno».

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La preoccupazione principale, però, è sempre rivolta alle vittime e ai loro familiari. «Non possiamo mai annullare la sofferenza che hanno vissuto o che il loro dolore sia completamente guarito», sottolinea l’arcivescovo di Boston. «In alcuni casi dobbiamo accettare che anche i nostri sforzi per offrire assistenza possono essere una fonte di disagio per i sopravvissuti e che dobbiamo pregare quietamente per loro mentre provvediamo a fornire un supporto nell’adempimento dei nostri obblighi morali». Il porporato ribadisce il suo impegno costante «per la guarigione di tutti coloro che sono stati così danneggiati» e per fare «tutto ciò che è possibile per garantire la sicurezza dei bambini nella Chiesa in modo che questi crimini non accadano mai più».

La dichiarazione di O’Malley va a suggellare una settimana di accese critiche e manifestazioni di piazza contro il vescovo Juan Barros prima, durante e dopo la permanenza del Papa a Santiago. Un nutrito gruppo di Osorno, approfittando della visibilità internazionale data dalla visita papale, ha sfilato per le strade della capitale cilena con cartelloni e striscioni che mostravano immagini di Karadima (oggi 87enne e ricoverato in ospedale) nell’atto di benedire il vescovo con accanto frasi in spagnolo del tipo: «Osorno soffre. Il vescovo Barros insabbiatore» oppure «Vescovo insabbiatore, non può essere pastore».

Al Palazzo della Moneda, era intervenuto anche il presidente della Camera dei Deputati cilena, Fidel Espinoza, che ha fatto pervenire al Pontefice tramite il cardinale Parolin una lettera della comunità cattolica di Osorno in cui veniva richiesta – ancora una volta – la rimozione del presule.

Ad alimentare poi la rabbia dei manifestanti, guidati da tre ex vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andre’s Murillo, divenuti negli anni un “simbolo” – come loro stessi si definiscono – della denuncia degli abusi del clero cileno, la presenza di Barros a tutte le messe papali. In prima fila o nelle tribune riservate ai vescovi. Una chiara «provocazione», a detta degli accusatori. Come provocatorie sono state le dichiarazioni rese da Barros – che ha sempre respinto ogni accusa – alla stampa locale sul fatto che il Papa era stato «molto affettuoso» nei suoi confronti e che gli aveva detto «parole di sostegno». Le stesse, probabilmente, che il Pontefice ha pronunciato poi ai giornalisti.

La reazione delle vittime non si è fatta attendere: «Questi sono pazzi», ha commentato Cruz dal suo account Twitter, chiedendosi quali altre prove si debbano ancora fornire sulla complicità di Barros. «Come se avessi potuto farmi un selfie o scattare una foto mentre Karadima mi toccava nelle parti intime e abusava di me con Barros in piedi accanto a lui, vedendo tutto!». «Il vero scandalo nelle parole di Francesco sta nel fatto che sta dando del bugiardo alle vittime e non a chi ha abusato di loro», ha fatto eco il portavoce dell’associazione di laici di Osorno che chiedono l’allontanamento di Barros, Juan Carlos Claret. In questo modo, secondo le vittime, cioè senza alcun provvedimento nei confronti del vescovo ma anzi con una pubblica difesa, la richiesta di perdono espressa dal Papa nel suo primo discorso ufficiale in Cile rimane solo «un gesto vuoto».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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