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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Ali Agca » Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
12 Gennaio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Nello speciale della serie “Scomparsi”, in onda domenica prossima su Sky, la storia del dramma che sconvolse il mondo intero di cui non si conosce ancora la verità

“Emanuela Orlandi è mia sorella, sono trentacinque anni che non la vedo. Aveva quindici anni quando qualcuno l’ha portata via. Non so dove si trova, non so se è viva, ma so qual è la sua colpa: essere una delle pochissime persone cittadine dello Stato Vaticano”.

Inizia così, con una voce accorata da un dolore che dura oramai da troppo tempo, Scomparsi: Emanuela Orlandi, lo speciale dedicato a un dramma che sconvolse l’Italia e il mondo intero, un racconto intenso e sofferto che non si è ancora dimenticato. Questo perché di quella ragazzina che viveva con i suoi genitori all’interno ella Città del Vaticano (suo padre Ercole lavorava alla Prefettura Vaticana e si occupava delle udienze papali), non si è saputo più nulla dal giorno della sua scomparsa, il 22 giugno del 1983.

“Quel giorno ha cambiato la nostra vita per sempre”, Pietro Orlandi, suo fratello, nel documentario che Crime+Investigation proporrà in esclusiva domenica 14 gennaio alle ore 21 sul canale 118 di Sky. La voce narrante che ascolterete all’inizio e che vi accompagnerà per cinquanta minuti è la sua, quella di una ragazzo (allora) e un uomo (adesso) che ha deciso con tutte le sue forze e possibilità di poter arrivare ad una verità, nonostante il percorso sia stato e sia (ancora oggi) tutto in salita.

Emanuela Orlandi è sparita in un’afosa giornata del 1983, inghiottita da un ingranaggio enorme, e il suo nome è stato accostato all’attentato del Papa, al crollo dell’Unione Sovietica, ai misteri della Banca del Vaticano, alla banda della Magliana e da trentacinque anni Pietro la cerca e – come lui – le sorelle Federica e Natalina (anche loro presenti nel doc) e tutti i loro familiari vogliono giustizia. “Ho fatto tutto quello che ho potuto per mantenere viva la speranza– spiega Orlandi, capelli grigi medio lunghi e un orecchino argentato al lobo sinistro – sono stato ospite in trasmissioni televisive, ho incontrato mafiosi e agenti dei Servizi Segreti, ma anche magistrati, giornalisti, ho partecipato a manifestazioni e incontrato tre Papi, ma non ho ottenuto nulla. Ora devono dirmi la verità”.

Lo speciale – primo episodio della serie “Scomparsi”, prodotto da B&B Film per A+E Networks Italia e scritto proprio da Orlandi assieme a Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi – parte da immagini fotografiche in bianco e nero e a colori dell’archivio personale della famiglia Orlandi che all’epoca viveva all’interno delle mura Vaticane. “Lì dentro ci sentivamo protetti, era un piccolo paese e il Papa era il suo sindaco”, aggiunge Pietro, “poi di colpo non lo siamo stati più”.

Sua sorella andò ad una lezione di musica al Complesso di Sant’Apollinare e da allora non tornò più a casa. La solita scappatella o una fuga d’amore, dissero i poliziotti ai familiari, ma in realtà non fu così. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, ci fu persino un appello del Papa, “un appello che ci colse impreparati”, commenta Pietro, “un appello che dimostrava che il Papa era a conoscenza di qualcosa che noi ignoravamo, un appello che parlava di ‘responsabili’ e che quindi Emanuela era stata rapita”. Fu proprio così. Tredici giorni dopo la scomparsa, in una telefonata, i rapitori chiesero uno scambio della ragazza con l’attentatore del Papa, Ali Agca. “Il Papa non parla a caso”, commenta nel documentario il giornalista Andrea Purgatori che all’epoca si occupò quotidianamente del caso sul Corriere della Sera. “Il suo era un appello rivolto a chi doveva capire, mostrando un punto critico per il Vaticano. Se lo fece è perché stava mandando un messaggio a qualcuno”.

A quell’appello ne seguì un altro e dopo il giorno dell’ultimatum stabilito dai rapitori (il 20 luglio del 1983) non accadde nulla. Il corpo della ragazza non venne più ritrovato né si ebbero sue notizie. A Natale di quell’anno, Papa Wojtyla andò a far visita alla famiglia Orlandi, dimostrando così tutta la sua solidarietà e dicendo che avrebbe fatto il possibile per arrivare ad una verità. “Quel gesto e quelle parole – spiega Pietro – ci fecero in qualche maniera riavvicinare al Vaticano e credere nelle istituzioni; il Papa mi offrì addirittura un posto allo IOR”, un incarico che accettò subito e che Pietro ha svolto fino a pochi anni fa, quando scoprì altre verità.

Ventidue anni dopo, infatti, una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” fece riaprire il caso. Una voce maschile diceva che nella chiesa di Sant’Apollinare era stato sepolto Enrico De Pedis, detto “Enrichetto”, l’ultimo grande capo della Magliana, assassinato in una via della Capitale nel 1990. Come è stato possibile che una persona così pericolosa venne sepolta proprio lì, in quel luogo di culto, riservato a principi e a grandi artisti? Fu l’allora arcivescovo Poletti a volere quella sepoltura, perché – stando a quanto da lui dichiarato – De Pedis fece molte donazioni alla Chiesa stessa. Venne fuori che una grossa somma della criminalità era stata prima depositata allo Ior e poi improvvisamente scomparsa. Uscirono i nomi di Sabina Minardi – che dichiarò di aver accompagnato la Orlandi in un preciso punto di Roma e di averla consegnata ad un uomo seduto all’interno di una macchina scura con un abito religioso – venne fuori la lettera del banchiere Roberto Calvi indirizzata al Papa in cui dichiarava che i soldi scomparsi erano stati utilizzati per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc (poco dopo, il corpo di Calvi venne ritrovato impiccato a Londra, al Blackfriars Brdge), spuntò il nome di monsignor Marcincus, allora presidente dello Ior, “l’unico in tutto il Vaticano che si avvicinava ai miei genitori quando li incontrava”, dice Pietro. “Un grandissimo attore” o una persona fedele e sincera? Si chiede. Fatto sta che solo nel 2012 – dopo tante proteste in pubblica piazza capitanate proprio da Pietro – il corpo del malavitoso venne tolto da quella chiesa e il caso fu riaperto.

Oggi Pietro – che tramite l’avvocato Laura Sgro’ dello Studio Bernardini De Pace ha chiesto l’accesso agli atti del Vaticano e la richiesta de documenti in loro possesso, compresi quelli del papa Wojtyla, per ora scomparsi – vuole la verità sulla sorella, “rapita non perché fosse Emanuela Orlandi, ma perché era una cittadina vaticana”, una ragazza al centro “del gioco grande della storia”, come lo definì Giovanni Falcone, usata – probabilmente – come si sostiene nel documentario, per favorire il crollo dell’Unione Sovietica. “Ho bisogno di sapere cosa è successo”, dice più volte, “presto arriverò ad una verità e a dare giustizia a mia sorella, perché nessun potere è più forte del dolore”.

Dopo questo speciale, la serie “Scomparsi” (diretta da Alessandra Bruno e scritta da Alessandro D’Ottavi e Lorenzo Brunetti) continuerà martedì 23 gennaio alle 22.00 con Pietro Orlandi che presenterà cinque sparizioni (di Federica Farinella, Emanuele Arcamone, David Fedi, Nicholas Ravaioli e Fabrizio Catalano) sepolte dal tempo negli archivi della giustizia italiana che rivedranno finalmente la luce, restituendo così agli scomparsi il diritto di esistere e a chi ancora li aspetta quello di non essere dimenticati.

http://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/il-caso-emanuela-orlandi-parla-il-fratello-dentro-le-mura-vaticane-emanuela-si-sentiva-protetta-ho-bisogno-di-sapere-cosa-e-successo_a_23330769/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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