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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » carabinieri » Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

Federico Tulli by Federico Tulli
30 Settembre 2017
in Lazio
Reading Time: 5 mins read
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Don Ruggero Conti, condannato in via definitiva nel 2015 a una pena di 14 anni e due mesi, è evaso da una clinica di Genzano alle porte di Roma, dove si trovava ai domiciliari. L’ex parroco di Selva Candida si trovava nella struttura per ragioni di salute. Era stato arrestato nel giugno del 2008 poco prima di imbarcarsi con alcuni piccoli parrocchiani su un volo per l’Australia dove si celebravano le Giornate della gioventù.

Ecco una sintesi della vicenda che è conclusa con la condanna per pedofilia più pesante mai inflitta a un sacerdote della Chiesa cattolica in Italia.

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Con l’accusa di aver abusato di sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia, don Ruggero Conti, allora potentissimo parroco della chiesa romana “Natività di Maria santissima” a Selva Candida, viene fermato il 30 giugno 2008 dai carabinieri mentre con i ragazzi della parrocchia era in procinto di partire per Sidney, dove avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù in programma dal 12 al 21 luglio. I grandi scandali europei del 2009-2010 dovevano ancora scoppiare pertanto, di norma, per non far innervosire la Conferenza episcopale di Ruini e Bagnasco i media italiani non davano mai grande risalto alle storie di pedofilia clericale. Ma – forse per la prima volta – il caso Conti non rimase a lungo relegato nelle pagine di cronaca locale. Sin da subito lo abbiamo seguito su Left ma come raramente accade in questi casi, ha trovato spazio anche su altri media nazionali. Risultò difatti impossibile ignorare che a fronteggiarsi in sede civile si sarebbero trovati a un certo punto niente meno che il Comune di Roma e lo Stato di Città del Vaticano. Loro malgrado, come vedremo.

Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che l’eccezionalità del processo Conti verteva su diversi punti. Non solo perché don Ruggero fino a poche settimane prima dell’arresto – e dunque nel periodo che comprendeva gli stupri a lui imputati – era stato il garante della famiglia del candidato sindaco di Roma (poi vincitore) Gianni Alemanno. Oltre a questo, per la prima volta un tribunale riconobbe l’interesse specifico di una amministrazione comunale a costituirsi parte civile nei processi per violenza “sessuale” commessa su minori. Dando così più respiro alla giurisprudenza che lo ammetteva solo in caso di violenza nei confronti delle donne. Infine, terzo punto e nodo del caso politico, la costituzione in parte civile non fu operata dal Comune di Roma, quindi dal sindaco Alemanno, ma da un cittadino, il futuro segretario dei Radicali Mario Staderini. Il quale, assistito dall’avvocato Elisabetta Valeri, esercitò “l’azione popolare”, una norma che permette a qualsiasi cittadino elettore di intraprendere le azioni legali che il Comune potrebbe svolgere e che invece non fa. E questo fu il caso del Campidoglio che espresse la volontà di non entrare nel processo, sulla base di motivazioni contraddittorie contenute in una determinazione del 27 maggio a firma di una dirigente, la dottoressa Cavilli, rimossa da Alemanno dopo che il Tribunale di Roma nell’udienza del 16 giugno ammise la costituzione di parte civile di Staderini a nome del Comune.

In realtà, agli atti del processo risulta un documento datato 4 giugno e con firma autentica di Alemanno, in cui il sindaco dichiarava «di non costituire l’amministrazione comunale nel processo» e di «non aderire» all’iniziativa di Staderini. La qual cosa mal si combinava con «l’indagine interna» annunciata dal sindaco per far luce sulla vicenda e con la rimozione del dirigente comunale. Il resto è cronaca nera.

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Nel febbraio del 2011 Ruggero Conti viene condannato a quindici anni e quattro mesi per prostituzione minorile e per aver abusato di sette bambini tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi. Secondo il Pm Francesco Scavo, il sacerdote aveva indotto due dei ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il Pm a definì «di inaudita gravità», perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato di situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso, un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre; ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definirono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

Questo è un passaggio chiave di tutta la vicenda. Numerosi esperti sono concordi infatti nel ritenere che il pedofilo sia una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Pur non riferendosi espressamente al caso Conti, le osservazioni dei due professionisti sembrano aderire perfettamente alla storia in questione.

Torniamo alle grane processuali dell’ex parroco. Il 31 maggio 2013 l’uomo di cui si era fidato anche Alemanno è stato condannato in Appello a quattordici anni e due mesi di reclusione per violenza sessuale continuata e aggravata. La pena inflitta al prelato in primo grado venne ridotta in secondo grado (e poi confermata in via definitiva nel 2015) perché nel frattempo tre degli episodi contestati sono risultati prescritti. Per quanto riguarda la curia guidata dal vescovo Gino Reali, dopo l’arresto non prese alcun provvedimento. Tanto meno si mosse il Vaticano. E così è stato per tutta la durata del processo di primo grado. Solo dopo la prima condanna a quindici anni e quattro mesi don Ruggero è stato sospeso a divinis.

Vale la pena soffermarsi su mons. Reali perché in qualche modo avrebbe potuto mettere il sindaco di Roma sul chi vive. Nel corso del dibattimento il ‘superiore’ di don Conti è stato infatti accusato di non aver dato importanza alla lettera di denuncia che era stata presentata alla diocesi dai genitori di alcuni bambini. Lui si è difeso facendo presente di aver inviato a don Conti una nota di ‘scorrettezza’ nella quale lo invitava a «un corso di esercizi spirituali e a una costante frequenza al sacramento della Penitenza». Quindi sapeva. E in seguito è stato accertato che l’ex parroco continuò ad abusare dei bambini fino a tre mesi prima di essere arrestato. Proprio mentre collaborava con Alemanno, contribuendo, grazie al potere di cui godeva nel quadrante nord-ovest della Capitale, a farlo diventare il sindaco del “decoro” e “antidegrado”.

di Federico Tulli

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https://left.it/2017/09/29/chiesa-e-pedofilia-chi-e-lex-parroco-ruggero-conti-evaso-da-una-clinica/

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Federico Tulli

Federico Tulli

Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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