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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Georg Ratzinger: “Non avevo capito che c’erano abusi sessualiˮ

Georg Ratzinger: “Non avevo capito che c’erano abusi sessualiˮ

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Luglio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Questo ha dichiarato il fratello di Benedetto XVI quando è stato ascoltato durante l’inchiesta promossa dalla diocesi di Ratisbona.

«Non avevo capito che c’erano abusi di carattere sessuale». Questo ha dichiarato Georg Ratzinger, il fratello del Papa emerito Benedetto XVI, quando è stato ascoltato durante l’inchiesta sugli abusi avvenuti sui piccoli cantori del Duomo di Ratisbona dal dopoguerra fino ai primi anni Novanta. È stata la diocesi, e dunque la stessa Chiesa cattolica a promuovere e a finanziare un’indagine indipendente, favorendo anche la possibilità per le vittime di testimoniare in forma anonima. Lo Stato tedesco infatti non era più tenuto a indagare su crimini ormai coperti dalla prescrizione..

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Il risultato, un solido rapporto di 440 pagine presentato dall’avvocato Ulrich Weber, com’è noto ha reso noti numeri impressionanti: 547 bambini vittime di abusi, 67 dei quali sono stati molestati sessualmente. I nomi di alcuni abusatori, nel frattempo morti, erano già noti. Fatti che non possono essere certo sottovalutati o minimizzati, pur ricordando il contesto e cioè che per decenni le punizioni corporali erano diffuse in tutte le scuole del Paese.

I racconti di alcune delle vittime sono raccapriccianti, perché parlano sia dell’abuso di mezzi di correzione ma anche di maltrattamenti al limite del sadismo e di veri e propri abusi sessuali a ripetizione, avvenuti nella scuola e nel convitto dove erano alloggiati i «passerotti del Duomo». Descrivono di pestaggi a sangue da parte degli stessi soggetti autori delle molestie sessuali: per questo l’avvocato Weber ha ipotizzato che i molestatori si eccitassero picchiando i ragazzini.

Come e perché c’entra monsignor Georg Ratzinger, oggi novantreenne, in tutto questo? Il fratello di Benedetto XVI ha diretto il coro per trent’anni, dal 1964 al 1994. Dal rapporto sembra di capire, ma per questioni di privacy non è così esplicito, che gli abusi sessuali più gravi siano avvenuti negli anni Cinquanta, quando lui ancora non c’era. Monsignor Georg nel corso della sua trentennale attività di direttore ha assestato schiaffoni ad alcuni dei ragazzi e per questo ha chiesto pubblicamente scusa già sette anni fa. Non è mai stato neanche sfiorato dall’accusa di aver molestato in alcun modo i «passerotti» del Duomo. Viene però tirato in ballo perché qualcuno ha raccontato di aver parlato con lui di ciò che avveniva nella scuola.

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I nomi non sono citati per esteso, ma è evidente che quando nel rapporto si parla del «direttore del coro R.» il riferimento è al fratello del Papa emerito. In quelle pagine si sostiene che monsignor Georg avrebbe potuto dare qualche impulso a un’indagine e dunque far sì che i colpevoli venissero individuati e assicurati alla giustizia molti anni fa. Si afferma (p. 381 del rapporto) che Ratzinger era «un po’ chiuso nel suo interesse per gli aspetti musicali» e quando è venuto a conoscenza di queste voci le ha di fatto sottovalutate. Alcune notizie sarebbero arrivate all’orecchio di Georg Ratzinger già nel 1969, poi nel 1978 e infine nel 1989. Nel rapporto si osserva che «non risulta» un intervento presso le persone autorevoli con e quali Georg era in contatto, un’allusione al fratello arcivescovo e cardinale, e allo stesso vescovo di Ratisbona.

In un’altra pagina del rapporto (380, nota 2495) si conferma che è stata raccolta la testimonianza del fratello del Papa emerito. Georg ha dichiarato di essere stato a conoscenza di abusi di mezzi di correzione, ma non di abusi sessuali: «Non avevo capito che c’erano abusi di carattere sessuale». È la posizione che già nel 2010 aveva pubblicamente manifestato in alcune interviste.

«Avendo seguito, anche in qualità di esperto, diversi processi relativi a casi di pedofilia – spiega a La Stampa il sociologo Massimo Introvigne – non trovo sorprendente che, ricordando fatti avvenuti in alcuni casi quasi cinquant’anni fa, le vittime e monsignor Ratzinger ne abbiano memorie diverse. Non significa che qualcuno menta: non solo la memoria è selettiva e influenzata dalle emozioni, ma quello che – tanto più negli anni 1960 – un ragazzo poteva raccontare non aveva certamente la precisione di una denuncia in una causa in tribunale. I ragazzi potrebbero avere fatto delle allusioni più o meno precise, che Georg Ratzinger interpretò come riferite a semplici maltrattamenti e non ad abusi di natura sessuale».

http://www.lastampa.it/2017/07/20/vaticaninsider/ita/news/georg-ratzinger-non-avevo-capito-che-cerano-abusi-sessuali-gK0pS1adzKr3RuoTGhDU1O/pagina.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.