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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

Federico Tulli by Federico Tulli
16 Gennaio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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«La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi».

Federico Tulli

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Chiesa e pedofilia, il caso italiano: il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

Dopo Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI, Federico Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

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Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

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Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

L’autore

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e Critica liberale. Sul web è condirettore di Cronache laiche, firma un blog su MicroMega, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica Babylon Post. Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

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Federico Tulli

Federico Tulli

Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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