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Preti pedofili; tra il 2 e il 4 %. Solo in Italia 5 centri di recupero. Subito una commissione parlamentare d’inchiesta

Redazione WebNews by Redazione WebNews
5 Novembre 2016
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 6 mins read
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Nel 2012 padre Federico Lombardi ha dichiarato al giornalista Federico Tulli che secondo la Santa Sede, la pedofilia del clero, in Italia è un problema sporadico.

A vedere la mappa che abbiamo prodotto raccogliendo i casi noti, quella dichiarazione sembra stridere parecchio perché nella sola Italia si contano la bellezza di circa 100 sacerdoti attualmente indagati e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni.

Di molti di loro se ne sono perse le tracce, altri invece ricompaiono dopo anni passati non si sa dove in altre parrocchie, lontani da dove avevano commesso gli abusi. Altri vengono invece mandati si dice a curarsi in strutture della chiesa.

Siamo così andati a cercare di capire quanti di questi “rifugi” esistono in Italia. In questi luoghi vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari, una permanenza comoda e confortevole che piace anche ai tribunali che si tolgono così il problema di dover proteggere un pedofilo in un carcere.

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In Italia abbiamo contato cinque di questi “rifugi”, ultimo di questi Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (PG), dotata di ben 56 posti letto e situata in mezzo alla campagna.

C’è poi Villa Iride, Verbania, dispone di 18 camere, tutte con bagno privato, spazi comuni, di una cappella e una serra dove gli ospiti possono coltivare ortaggi e erbe aromatiche. Prima era considerata una prigione, oggi solo una casa per dimenticare.

La Casa Madre di Trento (VB) gestita dai Padri Venturini, dove ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri.

Scendendo al sud, oltre a Villa Sacro Cuore (PG) di cui vi parlavamo prima, sempre in provincia di Perugia, a Collevalenza, troviamo il Santuario dell’Amore misericordioso, dove i vescovi italiani, per anni, hanno svolto le loro assemblee generali (la comunità dell’Amore misericordioso, che gestisce una casa annessa al santuario dove sono ospitati sacerdoti con problemi che vanno dall’alcool alla pedofilia).

Infine, almeno per quanto siamo riusciti a documentare finora, l’Oasi di Elim, la «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma, che ironia della sorte, sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina).

In tutte queste strutture vengono seguiti percorsi di vario genere, da quello terapeutico a quello spirituale, in ogni caso però la pedofilia viene trattata come una malattia dando così l’idea di curarla, e alla fine del percorso, spesso dettato solo dall’esigenza, vengono reintegrati nelle parrocchie.

Va detto però che la pedofilia è una grave devianza della personalità, la percentuale dei pedofili che anche dopo il carcere tornano a reiterare il crimine è altissima.

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Viene da sé che reintegrare un sacerdote con tali devianze in una parrocchia è quanto meno rischiosissimo. Lo vieterebbe anche la recente introduzione del certificato anti pedofilia, se non fosse che in Italia sono esenti dall’esibirlo non solo i preti, ma ahimè anche tutte le categorie storicamente più a rischio come quella del volontariato o dei lavoratori autonomi.

Questa leggerezza nella prevenzione, i frequenti insabbiamenti per evitare gli scandali e i palliativi come questi, sono spesso la causa dell’altissima percentuale degli abusi che avvengono nel clero.

Anche se l’Italia, a differenza di molti altri Stati Membri dell’UE, non ha mai voluto avviare una Commissione Parlamentare di Inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno, un dato attendibile, anche se in difetto con quello del 4% dichiarato nel 2009 dal cardinale Claudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero, riusciamo ad averlo ugualmente.

In un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica (luglio 2014), papa Francesco dichiara che «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento».

Secondo Federico Tulli, uno dei più autorevoli esperti in materia che abbiamo in Italia, autore di ben due libri sul fenomeno della pedofilia clericale, quel 2% di preti indicato da papa Francesco “Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc). L’affermazione di Bergoglio non è mai stata smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo di Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600.

Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.”

Su questa sua ultima affermazione, purtroppo, troviamo un recentissimo riscontro nel caso sollevato proprio dalla Rete l’ABUSO, l’inserimento da parte del Ministro Maria Elena Boschi di un sacerdote nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia, una scelta a dir poco grottesca tenuto conto che entrambi gli stati, Italia e Vaticano, sono tutt’ora inadempienti alle raccomandazioni fatte nel 2014 dalla Commissione Onu per la tutela del fanciullo.

Persino la commissione anti pedofilia creata da papa Francesco si è arenata vedendo uno dei suoi membri, l’attivista Peter Saunders abbandonare sbattendo la porta e dichiarando che la commissione non sta facendo nulla per il contrasto della pedofilia.

In questi sette anni di attività la Rete L’ABUSO si è anche rivolta più volte alle varie forze politiche chiedendo una Commissione Parlamentare d’Inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno. Nel 2013 chiedemmo al M5S, nel 2015 al PD con il quale eravamo addirittura riusciti a formulare un testo che comprendeva anche quanto aveva fatto emergere il Comitato Onu per la tutela del fanciullo, ma in entrambe i casi l’interrogazione non fu mai depositata.

Siamo coscienti che la pedofilia non si trovi soltanto nella chiesa, ma oltre le percentuali senza dubbio spaventose che questa ha e che al momento nessuno contrasta, detiene anche un’altissima percentuale di impunità per via di una serie di motivi, tra cui la prescrizione.

Crediamo che da parte del governo, sarebbe utile cominciare a porsi un ragionevole dubbio sul fatto che nel nostro paese la pedofilia clericale possa essere un problema di dimensioni notevoli e che sia utile iniziare affrontarlo, anche se questo disturba la chiesa.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.