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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

Francesca Lagatta by Francesca Lagatta
7 Settembre 2016
in Abruzzo - Molise, Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 4 mins read
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È l’aprile del 2009. Giada Vitale, ha 13 anni  appena, ha perso da poco l’adorata nonna e il suo papà, è fragile, è confusa, e, soprattutto, è ancora una bambina. Per soffocare quel dolore, prende parte alle prove del coro parrocchiale, per sentirsi meno sola e perché lì dentro si sente al sicuro, confortata dallo sguardo misericordioso di quel Cristo sulla croce in fondo alla chiesa. Si fida la piccola Giada, si fida di chiunque e cerca amore negli occhi di quelle persone che, occhi al cielo e mani alzate, invocano Dio da mattina a sera.

Si fida ciecamente anche di don Marino Genova, anche quando, con la scusa dell’amore e della misericordia, comincia ad accarezzarle prima il viso, poi il corpo, congedandosi con una benedizione e tanto di segno della croce in fronte. Ha 55 anni don Marino, dice messa nella chiesetta di Portocannone, cittadina molisana di 2600 anime, e per Giada è un punto di riferimento spirituale, uno che potrebbe essere considerato un padre, soprattutto da quando la vita le ha portato via il suo senza pietà, all’improvviso.

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Così, Giada intrattiene rapporti intimi con quell’uomo per quattro anni, durante i quali lei ne diventa completamente succube. Se lui le chiede di andare a casa, lei va. Se lui si spoglia, lei già sa cosa fare. Agisce in automatico, non riesce a reagire, a denunciare, ad opporsi alla sua volontà. Come se il suo cervello avesse smesso di ragionare. Così come raccontano tutte le vittime di abusi sessuali.

Ma fortunatamente, il corpo della ragazzina, a lungo andare, si ribella al posto suo. Lo stomaco e la testa fanno i capricci, non riesce a concentrarsi, tanto che, a un certo punto, deve lasciare la scuola. È arrabbiata, delusa e fortemente provata. E quando qualcuno se ne accorge, ha già 17 anni. Ma per Giada è l’inizio di una nuova vita. È come se improvvisamente avesse preso coscienza di ciò che le era accaduto. La donna con cui si confida, la convince a recarsi dal Vescovo e raccontargli tutto. È ottobre del 2012.

Quando Monsignor Gianfranco De Luca, ancora oggi a capo della diocesi, sente la versione della giovane, chiede spiegazioni a don Marino. Il prete, come un bimbo scoperto a rubare caramelle, conferma tutto. Ed ecco che arriva la punizione “esemplare”: viene allontanato dalla parrocchia. Da Portocannone va a dire messa in quel di Termoli, un mese dopo, senza che nessuno lo avesse nemmeno affidato a una qualche chiesa.

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A quel punto, Giada non ha che da presentare formale denuncia in Procura. Ma ha timore per quello che potrebbe succedere, delle chiacchiere della gente, delle ritorsioni, e, prima di trovare il coraggio, passano sei mesi. Le accuse sono gravissime, gli episodi descritti nella querela mostrano un quadro raccapricciante. La ragazzina racconta di molestie, palpeggiamenti e carezze, che molto spesso sfociavano in rapporti sessuali. Ma le leggi vaticane, per tutto questo schifo, prevedono una pena, che pena, a conti fatti, non è. Nell’autunno 2013, la Dottrina per la Congregazione della Fede infligge due anni di sospensione “a divinis” e un po’ di riposo  in una di quelle strutture in cui dicono di curare i preti affetti da patologie legate alla sfera sessuale. Per 24 mesi è interdetto dalle sue funzioni sacerdotali.

Ma il peggio di questa triste storia arriva con la sentenza del giudice Daniele Colucci, in servizio al tribunale di Larino, il quale scrive, nero su bianco, che, quella tra Giada Vitale e don Marino Genova, è da considerarsi una vera e propria relazione amorosa. Con il consenso di entrambi, anche se Giada era poco più che una bambina, aveva perso da poco i suoi affetti più importanti ed era plagiata al punto di non avere la forza di reagire. Anche se il PM ha parlato di consenso ancora prima di concederle il colloquio.

Così, Colucci, assolve don Marino da tutti i suoi peccati, anche perché, si sottolinea nella sentenza, seppure l’adolescente fosse psicologicamente fragile e incapace di reagire, il parroco, non essendo uno psicologo, non poteva accorgersi del disagio mentale. Non era tenuto a somministrargli alcun farmaco. È scritto proprio così.

Lo rinvia, però, a giudizio, per i reati perpetrati tra l’aprile e il giugno del 2009, periodo durante il quale Giada intratteneva la “relazione amorosa” con il prete ma non aveva ancora compiuto 14 anni. Ma, tenuto conto che, come si difende l’indagato, si è trattato solo di baci innocenti e qualche palpatina, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa, il giudice ipotizza unicamente il reato di atti sessuali con minore, facendo leva, ancora una volta e implicitamente, sul consenso della vittima. Non si tratta, quindi, né di pedofilia né abusi sessuali. Così è deciso.

A Giada Vitale, oggi 20enne e discreta musicista, le ferite dell’anima tornano a sanguinare come quando quell’uomo, adulto e perverso, diceva di volerle bene come Gesù Cristo e invece le stava portando via, per sempre, una parte di sé. E con la voce rotta di rabbia e disperazione, dopo mesi di silenzio nel quale si era rintanata, oggi torna a chiedere giustizia allo Stato italiano e di rivedere un processo per molti aspetti ambiguo: «Vi prego,  fate riaprire il mio caso.».

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Fortunatamente, la ventenne non è sola. Già da tempo, il suo caso è stato preso in carico dall’associazione nazionale Rete l’Abuso onlus, che, dal 2009, opera come osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dalle confessioni religiose, garantendo protezione e aiuto alle vittime dei preti pedofili. Il presidente Francesco Zanardi, che segue la vicenda personalmente, ha espresso tutto il suo disappunto per una sentenza ingiusta e di cattivo esempio. «Al di là del caso Vitale, che parla da sé – specifica Zanardi -, tale verdetto mortifica tutte le vittime di abusi e violenze sessuali. È una sentenza che legittima chiunque a sfogare le proprie pulsioni sessuali, qualora l’abusato non può o non ha il coraggio di ribellarsi.». Poi conclude: «Questa sentenza crea un precedente aberrante, ma noi non permetteremo che l’intera vicenda passi inosservata, e di certo non lasceremo mettere la parole “fine”».

Francesca Lagatta

[email protected]

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Francesca Lagatta

Francesca Lagatta

Giornalista addetta all'Ufficio stampa della Rete L'ABUSO

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.