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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Giugno 2016
in World
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Le vittime degli abusi sessuali perpetrati dal sacerdote libanese maronita di Beirut Mansour Labaki attendono da anni dignità e giustizia e una riabilitazione sociale che, in Libano, può venire solo se la Chiesa maronita riconosce il prete colpevole. Ciò non sta accadendo, malgrado egli sia stato condannato da un tribunale ecclesiastico per pedofilia su ragazze minorenni e la Congregazione per la Dottrina della Fede (CdF) lo abbia già sanzionato (19 giugno 2013). Ma Labaki gode di autorevoli protettori (si è esposto per lui perfino il patriarca della Chiesa maronita, card. Béchara Boutros Raï, e non è chiaro cosa lo abbia spinto, v. Adista Notizie n. 13/16), tanto che in Libano sono le vittime ad essere sotto accusa, a rischio della loro stessa vita, e denunciate. Abbiamo chiesto a una di loro, Marilene Ghanem, di spiegare quali difficoltà incontrano nel Paese mediorientale e soprattutto perché. Potrà aiutarle il motu proprio di papa Francesco “Come una madre amorevole” (v. Adista Notizie n. 22/16) che prevede la rimozione dei vescovi “negligenti” che nulla hanno fatto per proteggere dagli abusi i piccoli e gli indifesi? Non ci crede molto Marilene, che accusa di “negligenza” anche la Chiesa di Roma.


Ad oggi, il Libano è forse l’unico Paese in cui la pedofilia perpetrata dai preti non viene riconosciuta come crimine dalla Chiesa locale. Anzi, quest’ultima, non contenta di seguire una stretta politica di protezione del prete pedofilo, attacca le vittime sulle reti televisive e attraverso la stampa, addirittura impegnando il suo capo e guida spirituale, il patriarca di Antiochia Béchara Boutros Raï.

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Le vere motivazioni che spingono le autorità ecclesiali autoctone a reagire in questo modo sono molteplici, ma possono riassumersi in un’unica ragione: evitare lo scandalo. Mentre le ragioni che esse adducono sono ben altre, ovviamente celate dietro riflessioni di alto livello teologico oppure ammantate da scuse demagogiche tipo la salvaguardia della situazione precaria dei cristiani del Medioriente.

Infatti, coloro che credono alla colpevolezza di Labaki incitano sordidamente i mass media a dissimulare perché, dicono, siamo in una società che convive con l’Islam, per cui non possiamo stendere il bucato sporco dei prelati alla luce del sole. L’invito è a tacere e sopportare per non indebolire la presenza cristiana: meglio, secondo loro, tenere sotto chiave il marcio sordido presente nella Chiesa che esporre la malattia di alcuni di fronte a tutti.

Coloro che non credono alla colpevolezza di Labaki non riescono ad accettare la contraddizione tra l’immagine e la sostanza, ovvero le opere di bene che questo sacerdote ha compiuto e le gravi colpe, addirittura crimini, che gli sono stati irrevocabilmente imputati dal Vaticano. Eccoli ricorrere allora alla teoria del complotto, motivata secondo loro dall’invidia delle autorità ecclesiastiche altolocate (anche vaticane) nei confronti del successo del sacerdote (autore di libri, cantautore stimato, fondatore di due case per orfani, ecc.) e “dimostrata” dalla corrispondenza per mail intercorsa tra le vittime e le suddette autorità, ottenuta per sottrazione fraudolenta e in seguito abilmente maneggiata e consegnata, dal patriarca stesso, a papa Francesco a prova dell’innocenza del pedofilo Labaki. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe di volta in volta la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

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Essi non credono alla colpevolezza di Labaki perché incapaci di vedere e accettare l’altra faccia della medaglia, quella oscura. Non era stato così anche per Marcial Macial Degollado, per citarne solo uno a titolo d’esempio? Quest’ultimo era persino amico di Giovanni Paolo II, tanto che il suo caso non è affiorato che dopo il decesso del papa.

Per screditare le vittime e salvare il “lupo”, la Chiesa maronita, tramite alcuni predicatori su Telelumière e NourSat, mantiene l’ambiguità circa la condanna definitiva di Labaki. Come? Sovrapponendo il tribunale civile a quello ecclesiastico. Il noto sacerdote libanese p. Marwan Khoury sostiene, contro l’evidenza del Diritto canonico e della prassi della Chiesa d’Occidente, che la CdF allontana qualsiasi prete dalle sue funzioni sacre appena lo si accusa di pedofilia, ma si riserva di pronunciarsi definitivamente solo alla fine dell’indagine e di fronte alla condanna da parte dei tribunali civili. Non è vero. Una domanda sorge spontanea: se la Chiesa libanese non chiarisce questo equivoco, perché Roma persiste a tenere sotto silenzio la sentenza definitiva contro Labaki pronunciata nel 2013? Eppure io ho incontrato nel 2013 il numero due della CdF, mons. Ladaria, per metterlo in guardia contro le possibili e future mosse del mostro che, purtroppo, continuano ad avverarsi a danno delle vittime libanesi. Il silenzio vaticano non fa che accrescere il dubbio sulla sincerità delle vittime e la colpevolezza del carnefice.

E non finisce qui. In Libano, è in atto un processo contro le vittime che sono accusate di falsa testimonianza, diffusione di materiale privato e associazione a delinquere. Questa è la seconda denuncia con questa accusa, giacché quella pronunciata nel 2014 è stata ricusata dal giudice per dichiarazione di incompetenza.

Questo è il Libano, un Paese dove aleggia una democrazia fantasmagorica ma dove in pratica vige una legge ferrea, quella del confessionalismo religioso. È la mancanza di laicità che ci impedisce di trattare persino le tematiche più gravi da un punto di vita antropologico e ci obbliga a ricorrere sempre alla religione per giustificare l’operato, anche il più becero, degli uomini di dio (sia chiaro, con la lettera minuscola).

La mia esperienza mi porta a concludere che i discorsi del papa, come il sostegno alle vittime e la sua conclamata affermazione della tolleranza zero, persino l’ultimo suo motu proprio sulla negligenza dei vescovi, lasciano il tempo che trovano e le vittime nella loro disperazione. Ne sono prova le molteplici associazioni pro-vittime che spopolano su internet e accusano l’indifferenza e la negligenza delle alte sfere ecclesiastiche. Io stessa non ho ricevuto nessuna risposta, né dal papa né dal card. Parolin, alle mie lettere in cui espongo dettagliatamente la situazione critica delle vittime libanesi. Ne va della nostra vita, e non sto esagerando. Mansour Labaki a suo carico ne ha una settantina, quelle che hanno avuto il coraggio di sporgere denuncia. Sono sicura che ce ne sono altrettanto nascoste, fagocitate dalla paura e dalla vergogna di denunciare.

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La logica che la Chiesa persegue? Per ora è solo punitiva nei confronti dei sacerdoti pedofili, nell’intento di espellere il male dal suo interno, noncurante della formazione oscurantista dei seminari di cui questi preti sono il frutto; di certo non è riparativa nei confronti delle vittime di abuso: il telefono del Comitato dei 9 che il papa ha istituito per le vittime squilla sempre a vuoto.

* Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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