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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Chiesa e pedofilia, il cardinale Pell: «Abbiamo sbagliato troppo»

Chiesa e pedofilia, il cardinale Pell: «Abbiamo sbagliato troppo»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Marzo 2016
in Città del Vaticano
Reading Time: 5 mins read
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Città del Vaticano – Il cardinale George Pell ha il volto provato. Non è stata una settimana facile per il «ministro dell’Economia» vaticana. I fantasmi di un lontano passato, le ferite ancora aperte nell’anima delle vittime dei preti pedofili, gli insabbiamenti avvenuti nelle diocesi di Ballarat e Melbourne hanno tenuto inchiodato il porporato con il fisico da rugbista per ore sulla sedia, tempestato dalle domande della Royal Commission australiana che indaga sugli abusi sui minori. Quattro audizioni notturne in videoconferenza collegato dall’hotel Quirinale di Roma, perché motivi di salute gli hanno impedito di affrontare il viaggio transoceanico. Una distanza che ha amplificato l’eco mediatica di ogni sua deposizione. In questa intervista il cardinale Pell racconta come ha vissuto questi giorni.

Che cosa ha significato per lei, dal punto di vista umano, questa esperienza?
«Le audizioni sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto. Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina. Dopo quattro nottate sono un po’ stanco».

Come definirebbe il suo comportamento all’epoca dei fatti? Ha qualcosa da rimproverarsi?
«La Chiesa in Australia ha radicalmente migliorato più di vent’anni fa il modo di rispondere agli abusi sessuali sui minori. Sono contento di aver avuto un ruolo significativo nello stabilire un nuovo sistema indipendente, “The Melbourne Response”. Il programma prevede un’indagine indipendente e una valutazione delle accuse da parte di un avvocato con esperienza; tutto il sostegno possibile per ogni sopravvissuto, senza distinzioni; il risarcimento per le vittime. Il mio comportamento da arcivescovo di Sydney e di Melbourne è stato esaminato dalla Royal Commission e da una speciale inchiesta parlamentare. Le conclusioni emerse finora rispecchiano la testimonianza che ho dato, sono contento di questo. Le audizioni riguardano il modo in cui la Chiesa ha gestito gli abusi 30 o 40 anni fa. All’epoca purtroppo, troppe volte gli autori sono stati trasferiti e i loro crimini coperti. Allora se ne parlava molto meno, c’era una sorta di velo di silenzio. Per quanto mi riguarda, vorrei che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune accuse».

Lei ha ammesso di aver ricevuto notizie sui comportamenti scorretti di un insegnante dei Fratelli Cristiani. Perché allora non ha fatto di più?
«Ho risposto durante l’ultima audizione, è importante capire il contesto. Io ero prete da poco, e sebbene io fossi vicario episcopale, avevo un ruolo consultivo, non esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane, io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Mi fidavo del suo giudizio e inoltre ritenevo che, avendolo lui riferito ai Fratelli Cristiani, anch’essi fossero capaci di affrontare la situazione. Quel “fratello” insegnante venne rimosso. Oggi, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini».

I vescovi hanno tutelato i carnefici e non le vittime. Perché c’era questa mentalità?
«A quel tempo, almeno nel mondo anglosassone, non comprendevamo il danno tremendo fatto alle vittime. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia non erano coscienti dei comportamenti segreti e recidivi di molti pedofili. La Royal Commission sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e sottovalutavano la probabilità che ricadessero nei loro crimini».

La Chiesa è in grado di affrontare il fenomeno? Bastano le norme o bisogna cambiare la mentalità?
«In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio al fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime. Questo ha ridotto il numero degli abusi, assicurando che quando questi crimini accadono, vengano gestiti con trasparenza, in collaborazione con le autorità civili. C’è anche una più rigorosa selezione dei seminaristi. Dobbiamo continuare a fare il possibileperché questi terribili crimini non riaccadano. È importante avere protocolli chiari, riconosciuti e applicati. Questo crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità. Chiaramente rimane fondamentale la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi».

Come ha vissuto la sofferenza degli abusati?
«Giovedì ho incontrato una dozzina di sopravvissuti di Ballarat, ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro in certi momenti commovente. Noi tutti vogliamo migliorare le cose, specialmente per le vittime e le loro famiglie e io intendo continuare ad aiutare il gruppo a lavorare in modo efficace, in particolare con la Commissione Pontificia per la protezione dei minori. Anche un solo suicidio è troppo. Ci sono stati tanti tragici suicidi. Mi impegno a lavorare con i gruppi affinché il suicidio non sia considerato una scelta possibile».

Che cosa ha detto alle vittime?
«Nel corso degli anni ne ho conosciuto tante. La mia priorità non è dire loro qualcosa, ma ascoltare le loro storie, con empatia, spiegando i passi che la Chiesa sta compiendo per la prevenzione. È importante che capiscano che crediamo a loro. Non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che loro provano. È stato angosciante leggere i rapporti che descrivono le loro storie. La Chiesa deve dotarsi di servizi di assistenza psicologica per aiutare le vittime a portare il peso della loro sofferenza: per me questa è stata sempre una priorità. Come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime. Giovedì scorso, mi sono impegnato ad aiutare i sopravvissuti di Ballarat e a mettere in campo risorse per realizzare un centro di ricerca per studiare i metodi di prevenzione. Il progetto è ancora allo stato embrionale, proprio ieri l’Università Cattolica australiana si è impegnata ad aiutare questa importante iniziativa».

Lei ha detto di avere «il sostegno del Papa»? Ne avete parlato?
«Il Papa ha sempre dato sostegno alle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i minori e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato di questo con il Papa in varie occasioni. Ogni giorno ho mandato a lui e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni. Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi, lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime. Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà».

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2016/03/05/ASjUohqB-sbagliato_pedofilia_cardinale.shtml

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