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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

Francesca Lagatta by Francesca Lagatta
27 Settembre 2015
in Campania
Reading Time: 5 mins read
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Diego Esposito non ha più paura di affrontare i fantasmi del suo passato. Che poi non sono affatto fantasmi, ma abusi reali, subiti quando era poco più di un bambino. Ne parla come se quello strazio avesse squarciato l’anima di qualcuno altro. In verità, spiega lui, dai danni causati dagli abusi sessuali non si guarisce mai, ma far parte di un’associazione che tutela le vittime di violenza lenisce un po’ le ferite, ti toglie di dosso quella terribile convinzione di essere complice del tuo aguzzino.

E, cosa più importante, ti fa capire che ricominciare a vivere è non solo un diritto ma un dovere verso se stessi. Anche quando manca la forza. Diego l’ha ritrovata a 25 anni, otto anni dopo la fine di quell’incubo, quando il suo corpo, per fortuna, s’è ribellato al posto suo. Il giorno in cui il giovane napoletano, oggi 40enne, rivelò quel terribile segreto, fu dopo l’ennesimo ricovero in ospedale.

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Era diventato ormai un vizio, accusava ormai da anni dolori allo stomaco lancinanti e sveniva, sveniva di continuo. I medici lo avevano sottoposto ad ogni sorta di controllo: gastroscopie, tac, lastre, raggi, risonanze, ma niente. Diego non presentava alcuna patologia. Fu allora che di fronte all’opera incessante dello psicologo fu costretto a tirare fuori quel dolore che lo stava consumando.

Il suo viaggio a ritroso nel tempo lo riportò a quel giorno maledetto in cui per la prima volta Silverio Mura, sacerdote e insegnante di religione in un istituto scolastico di Pollena Trocchia (Na), interruppe tragicamente la sua adolescenza. «Era il mio insegnate. La mia famiglia ed io, devotissimi, vedevamo in lui quella figura divina e misericordiosa che è Dio. Non ci vedemmo nulla di strano quando mi invitò, in un pomeriggio qualunque, ad andarlo a trovare a casa sua. Anzi mi sentii onorato». Diego aveva solo 13 anni e la sua innocenza gli impedì di capire cosa sarebbe successo di lì a poco quando mise piede in quella casa di celestiale pare avesse ben poco. «Appena arrivai nel soggiorno notai che don Silverio stava guardando “L’esorcista”. Io ebbi subito paura, ma mi costrinse a guardare quelle scene orribili. Solo dopo lo psicologo mi ha spiegato che quello fu il suo modo per intimorirmi e rendermi innocuo. Così, quando mi chiese di spostarci in camera da letto fui addirittura felice, lì non c’era la tv. Ma una volta in quella stanza, spostò un divano dietro la porta per impedire che sua madre e sua sorella entrassero. Si sdraiò sul letto e mi chiese di fare lo stesso. Cominciò ad accarezzarmi e poi mi baciò, diceva di volermi bene. Non so spiegare bene cosa provai, un misto di paura, vergogna e ribrezzo che mi impedì di reagire».

Il racconto che segue dopo è osceno, devastante. Un bambino immobile e terrorizzato che viene abusato ripetutamente con il sottofondo delle urla agghiaccianti dei protagonisti di film horror. Quasi tutte le volte. Anche tre volte a settimana. Per cinque anni. Diego sin da subito comincia ad avvertire i primi malesseri, vomita spesso, e così un giorno minaccia di rivelare tutto. Ma il prete non si lascia intimorire e decide di fargli un regalo: gli compra una moto di piccola cilindrata. E per assicurarsi che il ragazzino mantenga il silenzio, va spesso a pranzo a casa sua guadagnandosi la fiducia dei genitori. È solo il tempo a mettere fine allo scempio, quando il giovane ha poco più di 17 anni e l’orco smette di manipolargli il cervello.

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«La mia mente era come rapita, la comandava da lui, anche a distanza, forse anche oggi che non lo vedo più da anni. Ha creato come una dipendenza, non sarei nemmeno capace di fargli del male. Forse lo temo ancora, ho ancora paura, questo è sicuro. Non so se lei riesce a capire cosa è successo».

Diego cerca di dimenticare in fretta. Pochi mesi più tardi incontra la donna della sua vita, quella che sposerà soltanto due anni dopo proprio al cospetto di don Silverio, il quale battezzerà anche due dei suoi tre bimbi venuti al mondo. È il 2010 quando il suo medico lo costringe a denunciare.

Alla Procura consegna, insieme a una dettagliata testimonianza, un video pubblicato anche dal sito del programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura) in cui la vittima ha registrato di nascosto la conversazione, piuttosto esplicita, tenuta con il parroco e informa anche il Cardinale Sepe.

La sua battaglia, però, risulta sembra vana. Il pedofilo, denunciato nel frattempo anche da altri ragazzi, viene soltanto trasferito, questa volta a Nola (Na), dove gli viene tranquillamente concesso di insegnare in una scuola media, mentre il processo, per via delle assurde leggi vigenti che riguardano il reato di pedofilia, cade in prescrizione. Il suo avvocato, Sergio Cavaliere, però, non si arrende. Innsieme al suo assistito scrive un’accorata lettera a Papa Francesco, il quale risponde tempestivamente alla missiva ordinando il trasferimento di Silverio Mura presso una struttura adeguata, dove pare si trovi adesso, e chiede di aprire nuovamente il processo a suo carico.

Ma è qui che comincia nuovamente il dramma della povera vittima. Quando si rivolge alla curia per avere informazioni sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo, nessuno si rende disponibile. Così, nel luglio scorso il giovane, in preda alla disperazione, invia una mail in cui minaccia di spararsi un colpo alla testa in caso di mancata risposta. Dalla curia continuano a non rispondere, ma in compenso la leggono e la inoltrano alla Procura. Per Diego è la fine. Il suo lavoro necessita della licenza del porto d’armi, prontamente revocato dopo la missiva. Non solo Stato e Chiesa non lo tutelano, ora lo lasciano anche senza lavoro.

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A questo punto, per protesta, si reca sotto gli uffici della curia gridando di volere una Chiesa pulita e trasparente. Ma per poco. Arrivano sul posto dieci pattuglie di polizia e lo portano via. Decide di raccontare tutto alla stampa ma, secondo la sua versione, molti giornalisti si rifiutano di pubblicare la sua storia. Forse perché certi giornali hanno perso il coraggio di denunciare o più semplicemente perché non hanno mai smesso di aver paura di certi poteri.

Diego, però, è testardo, lui invece non ha mai smesso di credere nella Giustizia e in Dio, nonostante tutto, e, forte delle sue dieci pillole giornaliere che provano a calmargli ansie e paure, rimane fermamente aggrappato alla sua ultima e flebile speranza: la lettera che il suo avvocato sta nuovamente inviando al Santo Padre.

Francesca Lagatta

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Francesca Lagatta

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Giornalista addetta all'Ufficio stampa della Rete L'ABUSO

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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