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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Chiesa e pedofilia, se un vescovo muore alla Penitenzeria

Chiesa e pedofilia, se un vescovo muore alla Penitenzeria

Redazione WebNews by Redazione WebNews
31 Agosto 2015
in Città del Vaticano
Reading Time: 3 mins read
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L’improvvisa morte del vescovo pedofilo Wesolowski, ai domiciliari in Vaticano proprio di fronte all’abitazione di Bergoglio, in attesa di essere giudicato anche penalmente.

La notizia della morte del vescovo polacco mons. Wesolowski mi ha colto di sorpresa. L’ex nunzio vaticano a Santo Domingo, sottoposto a un processo penale per pedofilia dalla Santa sede, l’11 luglio scorso alla vigilia della prima udienza era stato colto da un leggero malessere costringendo il tribunale di Bergoglio a rinviare lo storico appuntamento “a data da destinarsi”. Wesolowski a quanto pare era stato messo ko da qualche pillola e una abbondante dose di alcool. Dopo pochi giorni di ospedale e, immagino, i dovuti accertamenti medici, è stato dimesso. A metà luglio il vescovo 67enne stava di nuovo bene e si trovava agli arresti domiciliari nel Collegio dei Penitenzieri, di fronte a Santa Marta, l’abitazione di papa Francesco. Venerdì 28 agosto, alle prime ore della mattina, è stato trovato morto nella sua stanza. “Per cause naturali”, recita la sintetica nota emessa dalla sala stampa della Santa sede. Per poi aggiungere: “Il Promotore di Giustizia ha ordinato un’autopsia, che sarà effettuata oggi stesso e i cui risultati saranno comunicati appena possibile. Il Santo Padre è stato doverosamente informato di tutto”.

Pochi minuti dopo aver letto il comunicato ho ricevuto una telefonata dalla Polonia. Era la collega Aleksandra Maniewska di Tvn24 che mi chiedeva un commento da mandare in onda in giornata. “Quale è stata la prima cosa a cui hai pensato quando hai saputo?”. Mi sono chiesto perché fanno l’autopsia a una persona dichiarata morta per cause naturali, le ho risposto. E poi le ho detto quello che ho appena scritto e perché sono sorpreso. Prima il rinvio del processo penale e ora un processo che non si fa più. Sarebbe stato il primo al di fuori del Sant’Uffizio, nella lunga storia della pedofilia clericale (circa 1700 anni da San Damaso). In base alle nuove norme penali emanate da Bergoglio nel 2013, come ricostruisce repubblica.it l’ex presule era sotto processo per atti di pedofilia commessi a Santo Domingo (nei 5 anni in cui ha ricoperto l’ufficio di nunzio apostolico, dal 24 gennaio 2008 alle sue dimissioni del 21 agosto 2013) e per detenzione di materiale pedopornografico (anche durante il suo soggiorno a Roma dagli ultimi giorni di agosto 2013 sino al suo arresto in Vaticano, il 23 settembre 2014). I capi di accusa a lui contestati erano cinque: detenzione di materiale pedopornografico, pedofilia in concorso con il diacono Francisco Occi Reyes, ricettazione di materiale pedopornografico, lesioni gravi alle sue vittime adolescenti, condotta che offende la religione e la morale cristiana per aver visitato siti pornografici. Rischiava almeno 7 anni di carcere e nuove richieste di estradizione da parte della Rep. Dominicana e della Polonia. E forse anche da altri. Segnalazioni di possibili abusi erano giunte in questi due anni da Paesi di tre continenti in cui Wesolowski aveva svolto la sua carriera diplomatica, o nei quali era entrato e uscito a suo piacimento grazie al passaporto diplomatico della Santa sede. Fatti comunque da accertare (ora non più).

“La pedofilia è un crimine seriale, gli abusi di Wesolowski sono andati avanti per anni. Quando è stato richiamato in Vaticano era appena partita un’inchiesta a Santo Domingo. Quando è stato arrestato dai gendarmi di Bergoglio, su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale – ho detto alla TV polacca -. Difficile pensare che tra i suoi collaboratori o superiori nessuno abbia mai ricevuto una segnalazione. Una cosa però è sicura: Wesolowski porta con sé nella tomba la sua versione dei fatti. Una versione che non è mai uscita né uscirà dalle Mura leonine”. Quindi molto probabilmente non conosceremo mai i nomi ‘illustri’ di chi ha coperto i suoi crimini. Crimini per i quali era stato già condannato secondo il diritto canonico dalla Congregazione per la dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), e ridotto allo stato laicale da Bergoglio. A proposito dello stato laicale contro cui Wesolowski aveva fatto appello, segnalo un’ultima cosa che mi ha colpito leggendo le cinque righe del comunicato ufficiale emesso dalla Santa sede. Precisamente nel titolo, che nella seconda parte recita così: “Decesso di S.E. Mons. Józef Wesołowski”. Eminenza e Monsignore, due titoli oggettivamente poco coerenti con uno status laicale …. e che affibbiati ufficialmente a un pedofilo punito da un tribunale canonico lasciano intuire forse anche ai meno accorti quale sia l’effettiva portata dei proclami e degli anatemi lanciati dal gesuita argentino contro i cacciatori di bambini in abito talare.

Federico Tulli

Aggiornamento: In seguito alle “prime conclusioni tratte dall’esame macroscopico”, il 29 agosto una nota della Sala stampa vaticana ha confermato la versione del decesso per cause naturali (infarto).

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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