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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » Così i Testimoni di Geova proteggono gli abusi

Così i Testimoni di Geova proteggono gli abusi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
28 Aprile 2015
in Cronaca e News
Reading Time: 7 mins read
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Marta è una ex testimone di Geova. È uscita dopo che sua figlia, allora di solo cinque anni, aveva subito violenze sessuali dal nonno paterno. Violenze, però, che all’interno della congregazione si è preferito silenziare. Nessuna denuncia, né penale né tantomeno morale. Nessuna espulsione. Tutto insabbiato, come se niente fosse mai accaduto. Anzi: alla fine ad essere stata ostracizzata è stata proprio Marta, “rea” di essersi rivolta alle autorità competenti denunciando gli abusi che sua figlia aveva subito.

C’è un amore profondo verso i fratelli finché sei dentro. Ma se mini la stabilità interna, viene fatto in modo che tu non possa fare altro di uscire

Questa, però, è solo una delle tante storie che si potrebbero raccontare. E che narrano di una volontà, all’interno dei testimoni di Geova, di mettere a tacere qualsiasi voce, atto, denuncia che possa macchiare il buon nome dell’associazione religiosa che – almeno secondo molti e, soprattutto, secondo i fuoriusciti – tanto ricorda quella di un’organizzazione settaria. «I tratti sono quelli – racconta Rocco Politi, un ex anziano, la massima autorità all’interno delle varie congregazioni – c’è un amore profondo verso i fratelli finché sei dentro. Ma se mini la stabilità interna, viene fatto in modo che tu non possa fare altro di uscire. E a quel punto tutti coloro che prima erano tuoi genitori, figli, o semplicemente amici, non ti rivolgono più nemmeno la parola. Tu per loro semplicemente non esisti più».

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Ecco perché all’interno delle varie congregazioni si bada bene ad evitare denunce che possano toccare un fedele e il buon nome dei tesitmoni. Niente autorità giudiziaria o forze dell’ordine. Meglio risolvere tutte le questioni, anche le più delicate e penalmente rilevanti come può essere la pedofilia, all’interno della congregazione, inter nos.

Il documento riservato

Semplici fantasie? Accuse campate in aria? No. Linkiesta ha potuto visionare un documento interno, riservato non solo ai non iscritti, ma anche ai fedeli. Il documento in questione, infatti, è accessibile solo al corpo degli anziani. Il monito è da subito più che evidente: “Se gli anziani vengono a sapere di un’accusa di abusi su minori – si legge nel documento – due anziani della congregazione dovrebbero chiamare immediatamente il Reparto Servizio, che eventualmente inoltrerà la chiamata al Reparto Legale per ricevere indicazioni di natura legale”. Insomma, la prima cosa da fare non è rivolgersi alle autorità competenti, ma è contattare il “Reparto Servizio” che, secondo quanto ci racconta un anziano che è ancora all’interno, è l’organo dei cosiddetti “sorveglianti viaggianti” che, oltre a dare consigli spirituali, si occupano anche dei casi più delicati e si riuniscono per dare consigli alla congregazione. Come si legge nel documento, poi, tali sorveglianti, qualora lo ritengano opportuno (ma solo in quel caso), contatteranno il Reparto Legale per indicazioni di natura, appunto, legale.

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E così capita che quando un bambino confessa al genitore di essere stato vittima di abusi, tutto venga insabbiato, come se mai fosse accaduto nulla

«È molto difficile, se non impossibile – chiosa però il nostro anziano – che si arrivi a questo punto. Il discorso, infatti, è che nemmeno viene minimamente intavolato un discorso di ordine giudiziario». Il motivo va ritrovato, ancora una volta, in un passaggio del documento in cui si fa riferimento ad un passo biblico, un passo però che, come ci dice ancora la nostra fonte, «viene estrapolato, tolto dal contesto. Ma così non ha alcun senso». E infatti, nonostante si precisi che «gli anziani dovrebbero continuare a fare ogni sforzo per proteggere tutti nella congregazione, specialmente i più piccoli, dalle malsane pratiche del mondo», è anche vero che bisogna tenere a mente la norma scritturale del Deuteronomio, ribadita poi anche in un passo del Vangelo, secondo cui «nessun testimone singolo deve levarsi contro un uomo rispetto a qualunque errore o a qualunque peccato […] La questione dev’essere stabilita per bocca di due testimoni o per bocca di tre testimoni».

Pertanto, si legge nel documento, «anche se esamineranno qualunque accusa, gli anziani non sono autorizzati dalle Scritture a intraprendere alcuna azione a livello di congregazione fino a che non ci sarà una confessione o la testimonianza di due testimoni credibili». Cosa vuol dire questo? Che qualunque accusa, all’interno dei testimoni di Geova, ha senso e validità soltanto se ci sono due testimoni oculari o nel caso in cui l’abusante si penta e, per così dire, si autodenunci. «Ma è ovvio – commenta l’anziano a Linkiesta – che un atto di pedofilia non avrà mai alcun testimone. Non sono mica atti che si fanno in pubblico!».

Solo otto anni

E così capita che quando un bambino confessa al genitore di essere stato vittima di abusi, tutto venga insabbiato, come se mai fosse accaduto nulla. Con la conseguenza che il presunto colpevole rimane tranquillamente all’interno della congregazione. Senza, ovviamente, che pubblici ufficiali e forze dell’ordine vengano messi al corrente di nulla. Perché, come detto e come ci conferma l’anziano, «non bisogna mai chiamare la polizia, ma solo l’ufficio interno». Ed è proprio quanto accaduto in una filiale di Bari.

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Qui, secondo quanto ci racconta la nostra fonte, «un ragazzo di 27 anni, dopo un ritrovo con i fratelli, si è isolato in macchina con un bambino di 8 anni e lì lo ha spinto ad avere un rapporto orale con lui». Il bambino, appena liberatosi, è corso dai genitori e ha raccontato loro quanto accaduto. «È successo il putiferio», tanto che è stato necessario chiamare un anziano direttamente da Roma, di modo che tornasse ordine e, soprattutto, silenzio. «Alcuni nostri anziani – continua – sono stati spostati e uno che premeva affinchè si denunciasse alle forze dell’ordine l’accaduto anche perchè lavorava in questura, non sappiamo che fine abbia fatto e dove sia. Sono settimane che io provo a contattarlo senza avere mai una sua risposta. In pratica, tutto è stato sottaciuto. Gli stessi genitori del bambino, che prima chiedevano giustamente che la cosa venisse denunciata, ora d’improvviso non ne parlano più. Non escludo la possibilità che il loro silenzio sia stata pagato». Insomma, mai un procedimento, mai una denuncia. Non ci sono testimoni, non si fa nulla.

Il comitato giudiziario

Tante sono le storie come quella appena raccontata. Eppure, come ci conferma Rocco Politi, ci sono anche casi in cui scatta l’indagine interna alla congregazione. Quasi sempre, però, perché c’è un’autodenuncia ovviamente, e non perché ci siano due testimoni oculari. Ma anche in questo caso non si arriva mai ad una segnalazione alle forze dell’ordine. «No, le norme interne prevedono, a questo punto, la formazione di un comitato giudiziario composto da tre anziani che si pronuncerà sul presunto colpevole». Insomma: giustizia interna parallela a quella “ufficiale”. Sarà solo e soltanto questo comitato a pronunciarsi.

Ma allora la domanda nasce spontanea: quale potrebbe essere la condanna? Le parole di Rocco sono raggelanti: «È praticamente impossibile che si giunga ad una condanna: considerando che l’unico caso in cui si possa arrivare al comitato giudiziario è l’autodenuncia, ovviamente il colpevole si pentirà, si metterà a piangere dicendo che si è reso conto del suo “errore”. Agli anziani basta questo. E quindi verrà “assolto” poiché pentito. Tutto finirà lì». È, d’altronde, esattamente quanto capitato in una filiale del Sud Italia. Secondo quanto riferisce l’anziano ancora all’interno della congregazione a Linkiesta, «mi sono trovato davanti ad un caso per cui un signore ha confessato al corpo degli anziani di aver abusato di un ragazzino di 13 anni, costringendolo a fare sesso anale. Si sentiva turbato da quanto accaduto. Contro di lui non è stato fatto nulla, proprio perché diceva di essersi pentito». Tanto basta.

È scritto, d’altronde, nero su bianco sul documento riservato: “Quando un comitato giudiziario stabilisce che un individuo che ha abusato sessualmente di un minore è pentito, […] gli sarà concesso di continuare a essere un componente della congregazione cristiana”. Mettiamo caso, allora, che un pedofilo non si ravveda, pur confessando, dei suoi atti e dunque non si penta? «Il massimo della condanna – ci conferma Rocco Politi – è la dissociazione, viene cacciato dalla congregazione. Punto, finisce tutto lì». Non solo: nel documento, infatti, si fa riferimento anche alla possibilità che un disassociato per pedofilia, possa sempre e comunque tornare nella congregazione qualora si penta, anche se in un secondo momento. Porte aperte a tutti, dunque. L’importante è che si professi pentimento.

Le precauzioni per le “debolezze”

Quali sono, allora, le uniche precauzioni che vengono prese nella consapevolezza (taciuta) che all’interno dei testimoni di Geova (e anche nella vita quotidiana) girano a piede libero pedofili? Semplice: sarebbe “appropriato”, si legge, che gli anziani “parlassero in modo gentile ma molto schietto a chi nel passato ha manifestato tali debolezze (repetita iuvant: si parla di semplici debolezze, ndr), avvisandolo energicamente che dovrà astenersi dal manifestare affetto ai minori ed evitare di abbracciare o prendere in braccio bambini”. E ancora: non dovrà mai trovarsi da solo con un minore (che non sia suo figlio), né permettere che dei minori passino la notte in casa sua; non dovrà uscire in servizio da solo (dovrà essere sempre accompagnato da un altro adulto) e non dovrà fare amicizia con dei minori. Tanto basta. I minori possono dormire sonni tranquilli.

Chi denuncia è fuori

C’è, però, anche chi ha deciso di andare contro quanto prescrivono i documenti interni della congregazione. Torniamo a Marta, fuoriuscita dai testimoni, e alla figlia di cinque anni. Di ritorno dalle vacanze, Marta si rende conto che la figlia comincia ad avere atteggiamenti violenti, «in un modo in cui prima non lo era mai stata». E i dubbi diventano certezze quando, una notte, «mia figlia mi chiede di dormire assieme perché così, quella notte, nessuno l’avrebbe toccata». Marta, allora, comincia a chiedere conto alla figlia che, alla fine, confessa: il nonno paterno, tuttora testimone di Geova, aveva abusato di lei. Subito si reca allora dagli anziani. Ma la risposta è raggelante: «Mi dicono che probabilmente la storia era inventata dalla bambina, che non c’erano i due testimoni previsti dalla Bibbia per acclarare quelle accuse e che è normale che a quell’età la bambina potesse inventare racconti del genere. Ho risposto solo “non so che figli avete voi che raccontano queste cose a cinque anni” e sono andata via».

Marta si ritrova da sola: nessuno le crede, nemmeno il marito, padre della bimba, anche lui (tuttora) testimone di Geova. Ma lei non si arrende e decide, nonostante tutto e nonostante al tempo ancora testimone, di denunciare l’accaduto alle autorità giudiziarie. «Le indagini – continua Marta – hanno accertato che la bambina è stata vittima di un abuso sessuale. Purtroppo però il nonno non ha pagato perché nella sentenza c’è scritto che non è stato possibile identificare l’autore dell’abuso. Certo, avrei potuto fare ricorso, ma purtroppo l’avvocato che avevo era testimone di Geova, poiché non ne conoscevo altri. Sarà un caso ma ha preferito non dirmi nulla sulla possibilità di presentare un ricorso ed io l’ho saputo solo quando i termini erano ormai già scaduti».

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Lei oggi è fuori, dopo essere stata, secondo quanto racconta a Linkiesta, pesantemente ostracizzata. Il suocero, invece, così come anche l’ex marito, continua ad essere un testimone, a partecipare alle congregazioni, insieme spesso ad una marea di bambini. «È assurdo – ci dice sconsolato l’anziano con cui abbiamo parlato e che ha deciso di raccontare la sua storia – Gli insegnamenti biblici dicono tutt’altro. Qui si commettono reati e io, in coscienza, mi sento colpevole quando sento storie del genere. Parliamo di creature innocenti e mettere tutto a tacere è un vero e proprio orrore». Orrore. Appunto.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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