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Abusato 30 anni fa dal parroco mai rimosso, ora interviene il Papa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Febbraio 2015
in Campania
Reading Time: 5 mins read
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images 4Bergoglio scrive a Diego, un uomo che accusa l’insegnante di religione di aver abusato di lui quando era a scuola e aveva appena 11 anni. La sua denuncia, come rivelato da Repubblica, era stata insabbiata, ma il pontefice promette l’apertura di un procedimento

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di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

ROMA – Nella faticosa via crucis della loro esistenza le vittime dei preti pedofili non sono più sole: Papa Francesco, come un padre compassionevole, ne ascolta il lamento e promette loro giustizia. Al grido di dolore di Diego, un uomo di trentanove anni che accusa il suo insegnante di religione, don Silverio Mura, di aver abusato di lui quando ne aveva undici, Bergoglio ha risposto imponendo alla diocesi di Napoli di indagare sul caso. Mentre la città si prepara ad accogliere il Pontefice in visita pastorale il 21 marzo prossimo, sui vertici ecclesiastici napoletani pesa, come una macina da mulino,  l’accusa di aver coperto un prete pedofilo per difendere la diocesi dallo scandalo.

All’inizio del marzo 2014, Diego decide di scrivere a Papa Francesco per raccontare la sua storia e accusare il vescovo ausiliare Lucio Lemmo e il cardinale Crescenzio Sepe di aver ignorato per quattro anni le sue denunce. “Tre settimane dopo aver mandato la lettera al Papa, nella casella della posta, ho trovato una busta che portava l’indirizzo della segreteria di Stato Vaticana” racconta la vittima. La missiva, datata 26 marzo 2014, firmata da monsignor Angelo Becciu, recita: “Pregiatissimo Signore, con recente lettera ella ha indirizzato al Santo Padre espressioni di ossequio e devozione, confidandoGli in pari tempo una particolare situazione. Sua Santità ringrazia per il premuroso pensiero e per i sentimenti di fiducia manifestati e mentre invoca su di lei la materna devozione della Vergine Maria, chiede di pregare per Lui e di cuore impartisce la Benedizione Apostolica”. La lettera informa inoltre che quanto comunicato “è stato portato all’attenzione del Dicastero competente”.

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Il 14 novembre scorso, Diego riceve una mail dalla cancelleria della Curia vescovile di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre successivo “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede a carico del Silverio Mura (…)”. A raccogliere in via ufficiale le sue dichiarazioni, come primo atto dell’indagine, ci sono padre Luigi Ortagli, vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e don Orlando Barba, vice cancelliere della curia di Napoli. “Durante l’udienza il vicario mi ha spiegato che il Papa, tramite la Congregazione, ha chiesto alla diocesi di fare alcuni accertamenti” spiega la vittima.

I fatti, già denunciati dal ragazzo a RE Le inchieste di Repubblica nel 2013, iniziano a maggio del 1987. Diego frequenta la seconda media. Alla fine dell’anno scolastico riceve un invito a casa dal suo insegnante di religione e vice parroco. È questa la prima stazione della sua personale via crucis. Quel pomeriggio, racconta Diego, subisce le prime pesanti avances da parte del prete. Le violenze durano per oltre 5 anni, finché un giorno il ragazzo, ormai diciassettenne, trova la forza di porvi fine. Anni dopo una mattina, mentre è al lavoro, ha un violento attacco di panico che lo fa temere per la sua vita. Portato d’urgenza in ospedale confessa tutto a sua madre e quindi alla moglie. Al primo ricovero ne seguono numerosi altri.

“Il ragazzo arrivò da me lamentando continui e diffusi dolori fisici; non era in grado di mentalizzare la propria sofferenza e quindi la somatizzava. A tratti traspariva in lui una rabbia drammaticamente intensa” spiega lo psichiatra Alfonso Rossi: “Le istituzioni dovevano farsi carico del suo bisogno di giustizia, perché senza, un’allenaza terapeutica sarebbe stata molto difficile”

Dopo una denuncia nel 2010 presentata alla Stazione dei Carabinieri di Ponticelli in provincia di Napoli, dove Diego scopre che il reato è caduto in prescrizione, contatta la diocesi: “Il Cardinale Sepe è stato il primo a cui io e mia mamma abbiamo scritto nel maggio 2010 senza avere alcuna risposta. In seguito ci siamo rivolti al vescovo ausiliare Lucio Lemmo, che dopo un anno di tentavi andati a vuoto, ha acconsentito a ricevermi. Davanti a lui firmai una denuncia che, a detta del vicario giudiziale, è sparita”.

Dal 2010 al 2013 don Silverio Mura ha continuato a fare l’insegnante di religione e il parroco. Poi viene allontanato, ma, grazie a una ricerca effettuata da Rete L’abuso, un’associazione di vittime di pedofilia, emerge che il sacerdote ha insegnato religione anche nell’anno scolastico 2012-2013 in un istituto professionale in provincia di Napoli. “Nell’estate del 2013, dopo un’intervista che rilasciai a Repubblica, di Silverio Mura si persero le tracce. So che oggi si trova in un convento, presso una comunità per preti pedofili, come mi ha riferito Padre Luigi all’udienza”, racconta Diego.

“Un gesto di grande importanza del Vaticano”

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“Le vittime sono spesso abbandonate dalle istituzioni. Per questo il gesto del Papa ci ha molto colpito” spiega Francesco Zanardi portavoce di Rete L’abuso “Che io sappia è la prima volta che Bergoglio risponde a una vittima italiana. E’ un segno di grande umanità e senso di giustizia. Vorrei poter dire che stiamo combattendo, ognuno con il proprio ruolo, una battaglia comune contro la pedofilia e contro il potere di alcuni vescovi che nascondono questi crimini abominevoli”.

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In effetti, se le accuse venissero confermate, la vicenda di don S. sarebbe l’ultima di molte altre già note: la vittima denuncia l’abuso alla diocesi, il vescovo, anziché promuovere un’indagine formale, dispone lo spostamento del sacerdote in un’altra parrocchia, con pesanti rischi per la comunità. Nel caso di don S. ci sarebbe anche l’aggravante che il vescovo, nonostante la segnalazione di Diego, ne ha confermato l’idoneità all’insegnamento della religione cattolica.

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/02/05/news/lettera_papa_abusato_parroco-106618724/?ref=HREC1-16

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.