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Don Desio chiede di parlare al magistrato: racconto tutto, ma fatemi uscire di galera

Redazione WebNews by Redazione WebNews
4 Settembre 2014
in Emilia Romagna
Reading Time: 2 mins read
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L’ex parroco di Casalborsetti è detenuto da cinque mesi, Gip e Riesame hanno già rifiutato le richieste di domiciliari.

RAVENNA. Basta carcere, don Desio non ce la fa più e chiede di parlare col magistrato: «Niente reticenze, ora racconto tutto». Intanto, il Vaticano apre il processo canonico. L’ex parroco di Casal Borsetti è già stato sospeso “a divinis”: al momento, non può dir messa né confessare. Ma sarà la congregazione per la dottrina della fede, quella guidata fino al 2005 da Papa Ratzinger, a decidere che ne sarà del suo abito talare. Intanto la Procura continua a guardare nei pc del prete arrestato per sesso con minorenni.

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Cinque mesi di carcere. Don Giovanni Desio, 52 anni, fino al 5 aprile scorso era parroco di Casal Borsetti. Foto ammiccanti e in “borghese” sulla sua pagina Facebook, sigaretta in bocca e versi audaci: un profilo “chiacchierato”, quello del parroco che sapeva poco di prete, e le cui sciagure iniziarono quando venne ripescato dal canale dove era finito, ubriaco, alla guida del suo Suv: proprio da quella vicenda partì l’indagine che pochi mesi dopo lo travolse in pieno. I poliziotti, ad aprile, lo arrestarono con accuse pesantissime: adescamento e atti sessuali con minorenni, e ad incastrarlo erano state le sue relazioni inopportune con alcuni ragazzini che frequentavano la canonica. Ma tutto iniziò proprio con quell’incidente nel porto canale. Per difendersi da chi lo accusava, don Desio si buttò a capofitto nei social network arrivando ad usare i profili Facebook di alcuni adolescenti a cui aveva chiesto le password. Furono proprio alcuni di quei post, notati da un genitore, a far partire le indagini e a far emergere relazioni che travalicavano i limiti dei rapporti tra i fedeli e il proprio confessore.

«Fatemi uscire». L’ex parroco, sospeso da subito dai ministeri divini, ha resistito un paio di mesi in carcere (in quello di Forlì dove venne trasferito per motivi di sicurezza) prima di mostrare i primi segni di cedimento. A giugno, attraverso il suo legale Battista Cavassi, uscì allo scoperto con una parziale assunzione di responsabilità: nella sua istanza al Tribunale del Riesame per chiedere la scarcerazione, ammise di aver tenuto una «condotta inappropriata». Nulla più. Ma non bastò questo per convincere il Riesame, e nemmeno il giudice per le indagini preliminari Rossella Materia che giudicò inadeguata la struttura indicata dalla difesa come dimora per gli eventuali arresti domiciliari. E così, ad oggi, pende un ricorso in Cassazione. L’avvocato Cavassi l’ha presentato ad agosto e la Corte Suprema ha, da quando giungono gli atti, 30 giorni per decidere sull’istanza. Intanto, l’inchiesta prosegue: la Procura ha nominato il perito per spulciare altri pc del don, alla ricerca delle sue relazioni.

Nuovo interrogatorio. Ma un altro mese, don Desio non sembra reggere. «Fisicamente sta bene, ma è molto prostrato – rende noto il suo legale -. Abbiamo appena inoltrato la richiesta al magistrato. Il mio cliente vuole essere ascoltato: le reticenze della prima ora, mantenute per garantire il riserbo su alcune sue relazioni, dovrebbero cadere. Insomma, i suoi peccati vuole raccontarli tutti».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.