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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » il-punto-della-rete-labuso » Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
10 Aprile 2014
in Il punto della Rete L'ABUSO, Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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La cronaca di pochi giorni fa ci racconta la vicenda di don Alessandro Raccagni il sacerdote del bergamasco che dopo la messa, parlando ai fedeli ha annunciato di voler abbandonare la tonaca e confessa di essere stato abusato da piccolo nel seminario di Bergamo.

Alessandro Raccagni non svela il nome del suo molestatore, la diocesi si guarda bene dal fare dichiarazioni, ma come dice il proverbio il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

Alla Rete L’ABUSO arrivano centinaia di vittime ogni anno le quali ci mettono a conoscenza di fatti, li documentano e nel caso di Bergamo possiamo dirvi non solo che il prete molestatore è don Aristide Belingheri morto nel 2007, ma possiamo anche dirvi che la diocesi e il seminario erano ben informati sulle tendenze pedofile di don Aristide almeno dal 2004 al punto tale che lo spostarono a Roma.

Ad aggiungere un pezzo a questa storia è un’altra vittima di don Aristide Belingheri anche lui come Raccagni si chiama Alessandro, un suo compagno di corso.

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Parliamo di Alessandro V. che a differenza di Raccagni non prese mai i voti e lasciò il seminario con un trauma che anni dopo gli rovinerà la vita.

Alessandro V. si rivolse alla Rete L’ABUSO nel 2010 chiedendo di essere aiutato, in quanto ha dietro le spalle una storia drammatica fatta di traumi ma anche di porte chiuse in faccia dai vari vescovi che si sono susseguiti.

Alessandro ci fornisce lettere dei primi anni 2000 che aveva inviato alla diocesi, lettere alle quali l’allora vescovo Roberto Amadei rispose. Le lettere manoscritte in questione sono una del 24 agosto 2004, l’altra del 15 marzo 2005 nelle quali Amadei si scusa per la tarda risposta e rassicura Alessandro “Le garantisco che da diversi anni, cioè da quando si è conosciuto qualcosa, la persona da lei indicata è stata messa in condizione di non aver più contatti con i ragazzi”.

Nella successiva lettera, quella del 15 marzo 2005 Amadei concede ad Alessandro V. un incontro e gli chiede di rivolgersi a don Alessandro Locatelli, suo segretario per fissare una data.

Ci sono diversi incontri tra Amadei e Alessandro V. nei quali la vittima racconta degli abusi subiti in seminario e del muro di gomma che anche lui si trovò ad affrontare quando denunciò. Parlarono della situazione in cui si trova, delle cure mediche alle quali è sottoposto a causa di quegli abusi. Amadei non si mostra ostile, anzi cerca di venire incontro ad Alessandro e gli promette giustizia e un risarcimento che lo aiuti ad affrontare almeno le spese mediche.

La cosa però va per le lunghe e nel 2007 il prete abusatore don Aristide Belingheri muore e forse con lui anche un pò dell’interesse della curia a fare silenzio sulla vicenda. Amadei si allontana sempre più da ciò che erano gli impegni presi con Alessandro. Nel 2009 anche il vescovo Roberto Amadei muore.

Alessandro. V. si rivolge al suo successore, mons. Francesco Beschi nel maggio del 2010 il quale però chiuderà bruscamente il dialogo. Arrivò solo una comunicazione da parte di un assistente legale dell’arcivescovado di Milano (Avv. Mario Zanchetti) nella quale si diceva che a seguito di indagini, nella Diocesi e nel Seminario di Bergamo non era emerso nulla, nessuno ricordava nulla di queste vicende.

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Alessandro non si arrende e denuncia al tribunale di Bergamo ma il 07-06-2013 il fascicolo viene achiviato.

Chiede anche più volte udienza al rettore del seminario don Pasquale Pezzoli arrivando fino ad incatenarsi nel giugno del 2012, senza ottenere nessuna risposta.

Nel marzo del 2014 un’altra vittima di quel seminario, un sacerdote Alessandro Raccagni, conferma non solo i fatti, ma nelle sue dimissioni lamenta l’omertà che la chiesa ha avuto anche questa volta, si dissocia con un gesto clamoroso da una chiesa che non condivide.

Rendiamo noto che giorni scorsi la Rete L’ABUSO ha formalizzato una denuncia sulla vicenda alla Procura della Repubblica di Bergamo inviando anche il materiale in nostro possesso.  Da quello che abbiamo potuto apprendere esisterebbero altre vittime alle quali facciamo un appello, quello di rivolgersi direttamente alla Procura della Repubblica di Bergamo o in qualunque stazione di polizia o carabinieri denunciando.

Comprendiamo la difficoltà a compiere questo passo, soprattutto se sono passati degli anni e se si deve informare una famiglia che magari ancora oggi è allo scuro di tutto, ma riteniamo sia importante almeno rifletterci.

La Rete L’ABUSO è a disposizione qualora sceglieste di denunciare anche attraverso l’associazione o per qualunque altra esigenza potete scrivere a [email protected] .

Francesco Zanardi

Rete L’ABUSO

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Francesco Zanardi

Francesco Zanardi

Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.