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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Il Vescovo: “La vittima mi ha informato, sono intervenuto per proteggerla. La sospensione è la prima cosa che ho fatto”

Il Vescovo: “La vittima mi ha informato, sono intervenuto per proteggerla. La sospensione è la prima cosa che ho fatto”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Gennaio 2014
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 5 mins read
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 Monsignor Gianfranco De Luca parla senza reticenze delle accuse di abusi sessuali che hanno coinvolto un parroco della diocesi: «Ho verificato se ci fosse un fondamento nelle accuse e, per i poteri che la Chiesa mi ha conferito ho sospeso in via cautelativa Don Marino Genova. Non è stato facile, non è stato semplice e non è stata una cosa rapida, ma ho agito secondo il documento della Cei». Quando parla della ragazza, oggi 18enne, il Vescovo si commuove: < Conosco le difficoltà che sta attraversando. Sono cose che non dovrebbero accadere».

di Alessandro Corroppoli

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«Come rappresentante della Chiesa ho fatto tutto ciò che era in mio potere. Ho rispettato ed eseguito alla lettera ciò che prevede il documento normativo della Conferenza episcopale italiana, il Delicta Graviora, in caso di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori». Esordisce così Gianfranco De Luca, Vescovo della Diocesi di Termoli – Larino, difendendo il proprio operato e l’immagine della Chiesa locale dalle accuse di omertà.
L’argomento in questione è quanto di più scottante ci possa essere in questo periodo per un uomo di fede.Don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, è accusato di pedofilia. Un’accusa terribile per chi indossa l’abito talare. La Procura della Repubblica di Larino sta indagando sulla vicenda a seguito di una denuncia fatta nell’aprile del 2013. La vittima oggi ha 18 anni, ma secondo quanto si apprende sarebbe stata costretta a subire violenze sessuali per anni. Violenze iniziate quando era poco più di una bambina e proseguite finché la stessa, dopo aver tentato di togliersi la vita in preda alla disperazione, ha trovato la forza di denunciare il “suo” parroco.Parallelamente al percorso della magistratura ne è stato istituito, su indicazione della Congregazione della Dottrina della Fede, dal Tribunale ecclesiastico diocesano per il processo canonico, che è tuttora in corso. Il Vescovo De Luca non si sottrae alle nostre domande e al confronto. Anzi, la sua disponibilità ci aiuta a capire non solo la posizione della Chiesa ma anche l’operato della stessa. La sospensione ‘a divinis’ è arrivata nel novembre del 2012, quando dopo una denuncia fatta dalla vittima al Vescovo lo stesso decide di ‘congelare’ in via cautelativa tutte le attività parrocchiali di Don Marino Genova. «Certo, la scelta di sospendere il fratello Marino è toccata a me, c’è un regolamento che lo prevede. Non è stato facile, non è stato semplice e non è stata una cosa rapida». 

Perché don Marino lascia l’incarico a Portocannone nel novembre del 2012 per essere mandato in una comunità alle porte di Roma, mentre la denuncia alla Procura della Repubblica è datata aprile 2013? Perché questa discrepanza nelle date? Lei già sapeva?
«Sapevo perché la vittima mi ha informato di cosa le fosse capitato».

Quindi ha preso per buone le parole di denuncia della ragazza?
«Io ho ascoltato entrambe le parti, ho verificato se ci fosse un fondamento nelle accuse e, per i poteri che la Chiesa mi ha conferito rispettando il dettato del Delicta Graviora , ho agito di conseguenza sospendendo in via cautelativa don Marino Genova».

Conseguenza che porta il nome di sospensione ‘a divinis’. Ma così facendo non ha in qualche modo ‘condannato’ Marino Genova?
«No, perché ho semplicemente rispettato ed eseguito alla lettera ciò che prevede il documento normativo della Conferenza episcopale italiana in caso di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori. Ho applicato la legge, tanto per rimanere in tema, impedendogli l’esercizio del ministero pastorale con il conseguente allontanamento dalla parrocchia, fermo restando la presunzione d’innocenza dell’accusato. Ma comunque rimane un provvedimento cautelativo e non definitivo».

Resta sempre in ballo la discrepanze nelle date… 
«Come le ho detto, sono stato informato dei fatti nel novembre del 2012. Ho consigliato e sollecitato la vittima a rivolgersi alla giustizia ordinaria da subito. Se la vittima ha deciso di farlo solo qualche mese più tardi non è una colpa da attribuire al sottoscritto. Non sono io quello che doveva sporgere denuncia presso la Procura della Repubblica. Il mio compito era quello di tutelare il più possibile la vittima consigliandole cosa fare e, allo stesso tempo avviare la fase processuale canonica. Cose che ho fatto».

All’epoca della ‘fuga ‘ di don Marino tutti pensarono che fosse stata un’iniziativa personale dell’ex parroco, un abbandono temporaneo della casa canonica, impressione che lei in qualche modo avallò. Perché non dire subito invece i reali motivi?
«Discrezione. Vede, non c’era motivo all’epoca di rendere pubblici i reali motivi della ‘fuga’, come dice lei, di don Marino, perché era importante tutelare la privacy della vittima. Oggi, a distanza di mesi e con le indagini in corso è il contesto che è diverso, è cambiato. Se avessi voluto insabbiare il tutto mi sarei comportato in maniera diversa, la Chiesa avrebbe agito in maniera diversa.

Invece ci siamo assunti le nostre responsabilità affrontando di petto il problema. Questa non è omertà, come ho avuto modo di leggere su qualche giornale nei giorni scorsi, ma discrezionalità. Mi rendo conto che la differenza è sottile ma è così, mi creda»

Il processo canonico segue i tempi della magistratura ordinaria? A che punto è?
«Su questo non posso risponderle per due motivi. Uno perché come Vescovo il mio compito si ferma all’invio della documentazione raccolta alla Congregazione della Dottrina della Fede, e secondo perché non è processo pubblico ma interno alla Chiesa».

Abbiamo incontrato la presunta vittima e le confesso che il suo percorso riabilitativo non è affatto facile.
Passano alcuni attimi prima che il Vescovo risponda. Attimi in cui i suoi occhi diventano lucidi e le labbra vanno serrandosi. «So che il percorso che sta affrontando non è affatto facile, anzi. Conosco le difficoltà che sta attraversando. Sono cose che non dovrebbero accadere».

Don Marino oggi vive ancora fuori dal Molise o è rientrato?
«Come lei ha detto le confermo che si trova in una comunità alle porte di Roma».

Eppure è stato visto di recente proprio qui a Termoli
«Mi scusi, ma mica su di lui pende una restrizione domiciliare?»

Certo, ma in considerazione della sospensione che lei ha emesso non dovrebbe essere così semplice tornare a casa, o mi sbaglio?
«Il fratello di Marino è domiciliato a Termoli dove tra le altre cose risiede anche la sorella. Al di là delle sue eventuali colpe ha il diritto di venire a trovare i propri cari, di curarsi presso il proprio medico, di andare a pagare le tasse? Io penso di sì. E poi ogni qualvolta viene in Molise io sono informato dallo stesso Marino».

Come vive oggi Marino Genova? Percepisce ancora uno stipendio?
«Essendo sospeso dal suo esercizio pastorale non percepisce nessuno stipendio. Vive in comunità ed è aiutato dalla solidarietà dei suoi fratelli».

Uno squillo di cellulare interrompe una chiacchierata che ha visto il Vescovo rispondere a tutte le nostre domande in maniera sicura e pulita, ma allo stesso tempo ha fatto anche emergere il lato più umano e intimo dello stesso, a dimostrazione dell’importanza e delle gravità delle accuse.

http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=15700
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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