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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Albissola Marina » IL DIAVOLO A SAVONA Inchiesta Repubblica

IL DIAVOLO A SAVONA Inchiesta Repubblica

Pedofilia, soldi, potere e omissioni La tragedia della diocesi di Savona - Superando dolore e vergogna Francesco Zanardi, molestato da ragazzo, ha portato allo scoperto una catena di scandali. Denunciandoli sul suo blog e anche con volantini distribuiti in piazza. Per la magistratura i vertici della Curia non hanno pensato a tutelare i minori ma solo a "salvaguardare l'immagine della diocesi". Quella lettera a Ratzinger, prima che diventasse Papa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
12 Marzo 2013
in Liguria
Reading Time: 9 mins read
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SAVONA – Per raccontare il trauma inferto a un’intera comunità da alcuni casi disvelati di pedofilia commessi da sacerdoti  e da almeno altri cento che resteranno per sempre sepolti nel cuore di giovani vittime oggi adulte, è giusto partire da quattro righe scritte dal giudice Fiorenza Giorgi in un’ordinanza di archiviazione che, moralmente, è impietosa come una ghigliottina. “È triste dire come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”.

La diocesi è quella di Savona. Uno degli uomini di quella curia, è oggi uno dei cardinali più potenti della Chiesa, monsignor Domenico Calcagno, già responsabile degli affari economici della Cei, poi ai vertici dell’Apsa, l’amministrazione che cura il patrimonio immobiliare del Vaticano e oggi nella Commissione di controllo dello Ior. In politica qualcuno avrebbe potuto ritenerlo un impresentabile per le elezioni. Ed è così che lo definisce l’associazione l’Abuso, che ha lanciato un appello perché non faccia parte del conclave.

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Se questa storia dove gli abusi si mescolano agli affari, ai soldi e al potere, si può oggi raccontare, il merito va riconosciuto in primis a Francesco Zanardi, 43 anni, molestato quando era ragazzo dal suo parroco, don Nello Giraudo. Francesco riesce a superare la vergogna, il dolore, il rischio di essere additato come un folle, e a molti anni di distanza dalle violenze subite, le denuncia. È un fiume in piena che conosce molti segreti della curia savonese. E li racconta: sui blog, sui volantini distribuiti in piazza, ma anche a palazzo di giustizia. Il procuratore Francantonio Granero e il pm Giovanni Battista Ferro per tre anni affronteranno una prova umana, ancor prima che professionale, pesante, insana.

Dentro l’inchiesta, ma non necessariamente dentro le carte, ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, 60 mila abitanti, un porto, tante ex industrie, il commercio, buona qualità della vita, un elettorato da sempre schierato a sinistra.

Alcuni sacerdoti pedofili hanno approfittato del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente di bambini e adolescenti. Persone che oggi sono padri di famiglia, liberi professionisti, operai, impiegati, uomini delle istituzioni. E nessuno ha dimenticato. Fin dall’inizio la devianza di quei sacerdoti malati è nota agli altri preti della diocesi e alle gerarchie. Ma ognuno di loro, però, sembra avere a sua volta qualcosa da nascondere o proteggere, chi l’omosessualità (anche se non pedofila), chi la scalata al potere.

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Don Carlo Rebagliati è uno di loro. Pochi mesi fa, prima della sua morte, in un’intervista a Repubblica raccontava la sua vita da omosessuale, i suoi tanti amori sempre ipocritamente “non visti” dai vescovi, la sieropositività. Ed è lui che dopo tanti anni fornisce con la sua testimonianza il supporto di cui hanno bisogno gli investigatori per trovare conferma alle accuse di Zanardi. Oltre a don Rebagliati, che verrà poi emarginato dalla sua chiesa anche perché, lui che ne fu a lungo economo, racconterà situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto), decidono di parlare anche altri religiosi come don Bof e don Lupino. Ognuno con la propria sofferenza, con il proprio disagio.

Emergono così le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze. E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione.

Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo. Lafranconi finisce indagato ma, causa prescrizione, il gip Giorgi lo archivia pur definendo il suo comportamento “assolutamente omissivo”. Quasi tutti, ai vertici della curia savonese, sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si giravano dall’altra parte. E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il gip Giorgi, solo per convenienza.

È il caso di monsignor Calcagno: “Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal suo (di Lafranconi, ndr) successore monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori”.

La corrispondenza cui si riferisce il giudice è il retroscena forse più destabilizzante per il Vaticano. L’8 settembre del 2003 il vescovo Calcagno scrive al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger per informarlo con una lettera accompagnata da un voluminoso fascicolo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare “un impegno pastorale”. Calcagno aggiunge che “Per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Per quanto possibile. Come dire, facciamo quel che possiamo. Non si conosce l’eventuale risposta del futuro Papa. I prelati che successivamente confermeranno di aver saputo delle tendenze di Giraudo spiegheranno di essere stati essi a conoscenza durante la confessione e quindi di essere tenuti al segreto.

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Nel fascicolo inviato a Ratzinger c’era anche una relazione del 22 agosto,  siglata dal vicario generale della diocesi monsignor Andrea Giusto nella quale, dopo aver spiegato che don Giraudo si era affidato alle cure “di un religioso psicologo nel tentativo di ritrovare un migliore equilibrio” specificava come “nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso”. La Diocesi e il Vaticano potevano stare tranquilli.

Don Rebagliati: ”So troppe cose, dovevo essere fatto fuori”

https://media.gedidigital.it/repubblicatv/file/2013/03/09/124191/glorialv09032013.mp4
La vicenda di Don Carlo Rebalgliati, economo della Diocesi di Savona, che ha denunciato i preti pedofili alla magistratura. Dopo la sua testimonianza è stato accusato e indagato per istigazione alla prostituzione. Il sacerdote, poi prosciolto, è stato screditato ed è rimasto isolato. Sieropositivo è morto in circostanze poco chiare nel gennaio del 2013. In una conversazione con Francesco Zanardi, vittima e fondatore di Rete Abuso fa trapelare tutta la sua preoccupazione: “In dieci ore di interrogatorio ho parlato tre minuti della pedofilia, loro volevano sapere cose amministrative. C’è lo Ior dietro. Ho perso tutto, sinceramente adesso ho anche paura”
servizio di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI
TUTTA L’INCHIESTA
Un’altra storia di preti pedofili coperti
Don Lupino: “Adesso dicano la verità”

Una nuova vicenda di abusi su giovani riporta ai tempi del seminario. E mette sotto accusa don Piero Pinetto colpevole di aver rovinato la vita di un giovane seminarista poi morto di Hiv a 39 anni. Il parroco di Lavagnola accusa i vertici della diocesi: “Hanno sempre scelto di mettere a tacere tutto senza curarsi delle vittime. L’hanno fatto per salvarsi. Ora è tempo che chi è ancora vivo parli e chieda scusa”

Mentre esplode la vicenda dei preti pedofili e dei misteri della diocesi di Savona, nel capoluogo ligure si sparge la notizia che un’altra vittima ha denunciato un prete pedofilo consegnando una lettera a don Giovanni Lupino, parroco di San Dalmazio in Lavagnola. Nella
lettera la vittima racconta le violenze subite in seminario quarant’anni fa da un prete, l’allora vice rettore don Pietro Pinetto, già segnalato come molestatore al vescovo nel 2010 per reati ormai prescritti.

Al telefono Don Lupino è un fiume in piena, le nuove accuse a don Pinetto squarciano il velo con cui le gerarchie ecclesiastiche hanno coperto decenni di abusi. La famiglia della vittima all’epoca aveva avvisato il rettore del seminario don Giusto e il vescovo Sibilla che promisero provvedimenti mai presi. Don Pinetto, ci racconta don Lupino, non è un prete qualsiasi, appartiene all’ala forte che occupava posizioni di spicco nel clero savonese, i preti eletti delle prime file che concelebravano i pontificali del vescovo. A loro venivano affidati  i giovani parroci che manifestavano le prime devianze pedofile per essere redenti, come don Nello che, in crisi, fu affidato a don Pinetto.

ASCOLTA L’AUDIO DELLE RIVELAZIONI DI DON LUPINO

https://media.gedidigital.it/repubblicatv/file/2013/03/10/124293/GLORIALUPINO.mp4

E don Lupino va anche oltre, descrivendo gli intrecci di potere della diocesi di Savona e delineando un quadro che vede un gruppo di potenti prelati che nasconde crimini gravissimi per coprire i propri membri, mentre intere generazioni di vittime vengono condannate all’emarginazione.

Alessandro Nicolich è stato una di queste vittime: entrò giovanissimo in seminario, i familiari erano ammirati dalla sua vocazione. Una notte Alessandro scappa dalla finestra e disperato si presenta dai genitori. Negli anni il dramma delle violenze verrà fuori, ma Alessandro è ormai un’anima persa. Incontrerà la droga, finirà in carcere, contrarrà l’Hiv e morirà a soli 39 anni. Il fratello Roberto racconta: ” Per noi è stata una sciagura dalla quale non ci siamo mai ripresi”.

Don Lupino, cosa avveniva in seminario negli anni ’70?
“In quegli anni nel seminario di Savona insegnava Don Giampiero Bof, professore di teologia dogmatica, un sacerdote molto aperto che, insieme a un gruppo di studenti, tra cui c’ero anch’io, cercava di portare aria nuova nella Chiesa mettendo in discussione questioni come il celibato e la sessualità, la formazione teologica e quella spirituale. Don Bof si scontrò con il rettore e con i professori più conservatori. Ricordo che il vescovo di allora, monsignor Sibilla, mi convocava per chiedermi cosa pensavo dell’autorità dei vescovi e del Papa, dell’obbedienza e della legge del celibato; mi vietava di avvicinarmi ai seminaristi più giovani per non contaminarli. Mi torchiava e ora scopro che intanto tracannava questi rosponi della pedofilia, è allucinante questa cosa. Esattamente come nel film “L’attimo fuggente”, il professor Boff perse l’insegnamento. Io, che ero il più giovane, mi trasferii a Fossano in Piemonte. Ero fuori da quei contesti e non sono mai stato circuito dai miei educatori”.

Oggi la vittima di don Pinetto dichiara di aver denunciato all’epoca il fatto a don Giusto e al vescovo.

“Qui non abbiamo un prete qualunque  che commette il crimine ma un vice rettore, mentre il rettore, il vescovo e i professori del seminario lo coprono; insomma è l’istituzione nel suo vertice che si macchia di questo delitto”.

Cosa avrebbero dovuto fare? 

“Era stato violentato un giovane ragazzo, i vertici avrebbero dovuto denunciare don Pinetto alla magistratura e all’autorità ecclesiastica,
quell’uomo doveva essere scomunicato e finire in galera per abuso su minore. Un pedofilo pentito un giorno mi ha detto questo: ‘Abbiamo bisogno di essere fermati anche con la galera perché noi da soli non ci fermiamo’”.

Qual è il suo giudizio su questi fatti?
“Monsignor Sibilla ha commesso due reati, uno nei confronti del diritto penale italiano l’altro nei confronti del diritto canonico, ma ora è morto. Don Giusto invece deve rendere conto alla diocesi di quello che ha fatto. Come se non bastasse, anni dopo le nefandezze commesse da Pinetto e coperte dai vertici, è scoppiato a Savona la vicenda di Don Giorgio Barbacini, guarda caso amico di don Pinetto, di don Giusto, dei professori ai vertici del seminario e guarda caso insegnante anche lui in seminario, alle medie. Guarda caso anche lui pedofilo accertato e condannato. E’ tempo di fare i conti con questa gente e di andare al cuore del problema altrimenti i veri responsabili ci scappano. Quando ci fu il caso dell’economo di Como accusato di molestie su minori, fu il vescovo a denunciarlo, poi disse: ‘Ora che l’ho denunciato posso aiutarlo come figlio’.
La Chiesa non può proseguire su questa strada, con questo gran carnevale di cardinali e stampa al seguito. E questa sarebbe la fede cristiana? il carnevale di Rio è meno allegro. Vorrei fare un appello pubblico a don Giusto e a don Pinetto perché dicano la verità, la Chiesa di Savona ha dritto alla verità”.

GUARDA IL VIDEO 
 

Il prete pedofilo pakistano latitante nella diocesi di Calcagno

Nel 2004, mentre Domenico Calcagno è vescovo della diocesi di Savona – Noli, un reporter del Dallas News fotografa in una parrochia di Albissola Marina Yusaf Dominic, un prete di origine pachistana ricercato per abusi sessuali su minori, mentre celebra la messa domenicale.Dominic era stato arrestato nel 1996 a Londra per pedofilia e successivamente rilasciato su cauzione. Una volta libero il prete scappa e dopo otto anni di latitanza viene pizzicato in Liguria. Successivamente il prete viene trasferito dal vescovo nell’abbazia benedettina di Finalpia, complesso monastico che si trova di fronte alla scuola elementare di Finale Ligure, dove rimane fino al 6 dicembre 2009, giorno della sua presunta morte.
di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI
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Pedofilia e omissioni, la tragedia della diocesi di Savona
Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo negli anni ottanta e fondatore di “Rete Abuso”, racconta il suo vissuto di abusi, e il modo in cui sono stati coperti i casi di pedofilia avvenuti nella diocesi di Savona. “In tutte le lettere dei vescovi scritte al Vaticano, nelle risposte, non c’è mai un solo accenno di come aiutare le vittime”
di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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