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“Io, bimbo sordo violentato sotto l’altare”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
30 Giugno 2012
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 3 mins read
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Giuseppe, sordo, si fidava: mai avrebbe immaginato di diventare vittima dentro le mura di uno dei simboli della carità della Chiesa. In un istituto specializzato per rendere migliore la vita a bambini sordi, gestito dalle suore della Compagnia di Maria per l’educazione delle sordomute, sull’esempio dell’Istituto Provolo. Poi, negli anni, diventato istituto misto e ora centro di formazione professionale. Ma come al Provolo il dramma dei bambini sordi, e ancora più indifesi di un qualsiasi bambino, si è consumato sotto l’altare. In quell’istituto ci andava per le funzioni religiose anche quel giovane sacerdote, che allora aveva circa 25 anni, e lì sono cominciate le violenze, all’insaputa delle suore, sospetta Giuseppe.

GIUSEPPE sa che da domani potrebbe essere additato in pubblico come il ragazzo abusato, ma prende coraggio e trova la forza di raccontare. “Quando avevo tre anni la mia famiglia si spostò dalla Calabria a Verona. Io sono nato sordo e giù non c’erano istituti specializzati”. Ha, infatti, riconoscenza verso l’istituto, “perché a scuola ho cominciato a parlare”. Ma è proprio nel luogo più sacro, tra le mura della Chiesa del Pianto, davanti al crocifisso, che sono cominciate le violenze. “Mi toccavano nelle parti più intime, piangevo anche tre volte la settimana, ma loro non si fermavano. Lo facevano anche quando andavo a confessarmi, in una stanza, quando eravamo faccia a faccia”.

Niente e nessuno fermava soprattutto un giovane sacerdote, non c’era pietà per quel bimbo che aveva l’età per andare alla scuola materna. Non ricorda più il nome di quel prete, lo ha rimosso a forza dalla mente. Ma le cicatrici di quei torbidi momenti sono rimaste su quel dramma vissuto a lungo e taciuto per troppo tempo: “C’erano tre preti, due giovani e uno più anziano”. Giuseppe avrebbe avuto le attenzioni e gli abusi da tutti e tre, ma uno era il più cattivo, quello “giovane, attorno ai 25 anni, che aveva la pelle chiara, magro, alto di statura. Con lui andavamo solo per la messa e la confessione.

Lui non dormiva all’istituto Gresner, ma al Provolo”. Giuseppe ne parla con sollievo, per non aver dovuto subire il tormento anche di notte. Ricorda anche l’aspetto dell’anziano prete, “con gli occhiali e quasi calvo. Io sono rimasto per un certo periodo completamente solo a Verona, perché mia madre andò in Calabria a prendere i miei fratelli. In quel periodo non parlavo e non riuscivo a capire e il prete ci ha obbligati a non parlare. Ci faceva paura, avevo paura che mi succedesse qualcosa di brutto”. Le violenze non sarebbero state solo sessuali. “Una psicologa mi diceva che mia mamma mi aveva abbandonato, ma non era vero, era andata in Calabria per i miei fratelli”. Giuseppe apre uno squarcio ancora più inquietante, pensa di essere stato “una delle prime vittime”  di quel giovane sacerdote, in un crescendo di violenza: “Prima mi toccava solo, poi pretendeva sempre di più. Voleva anche che lo baciassi , mi faceva schifo.

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Ero nervoso, mi allontanavo, ma lui mi teneva fermo, poi mi diceva di non parlare”. Un racconto dell’orrore con altre vittime. “Io sono stato il primo, poi è toccato ad altri, almeno quattro, subire le violenze di quell’uomo. Però continuava ad abusare anche di me, finché sono andato via, a 12 anni”. È più di un sospetto che altri ragazzi sarebbero stati abusati, Giuseppe ne è certo: “A Ferrara del Monte Baldo, nella colonia montana del Gresner, facevamo tra noi ragazzi quello che ci facevano quei tre preti. È allora che abbiamo scoperto il significato della parola omosessuale”. Con qualcuno Giuseppe è ancora in contatto e uno dei ragazzi abusati ha ora gravi problemi di socializzazione: non esce più di casa, non parla con nessuno, evita ogni contatto con le persone. Ha cercato inutilmente di dimenticare e non ha più voluto fare il chierichetto per non rivangare il passato. Ha pure cancellato la Chiesa dal suo presente. “Non ho parlato con nessuno, mi dicevo che era troppo tardi, anche se con qualcuno volevo confidarmi. Ma mi prendeva lo stomaco, stavo male e se parlo, mi dicevo, che cosa mi succederà? Ero terrorizzato”.

HA RIVELATO il suo insopportabile segreto solo poco tempo fa, quando “ne ho parlato con mamma, perché pensava fossi gay. Si è messa a piangere. Adesso, davanti a voi, mi sento come spogliato” rivela a Giorgio Dalla Bernardina e a Marco Lodi Rizzini, responsabili dell’Associazione Provolo, che in questi anni si è battuta contro la pedofilia e che per oggi ha organizzato una marcia contro gli abusi sessuali avvenuti per trent’anni all’istituto Provolo, fino al 1984. Un evento di risonanza internazionale a cui parteciperanno persone provenienti da Inghilterra,

Olanda e Stati Uniti, con l’adesione di importanti organizzazioni internazionali contro la pedofilia. I manifestanti sfileranno fino in piazza Brà, sotto la sede del Comune del sindaco Tosi. Ed è proprio la firma del sindaco leghista che manca al patrocinio della manifestazione, che invece hanno dato Regione e Provincia.

Paolo Tessadri in “il Fatto Quotidiano” del 30 giugno 2012

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.