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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Brescia » Piange in aula davanti al prete che la violentò

Piange in aula davanti al prete che la violentò

Redazione WebNews by Redazione WebNews
16 Ottobre 2011
in Lombardia
Reading Time: 3 mins read
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Il sacerdote è accusato a Ferrara di aver promesso denaro per testimoniare il falso

Copparo. Cercò di convincere la donna che lo accusava di averla violentata a ritirare la denuncia nei suoi confronti e a cambiare versione. In premio le avrebbe promesso tremila euro. Abbastanza per farlo accusare di subornazione, reato specifico del codice penale.

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Lui è don Walter Mariani, 69 anni, parroco di San Leonardo, parrocchia della diocesi di Mantova, che per anni ha tenuto una comunità di recupero di tossicodipendenti e inseguito anche una casa di accoglienza, la Casa di Ruth. Della vicenda, che risale a qualche anno fa, se ne occupa per competenza territoriale il tribunale di Ferrara. L’incontro contestato sarebbe avvenuti infatti a Copparo. Sul periodo però, il 2008 o il 2009, vige la scarsa memoria dei testimoni chiamati in aula.

A partire dalla stessa donna, una 43enne di nazionalità romena, che a Mantova lo accusò di violenza sessuale (il primo grado finì con la condanna del sacerdote a cinque anni, sentenza contro la quale il difensore, l’avvocato Sandro Somenzi, ha già presentato ricorso in appello). La donna, chiamata a deporre davanti al giudice Silvia Giorgi, è crollata emotivamente e, in preda a una crisi di pianto, ha dovuto interrompere l’esame, per riprenderlo un’ora dopo. Nonostante l’intervallo però la memoria ha continuato a non aiutarla e non ha saputo collocare l’incontro con il parroco nel 2008 o nel 2009.

Lo stesso vale per chi l’accompagnò in piazza a Copparo. L’unico dettaglio utile del secondo teste per collocare il giorno del presunto reato sarebbe l’aver accompagnato la figlioletta al pronto soccorso per una frattura. Ma anche qui l’uomo, un amico che insieme alla moglie ospitò per un periodo la donna in casa propria, cade in contraddizione parlando prima di una mano rotta, poi di un polso slogato, salvo correggersi alla fine e ricordare che “nella caduta mia figlia si procurò anche una contusione alla clavicola”.

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Al banco dei testimoni arriva anche una coppia di conoscenti della 43enne. Lui è un agente di polizia locale presso il comando di Brescia. Lei, ex ospite della casa gestita da don Mariani, è diventata sua moglie. L’agente riporta un ulteriore elemento a carico del parroco: “mi chiamò nel 2009, il giorno prima dell’udienza in cui doveva testimoniare mia moglie per chiedere se si poteva modificare la sua deposizione. Disse che tutto (il processo allora in corso a Mantova per violenza sessuale, ndr) era un complotto contro di lui orchestrato dalla psicologa della struttura e dalla suora che ci lavora. Gli dissi che quanto stava facendo era una cosa gravissima” e lo riferì all’ispettore che seguì le indagini a carico dell’imputato. La mattina dell’udienza poi, “incontrammo Nela (questo il nome della donna che accusò il prete, ndr) fuori dalla procura di Mantova, che ci raccontò dell’episodio dell’offerta di denaro”.

Al termine dell’udienza ferrarese don Mariani ha rinunciato ad essere ascoltato e ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee, nel corso delle quali ha raccontato come conobbe Nela: “dopo essere stata arrestata decise di denunciare i suoi sfruttatori, ottenendo così i benefici di legge che le evitarono l’espulsione e accettò un programma di reinserimento”.

Programma che iniziò presso la Casa di Ruth, ma “dopo un periodo positivo – prosegue il sacerdote – non era più disposta ad accettare le regole della struttura e si allontanò”. Per questo don Mariani presentò alla questura una relazione negativa sul suo programma di reinserimento, che costò alla donna il mancato rinnovo del permesso di soggiorno e l’avviso del provvedimento di espulsione. “Lei mi chiamò supplicandomi di tornare sui miei passi, minacciando che altrimenti ‘sapeva come rovinarmi’. Quando poi seppi della denuncia a mio carico capii a cosa si riferiva. E lei, denunciandomi, è riuscita a ottenere il rinvio dell’espulsione”.

Don Mariani nega poi che l’incontro di Copparo sia mai avvenuto, confermando invece la telefonata all’agente di polizia, “ma non ho assolutamente chiesto che la moglie cambiasse testimonianza, volevo solo poterli incontrare”.

Terminato la fase dibattimentale, il processo si avvia ora alla discussione. L’udienza è fissata per il 18 gennaio.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.