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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Benedetto XVI » “don cantini sorvegliato in convento – maria cristina carratu”

“don cantini sorvegliato in convento – maria cristina carratu”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Marzo 2010
in Toscana
Reading Time: 3 mins read
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“don cantini sorvegliato in convento – maria cristina carratu”

Data: 12/03/2010

Cronaca Locale
Pagina III – Firenze La Chiesa Don Cantini sorvegliato in convento MARIA CRISTINA CARRATU maria cristina carratù
Se ne sta tutto il giorno sulla sedia a rotelle, senza parlare con nessuno, in disparte anche alla messa, sorvegliato a vista da un frate. Le disposizioni in vigore all´infermeria del Convento dei padri francescani di Fiesole sono ferree: senza il permesso dell´arcivescovo (quasi impossibile da ottenere) nessuno può avvicinare Lelio Cantini, 87 anni, ormai non più «don», ospite «definitivo» della struttura. Per la Chiesa, il caso dell´ex parroco della Regina della pace riconosciuto colpevole di violenze sessuali compiute su bambini e adolescenti almeno fra il ´73 e l´87, e dal 2008 ridotto allo stato laicale da Benedetto XVI, deve considerarsi chiuso. E invece, proprio ora che il Vaticano promette tolleranza zero contro i preti pedofili di mezza Europa, la ferita aperta nella Chiesa fiorentina con le rivelazioni delle vittime di don Cantini, per decenni considerato prete esemplare per la disciplina della sua parrocchia e benemerito per i tanti giovani avviati al sacerdozio, appare più che mai attuale. «Troppo comodo offrire la testa del pedofilo di turno senza affrontare il vero problema sul tappeto» dice Francesco Aspettati, portavoce delle vittime della Regina della pace.
SEGUE A PAGINA V

La Repubblica pag. 7
“don cantini sorvegliato in convento. caso chiuso, ma solo per la chiesa”

Data: 12/03/10
Cronaca Locale

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Pagina VII – Firenze Don Cantini sorvegliato in convento. Caso chiuso, ma solo per la Chiesa (segue dalla prima di cronaca)
Quello «di una Chiesa intera che per troppo tempo ha preferito glissare, sminuire, nascondere, piuttosto che portare alla luce, e oggi grida inutilmente all´accanimento, mentre è semplicemente arrivata, tutta insieme, l´ora della verità». Come è stato possibile, ci si chiede, che don Cantini si macchiasse per anni di «delittuosi abusi sessuali» (come li ha poi definiti lo stesso ex arcivescovo Ennio Antonelli) senza che nessuno sospettasse nulla? E come gli fu possibile dispiegare indisturbato quel «falso misticismo e dominio delle coscienze» che spinse famiglie intere a «adempiere alla volontà di Gesù Cristo» devolvendo alla parrocchia beni e denaro, e, si teme, tanti ragazzi a farsi preti? Interrogativi gravissimi, cui, dicono le vittime, interpretando «lo stato d´animo anche di molti sacerdoti della diocesi», la Chiesa fiorentina non ha mai risposto.
Così come resta da capire perché ci siano voluti quasi cinque anni per dare ragione a chi, dopo una vita di sofferenza, di cure psicologiche e vicende familiari difficili, aveva trovato il coraggio di parlare. Era il gennaio 2004, quando le vittime, confidando nella sua solidarietà, si erano rivolte per la prima volta a monsignor Claudio Maniago, vicario generale della Curia appena ordinato vescovo, anche lui ex parrocchiano della Regina della pace, fedelissimo dell´anziano sacerdote cui, durante la cerimonia in Duomo, aveva reso omaggio come «prete vero, che mi è stato, e mi è, di esempio». E subito si erano scontrate col primo di una lunga serie di rinvii, inviti alla «guarigione della memoria» e a «rielaborare in una prospettiva di fede» gli abusi subiti, di lì in poi opposti dalla Curia. Nel 2005 Antonelli si limitò a trasferire il prete pedofilo, «per motivi di salute», in un´altra parrocchia, dove lui si circondò di nuovo di famiglie e ragazzi. E nel 2006, dopo un blando processo canonico, il massimo cui si spinse fu di sospenderlo dalle messe in pubblico e invitarlo a recitare litanie.
Ci sono voluti ancora appelli al Papa, l´esplosione dello scandalo sui giornali e un supplemento di indagine imposto dal Vaticano, perché, nell´ottobre 2008, Cantini fosse ridotto dal Papa allo stato laicale, e alle vittime resa giustizia. Anche se non del tutto, come hanno appena ribadito. Nel gennaio scorso Maniago è stato riconfermato vicario generale dal nuovo arcivescovo Giuseppe Betori. E i perché dell´accaduto, con annesse responsabilità, restano ancora tutti da spiegare.
(m.c.c.)

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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