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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » angelo bagnasco » Bagnasco: ”Disgustoso l’attacco a Boffo”. Feltri: ”Non sono affatto pentito”

Bagnasco: ”Disgustoso l’attacco a Boffo”. Feltri: ”Non sono affatto pentito”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
29 Agosto 2009
in Cronaca e News
Reading Time: 7 mins read
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Il direttore del ‘Giornale’: ”In una circostanza analoga il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola”
Bagnasco: ”Disgustoso l’attacco a Boffo”. Feltri: ”Non sono affatto pentito”

Genova, 29 ago. (Adnkronos) – ”L’attacco fatto al dott. Boffo, direttore di Avvenire è un fatto disgustoso e molto grave”. L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, prima di celebrare la messa per la festa del santuario della Madonna della Guardia, ha commentato così l’attacco del ‘Giornale’ al direttore di ‘Avvenire’, rinnovando a Boffo ”tutta la stima e la fiducia mia personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle comunita’ cristiane”.

Da parte sua Vittorio Feltri, nel suo editoriale oggi su ‘Il Giornale’, intitolato ‘La rabbia dei moralisti smascherati’ , torna sul caso sollevato in merito al direttore di ‘Avvenire’ per ribadire la sua linea e sottolineare la sua indipendenza: ”Non sono affatto pentito”.

”Silvio Berlusconi ha diramato un comunicato nel quale si dissocia dal Giornale perche’ contrario alle polemiche sulla vita intima di chiunque -scrive Feltri- Ci saremmo stupiti se il premier avesse detto il contrario, e cioe’ che approvava la nostra iniziativa. Non c’e’ bisogno di rammentare che il compito di decidere in una redazione spetta al direttore il quale puo’ essere licenziato da un momento all’altro, ma non limitato nei suoi poteri. Se sbaglia, paga; ma e’ libero di sbagliare. Su questo punto il contratto di lavoro non lascia margini a dubbi. Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle e’ nostro dovere. Aggiungo che non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo e, in una circostanza analoga, il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola”.

”Abbiamo la certezza che questa faccenda non finira’ qui. Replicheremo agli attacchi (scontati) di cui saremo oggetto, e rassicuriamo i lettori: non siamo mammole. Finche’ i moralisti speculeranno su cio’ che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro”.

Feltri sottolinea ancora che Boffo ”non ha smentito una riga” di quanto pubblicato dal ‘Giornale’. E osserva: ”Le reazioni sgangherate registrate ieri su questo fatto (e immagino la stampa di oggi quanto strillera’) dimostrano la malafede e il doppiopesismo di tanti politici e giornalisti. Per mesi la Repubblica (e non solo) ha sbattuto in prima, seconda, terza pagina articoli zeppi di insinuazioni, intercettazioni galeotte, interviste a prostitute e amiche di prostitute: una campagna interminabile finalizzata a demolire la reputazione del presidente del Consiglio, enfatizzando le sue performance di amatore instancabile”.

”I giornali sedicenti indipendenti e i politici progressisti hanno applaudito al gossip, talvolta alimentandolo; poi noi scopriamo che uno dei massimi censori, il numero uno di Avvenire, e’ un tipo che prima di parlare male di altri dovrebbe guardarsi allo specchio, e veniamo ricoperti di insulti”.

”La Cei, non senza imbarazzo, ha espresso generica e formale solidarieta’ a Boffo; non poteva fare diversamente -aggiunge- Forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico e, quand’anche fosse stata informata, sperava non sarebbero uscite indiscrezioni e ora, colta alla sprovvista, deve riflettere sul da farsi”.

Caso Boffo, i giovani di Cl
“L’attacco è una porcata”
OKNOtizie
Dillo a un amico Testo piccolo Testo medio Testo grande | 29/08/2009 |
L’attacco al direttore dell’Avvenire Dino Boffo è arrivato nei giorni del meeting di Rimini organizzato da Comunione e liberazione. E l’eco di quanto apparso sulla prima pagina del Giornale si è fatto sentire – e non poco – tra i giovani che hanno preso parte al tradizionale appuntamento. E che hanno preso di mira il direttore del quotidiano di via Negri, Vittorio Feltri, come testimoniane alcune dichiarazioni raccolte da uno degli inviati dell’agenzia Apcom.
Un altro studente universitario, Fabio, non usa mezzi termini: “Personalmente non sopporto Feltri, ma l’ultimo attacco a Boffo, anche se fosse stato fatto da un altro, si commenta da solo. Fa pena il Giornale”.
“Credo che sia tutto un fuoco di paglia – sentenza Anna, 23 anni, universitaria di Milano -. Credo che attacchino quelli che dentro la chiesa dicono cose scomode”. Vincenzo, di Torino, guida alle mostre del Meeting, è più deciso: “Quando non riesci a guardare al di là del tuo naso, dà fastidio quando qualcuno ricorda impegni e doveri anche di politici”. “Fanno molto riflette questi continui attacchi – aggiunge Gabriella, di Milano – ma poi pensando tra me e me, io sono sempre più consapevole della mia appartenenza religiosa”.
Due ragazzi di Parma, sono sbrigativi, perché rischiano di perdere il treno. “Chiacchiera estiva? Non mi sembra – ragiona Andrea – perché è da anni che i giornali di sinistra e le elites che ci stanno dietro attaccano ingiustamente la chiesa e i suoi rappresentanti”. Quando poi gli ricordi che il Giornale è “di destra”, taglia corto: “Beh, di questa vicenda non ho letto…”.
Sandra, invece, vuole fare la giornalista in futuro, per ora studia giurisprudenza: “E’ una porcata. Non so se il direttore di Avvenire sia omosessuale o abbia avuto relazioni con minorenni, perché si sentono tante voci… Ma sono convinto che non è necessario usare la privacy e la storia personale di uno per altri interessi politici”.

http://www.libero-news.it/pills/view/19399

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MARIO ADINOLFI SCRIVE A VITTORIO FELTRI
sabato 29 agosto 2009 15:54
Lettera aperta a Vittorio Feltri di Mario Adinolfi, il giornalista che per primo si occupò del caso del direttore di Avvenire, Dino Boffo.

29 agosto 2009

Caro direttore,

Dona adesso Dona adesso Dona adesso

senza chiedere alcuna autorizzazione il tuo giornale si è appropriato di due miei scritti, uno del 20 settembre 2005 e uno immediatamente successivo alla pubblicazione del tuo scoop su Dino Boffo, pubblicandoli entrambi. Non me ne dolgo più di tanto, ho un minimo di profilo pubblico e quei testi erano pubblici, magari un filo di cortesia tra colleghi potrebbe sussistere, ma non è su questo che voglio tediarti. Voglio affrontare il nodo della questione che la rottura del muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di Avvenire ha messo in evidenza ed è quello dei rapporti tra poteri in un contesto che vorremmo fosse sempre pienamente democratico.

Ho dato subito atto a te e al tuo quotidiano di aver compiuto bene il vostro lavoro citando la sentenza del tribunale di Terni: è un fatto, una notizia, che in qualsiasi paese del mondo sarebbe finita immediatamente in pagina. Il direttore del quotidiano dei cattolici italiani è un personaggio pubblico e quella sentenza che lo riguardava era una bomba giornalistica, in particolare nella fase delicata che vivevamo e tuttora viviamo rispetto al rapporto tra Chiesa e mondo omosex. Hai smascherato una clamorosa ipocrisia e hai raccontato anche qualcosa della magistratura italiana, cui mi ero rivolto nel 2005 per avere copia degli atti della sentenza, sentendomi rispondere per iscritto che a quegli atti non potevo accedere, anche se pubblici e l’articolo 116 del codice di procedura penale prevede che agli atti di un procedimento penale possa accedere “chiunque vi abbia interesse”. Ma tu devi avere amici più potenti dei miei e a quegli atti hai avuto accesso e hai notato come, con la citazione dei nomi pesanti di Ruini, Tettamanzi e Betori, ci fosse anche il racconto di un segmento di storia della Chiesa italiana.

Ho notato che i tuoi articoli del giorno dopo, forse per via della difficoltà in cui si è trovato Berlusconi, utilizzano toni più soft, dirigendo la bastonatura addosso al direttore di Repubblica. Dino Boffo si difende, la stampa “libera” fa quadrato attorno a lui e nessuno che abbia provato un minimo di pena per quella povera donna martoriata e molestata per via della passione del direttore di Avvenire per il di lei marito. La citazione, poi, dei comportamenti omosessuali di Boffo “attenzionati” dalla polizia inquieta qualcuno, mentre i più sanno che è conseguenza delle frequentazioni del direttore di Avvenire dei luoghi della prostituzione maschile milanese.

Io credo che la difesa d’ufficio di Boffo da parte della Chiesa italiana fosse inevitabile, mi preoccupa molto invece la scelta dei vertici della Cei di tenere questo soggetto alla guida del potente quotidiano dei vescovi negli ultimi quindici anni, secondo il vecchio schema per cui una persona ricattabile è una persona controllabile, che eseguirà gli ordini. E qui veniamo al punto.

Il tuo articolo che svela le ipocrisie di Boffo e della Chiesa è un articolo giornalisticamente meritorio, che però semplicemente non avresti scritto se Boffo fosse stato un fedele alleato di Berlusconi, così come non avresti pubblicato le tette di Veronica mentre lei era la moglie formale ma silenziona del Cavaliere, così come non avresti pubblicato la storia di Ezio Mauro che compra l’appartamento a nero se quello stesso comportamento lo avesse avuto Niccolò Ghedini.

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Allo stesso tempo Repubblica non rivolgerebbe quelle stesse dieci insistenti domande all’ingegner De Benedetti e il Corriere della Sera e la Stampa evitano di dare risalto alla meritoria inchiesta di Maurizio Belpietro su Libero (ripresa anche da te) rispetto alla colossale evasione fiscale degli Agnelli. Ecco il nodo: ogni articolo, anche il giornalisticamente più valido, più capace di raccontare lo schifo ipocrita e profondo in cui sguazza ormai il nostro paese, si perde inevitabilmente sotto la coltre del sospetto di strumentalizzazione.

Si strumentalizza tutto, tutto è bastone per picchiare la banda avversaria, la verità diventa concetto puramente pirandelliano, la confusione regna sovrana e l’impressione è che questa condizione sia l’angolo buio in cui si è ficcata la nostra democrazia.

Sono preoccupato e non so neanche perché scrivo a te queste parole. Forse perché, lo devo ammettere con fastidio, mi sembra che la concorrenza fra le due principali testate vicine al Cavaliere sta generando un giornalismo molto aggressivo e quindi più capace di scoperchiare pentoloni purulenti che avvelenano da troppo tempo questo paese. Lo fai, lo fate, a senso unico e questo toglie validità al vostro lavoro ed è un peccato.

Io credo invece che il lavoro di Repubblica da Casoria in poi, le tue prime pagine sull’ipocrisia dei vertici della Chiesa italiana (che allontana tanti fedeli, tra cui anche il sottoscritto, persino dalla fede) ma anche sul ministro terrorista iraniano che detiene un potenziale atomico, l’inchiesta di Belpietro sugli Agnelli, tutti questi sforzi di raccontare la verità, se composti a mosaico raccontino davvero la fotografia della tragedia del nostro paese. Sono tutte inchieste di parte, però, viziate da una manina che strumentalizza e così perdono di valore.

Forse però da questo angolo buio si può uscire. Con il giornalismo che faccia il giornalismo, la politica che faccia la politica, l’industria e la finanza che facciano l’industria e la finanza, partendo da un riconoscimento reciproco di legittimità e attendendo un’inchiesta dell’Espresso su un leader della sinistra e una tua sui festini spericolati di Berlusconi.

Il tutto partendo da un principio: chi sceglie nella vita di avere un profilo pubblico ne deriva molti onori (soldi e potere, di solito), quindi deve accettare di esporre la propria vita al giudizio altrui. E’ inevitabile. Questo non significa sognare un’Italia in cui la classe dirigente sia composta da uomini irreprensibili, semplicemente significa lavorare per produrre una classe dirigente disposta ad assumersi pienamente la responsabilità dei propri atti pubblici e anche di quelli privati con rilevanza pubblica, senza ricorrere alla ridicola arma del diritto alla riservatezza.

Questa Italia diversa, meritocratica e responsabile, non omertosa e finalmente libera da logiche mutuate sostanzialmente dallo stile mafioso, si può costruire: non è un sogno, è un progetto possibile. Passa anche, forse soprattutto, attraverso noi giornalisti militanti, noi che amiamo con nettezza le idee di una parte politica e ci battiamo affinché prevalga. Forse proprio la nostra libertà potenziale è una chiave con cui spurgare il marcio di questo paese.

Rendiamola libertà effettiva e coraggiosa. Non sarà un esercizio inutile.

http://www.anordest.it/index.php?option=co…d=8931&Itemid=1

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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