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NUOVI DOCUMENTI RIVELANO: NEGLI USA, DA PIÙ DI 50 ANNI LA GERARCHIA SAPEVA DELLA MINACCIA DEI PRETI PEDOFILI

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
25 Aprile 2009
in World
Reading Time: 5 mins read
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Tratto da: Adista Notizie n° 43 del 25/04/2009

KANSAS CITY-ADISTA. I preti pedofili devono essere allontanati dal sacerdozio, perché non possono essere curati. È questa la consapevolezza cui era giunto, già nel 1952, p. Gerald M. C. Fitzgerald, fondatore della congregazione religiosa dei Servi dello Spirito Paraclito, che dal 1947 si occupava di sacerdoti in difficoltà. Consapevolezza espressa in una serie di lettere risalenti agli anni ‘50, indirizzate ai vescovi statunitensi dell’epoca – desecretate da un giudice del New Mexico nel corso di un processo contro la Chiesa, nel 2007, ed ora rese pubbliche dal settimanale National Catholic Reporter (30/3), che le ha ottenute da uno studio legale californiano – e in occasione di un incontro, nel 1962, con alcuni esponenti di rilievo della Curia vaticana e, l’anno successivo, con papa Paolo VI.L’aspetto più rilevante della posizione espressa dal religioso risiede nel fatto che essa smentisce quanto affermato finora dai vescovi in loro difesa, nell’ambito dello scandalo, esploso negli ultimi anni, degli abusi sessuali perpetrati dal clero, e cioè che non erano a conoscenza, fino a poco tempo fa, del rischio che comportava il trasferimento dei preti pedofili da una parrocchia all’altra nel tentativo di passare sotto silenzio i loro crimini.

Secondo quanto riferisce il National Catholic Reporter, p. Fitzgerald, che morì nel 1969, era talmente convinto dell’impossibilità di una reintegrazione dei preti pedofili nel ministero sacerdotale, da versare un deposito di 5.000 dollari per il progetto di costruzione di un centro di cura per preti pedofili lontano dal mondo, su un’isola caraibica, a Barbados, allo scopo di preservare la Chiesa cattolica dallo scandalo e i laici dal rischio di essere vittime di abusi. Un progetto che non andò mai in porto. Nelle lettere, inviate a decine di vescovi – che il settimanale Usa riporta nella loro integralità sul suo sito internet – il religioso affermava di aver appreso, grazie alla sua esperienza, che la maggior parte dei preti pedofili era costituita da individui recidivi e pericolosi, che egli definì più volte “vipere”: “Siamo esterrefatti nel rilevare quanto spesso ad un uomo che, se non fosse prete, sarebbe dietro le sbarre, viene affidata la cura d’anime”, scrisse nel 1957. Una consapevolezza, questa, che i vescovi Usa hanno espresso soltanto nel 2002, quando hanno redatto il documento che richiede la rimozione dal ministero dei preti che sono accusati di abusi.

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L’appello di p. Fitzgerald, quindi, è rimasto inascoltato per quasi cinquant’anni: si riteneva che i casi di preti pedofili fossero rari, ha spiegato al National Catholic Reporter mons. Blase J. Cupich, il vescovo oggi incaricato, nella Conferenza episcopale, della protezione dei bambini e dei giovani. E poi le posizioni di p. Fitzgerald “erano considerate stravaganti per quanto riguarda il trattamento non medico, ma spirituale, delle persone, e la segregazione di un’intera popolazione con problemi sessuali su un’isola deserta”; infine “nel mondo della psicologia stava acquisendo credibilità l’idea che, quando si offre un trattamento sanitario, queste persone possono, in realtà, tornare al loro ministero”. Un’idea che poi si è rivelata, alla prova dei fatti, fallimentare. P. Fitzgerald, in origine prete dell’arcidiocesi di Boston per 12 anni, nel 1934 divenne membro della congregazione della Santa Croce e fondò quella dei Servi del Spirito Paraclito nel 1947, per accogliere preti che avevano problemi di alcolismo, droga o che avevano violato il voto di castità; la sua terapia consisteva nella preghiera e in un cammino spirituale intenso. Fu solo in un secondo tempo che i vescovi cominciarono a inviare nella sua casa di ritiro Via Coeli a Jemez Sprongs, New Mexico, anche sacerdoti responsabili di pedofilia, e all’inizio il religioso espresse perplessità in proposito, convinto che questi uomini fossero “troppo pericolosi per i bambini della parrocchia e del vicinato per accoglierli qui”.

Il caso di John T. Sullivan

Nel settembre del 1957 il vescovo di Manchester, New Hampshire, mons. Matthew Brady, gli chiese una consulenza riguardo “un prete problematico”, John T. Sullivan, che aveva sedotto diverse adolescenti (“Non c’è angolo della diocesi dove non sia conosciuto”, scriveva al religioso) ma che appariva ora sinceramente pentito. Aveva, tra l’altro, procurato l’aborto ad una ragazzina che aveva messo incinta e riconosciuto un figlio che aveva avuto da un’altra, provvedendo al suo sostentamento. “La soluzione del problema – scriveva il vescovo, incarnando quello che è stato per decenni l’atteggiamento tipico della gerarchia ecclesiastica – sembra essere un nuovo inizio in una diocesi dove egli non sia conosciuto. Mi è venuto in mente che forse tu sai di qualche vescovo che potrebbe dargli quest’opportunità”.

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Netta la risposta di Fitzgerald: “Pentimento e correzione in questi casi sono superficiali e, se non formalmente, almeno a livello di subconscio, motivati dal desiderio di trovarsi nuovamente in una posizione dove poter continuare la loro attività infame. Una nuova diocesi significa solo verdi pascoli”. Aggiungeva che i Servi del Paraclito avevano “adottato una politica definita per cui non raccomandavano individui del genere ai vescovi, pur presumendo la sincerità delle conversioni”. Sullivan venne rifiutato da un vescovo dopo l’altro, poiché Brady, evidentemente, aveva sposato le ragioni di Fitzgerald: “La mia coscienza – scrisse ai vescovi – non mi permette di raccomandarlo a nessun vescovo”; “padre Fitzgerald di Via Coeli lo potrebbe accogliere solo come ospite permanente per aiutarlo a salvare la sua anima ma senza speranza di raccomandarlo ad un vescovo”. Sullivan, che è rimbalzato di diocesi in diocesi per 30 anni, fu infine privato del suo ministero solo nel 1983 in seguito ad un ulteriore abuso. Morì nel 1999, senza aver mai affrontato un processo, ma la Chiesa pagò mezzo milione di dollari in risarcimento alle vittime.

Una posizione impopolare

La posizione di Fitzgerald sulla impossibilità di riammettere i preti pedofili alla vita sacerdotale è espressa in modo cristallino in una lettera del ‘57 a un vescovo che non viene nominato, ma che potrebbe essere il cofondatore della congregazione, mons. Edwin V. Byrne di Santa Fé: “Questi uo-mini, eccellenza – scriveva Fitzgerald – sono diavoli e la maledizione di Dio è su di loro, e se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma ai fini della loro laicizzazione”.

Nel 1962 egli scrisse poi una risposta di cinque pagine al Sant’Uffizio, che gli chiedeva un parere sulla piaga dei preti che “per mancanza di autodisciplina sacerdotale sono diventati un problema per la Madre Chiesa”. Uno dei suoi suggerimenti era di proporre “un insegnamento più specifico negli ultimi anni di seminario, riguardo alle pesanti pene che la violazione dell’innocenza dei piccoli comporta”. E riguardo ai preti “caduti più volte in questo peccato… e in particolare nell’abuso di bambini, sentiamo con forza che a questi preti sfortunati occorre offrire l’alternativa di una vita ritirata all’interno della protezione delle mura monastiche o della completa laicizzazione”. L’anno successivo, egli espresse questa stessa posizione a papa Paolo VI, aggiungendo che “la reintegrazione di preti che sembrano riabilitati deve essere presa in considerazione, ma è raccomandabile soltanto laddove siano possibili una guida ed una supervisione ravvicinata. Dove c’è indicazione di incorreggibilità, per l’atroce scandalo dato, suggerirei onestamente la laicizzazione totale”.

P. Fitzgerald entrò poi in collisione con il nuovo vescovo di Santa Fé, James Davis, che voleva una maggiore medicalizzazione delle strutture e dei trattamenti. Alla fine il religioso si dimise. I suoi successori aggiunsero la psichiatria e terapie farmacologiche al suo regime di preghiera e spiritualità, e restituirono i preti “guariti” al ministero, su richiesta dei vescovi. Più tardi, con l’esplosione dello scandalo degli abusi in tutta la sua enorme portata, la congregazione del Paraclito fu bersagliata da accuse e contro di essa furono intentati processi; molti dei suoi centri furono costretti a chiudere. La Via Coeli si interruppe. (ludovica eugenio)

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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