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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Amelia » L’affaire Don Gelmini e la crisi delle comunità

L’affaire Don Gelmini e la crisi delle comunità

Redazione WebNews by Redazione WebNews
10 Agosto 2007
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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C’è una guerra di successione dietro lo scandalo che ha travolto il fondatore della Comunità Incontro, don Pierino Gelmini, 82 anni. Le prime avvisaglie cinque anni fa. Secondo una denuncia anonima l’esuberante sacerdote non sarebbe stato solo un padre affettuoso e premuroso con gli ex tossicodipendenti della comunità di Amelia (Terni), ma qualcosa di più. La denuncia venne archiviata ma coincise con l’allontanamento di un ex sacerdote, per anni braccio destro del fondatore.

Nel frattempo cresceva il ruolo di un prete cingalese che presta servizio nella comunità, padre Bernard. Accanto a lui don Enzo Pichelli e Marco Araclea, coordinatore dei centri di accoglienza. Un piccolo staff di fedelissimi che non ha mancato di provocare le gelosie di altri operatori e volontari, in particolare quando si è cominciato a discutere su chi raccoglierà il testimone del sacerdote.

Aperta e accogliente con chi ha bisogno di aiuto, dal punto di vista organizzativo la Comunità Incontro appare invece impenetrabile. Forte di 164 sedi residenziali in Italia e 74 negli altri paesi del mondo, la galassia di Gelmini è rigidamente gerarchica. Dal fondatore passano ancora tutte le decisioni che contano. Tanto sono vivaci i rapporti di don Pierino con il mondo politico e dello spettacolo tanto sono essenziali quelli con il mondo ecclesiale. Ridotti all’ufficialità gli incontri di Gelmini con il suo vescovo, Vincenzo Paglia. Li divide un’opposta sensibilità politica.

Di fronte allo scandalo, Paglia ha scelto di non prendere posizione. Silenzio anche da parte dei vertici della Cei e del Vaticano. L’unico a pronunciarsi è stato il cardinale Francesco Marchisano che, parlando a titolo personale, ha chiesto a don Gelmini di farsi da parte, almeno fino alla fine dell’inchiesta. Al silenzio delle gerarchie si sono aggiunti gli attacchi di don Antonio Mazzi. La guerra fra «i don antidroga» svela rivalità che dividono il mondo del volontariato impegnato nella lotta alla tossicodipendenza, legato anche alla feroce concorrenza per l’accesso ai fondi pubblici. Ed è il sintomo della crisi che attraversano molte comunità terapeutiche fondate negli anni Settanta.

Sorte per far fronte al dilagare dell’eroina, ora si trovano spiazzate dalla radicale modificazione del consumo di droga nel nostro Paese, passato alla cocaina e alle sostanze sintetiche. Nel Nord Italia più del 50 per cento dei nuovi soggetti presi in cura dai Sert e dalle comunità presenta un abuso primario di cocaina, denunciano gli operatori. Secondo il Cnr i consumatori di cocaina in Italia sono 1,5 milioni ma non più di 30 mila di essi riescono a essere presi in cura dai servizi.

Nel frattempo le comunità terapeutiche chiudono o si svuotano. Il numero delle strutture residenziali per le dipendenze si è dimezzato rispetto a dieci anni fa, rivela l’Agenzia Redattore Sociale sulla scorta della Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia. Nel 1996 si contavano 1.372 strutture residenziali con circa 24 mila utenti. Oggi ce ne sono 730 residenziali e 204 semiresidenziali, con non più di 11 mila utenti. «In Lombardia, su 2.200 posti disponibili in comunità, sono occupati poco più della metà» osserva don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova a Milano. «Per i cocainomani la comunità terapeutica tradizionale è necessaria solo in casi particolari. Occorre trasformare parte di queste strutture in centri diurni capaci di offrire risposte nuove e diversificate».

Ma la crisi delle comunità terapeutiche è anche economica. «Non è una questione di destra o di sinistra. Nessun governo dimostra la volontà di definire un vero progetto per combattere le tossicodipendenze» denuncia don Vinicio Albanesi della Comunità di Capodarco. E c’è un problema generazionale: per i carismatici fondatori delle comunità terapeutiche è giunta l’ora di passare il testimone. Ha cominciato San Patrignano: Andrea Muccioli ha raccolto l’eredità del padre e la comunità punta ad adeguarsi alle nuove emergenze. Lo stesso può dirsi per il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti e il Ceis di don Mario Picchi. Ora tocca a Exodus di don Mazzi e alla Comunità Incontro di don Gelmini. Ma, a quanto pare, non sarà un cammino facile.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.