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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » citta-del-vaticano » Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

Redazione WebNews by Redazione WebNews
1 Settembre 2018
in Città del Vaticano
Reading Time: 7 mins read
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“L’ho letto e non dirò una parola. Leggetelo voi [giornalisti] e fate voi il vostro giudizio. Quando sarà passato un po’ di tempo e voi avrete tratto le conclusioni, forse io parlerò”.

È così che papa Francesco – la sera del 26 agosto sull’aereo di ritorno da Dublino – ha risposto a chi l’interpellava sull’atto d’accusa che la mattina stessa gli aveva rivolto l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò.

Una risposta molto elusiva. Al pari di altre sue precedenti reazioni, ogni volta che si è visto attaccato. Come nel caso dei “dubia” sulla sua correttezza dottrinale sollevati nel 2016 da quattro autorevoli cardinali, che egli non ha mai voluto né ricevere né degnare di un chiarimento.

Questa volta però, oggetto dell’accusa non è una controversia dottrinale “ad intra”, di scarso impatto sull’opinione pubblica laica, ma una questione di sesso, anzi, di omosessualità praticata per decenni, con decine di partner, da un ecclesiastico americano di prima grandezza, arrivato ad essere arcivescovo di Washington e cardinale, Theodore McCarrick.

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In sostanza Viganò accusa papa Francesco di essere stato informato da lui delle malefatte di McCarrick fin dal 23 giugno del 2013, ma di non aver poi agito di conseguenza, anzi, di aver tenuto il reprobo vicino a sé come suo primo consigliere nelle nomine che stanno ridisegnando la gerarchia cattolica negli Stati Uniti, promuovendo i suoi protetti. Solo quest’anno, a seguito della denuncia di un suo abuso anche su un minorenne, il papa avrebbe deciso di sanzionare McCarrick e di spogliarlo del cardinalato.

L’accusa è di una pesantezza inaudita ed è difficilmente contestabile nella sua sostanza, anche per i ruoli chiave ricoperti in passato da Viganò in curia e in diplomazia. Ma, appunto, papa Francesco ha scelto anche in questo caso di non reagire. Ha lasciato ai professionisti dei media il compito di giudicare. Sicuro che molti si pronuncino in sua difesa, come è già avvenuto con i “dubia”, dove in effetti la successiva battaglia si è risolta di fatto a suo favore.

Che però la vittoria gli arrida anche questa volta, è tutto da vedere.

Il caso McCarrick non è l’unico, nel suo genere, a mettere in difficoltà Jorge Mario Bergoglio.

Ce n’è un altro che gli somiglia come un gemello. Riguarda monsignor Battista Ricca (nella foto), direttore della Casa di Santa Marta scelta da Francesco come sua residenza e da lui promosso il 15 giugno 2013, all’esordio del pontificato, prelato dello IOR, cioè referente del papa nella “banca” vaticana, con facoltà di presenza a tutte le riunioni del board e di accesso a tutta la documentazione.

Nella seconda metà di quel mese di giugno del 2013 erano convenuti a Roma da tutto il mondo gli ambasciatori della Santa Sede. Ed è in quell’occasione che Viganò, all’epoca nunzio a Washington, incontrò Francesco e gli disse delle malefatte di McCarrick.

Ma anche la nomina di Ricca a prelato dello IOR, avvenuta pochi giorni prima, aveva creato forte sconcerto in un buon numero di nunzi, che l’avevano conosciuto come consigliere diplomatico in Algeria, in Colombia, in Svizzera e poi in Uruguay, ovunque con una condotta tutt’altro che illibata, specie nell’ultima destinazione.

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A Montevideo, tra il 1999 e il 2001, Ricca conviveva con il proprio amante, l’ex capitano dell’esercito svizzero Patrick Haari, che l’aveva seguito fin lì da Berna. E in più frequentava luoghi d’appuntamento con giovani dello stesso sesso, una volta subendo un pestaggio e un’altra volta finendo bloccato in ascensore, dentro la nunziatura, con un diciottenne già noto alla polizia uruguayana.

Finì che Ricca fu ritirato dal servizio diplomatico sul campo e richiamato a Roma, dove, però, miracolosamente, la sua carriera ricominciò con successo, portandolo a divenire consigliere diplomatico di prima classe nell’organico della segreteria di Stato e soprattutto direttore delle tre residenze vaticane per i cardinali e i vescovi in visita a Roma, tra cui quella di Santa Marta, con l’opportunità di tessere eccellenti rapporti, anche di amicizia, con ecclesiastici di mezzo mondo tra i quali Bergoglio, che appena eletto papa lo ammise nella sua cerchia più intima, di cui continua a far parte ancor oggi.

Ebbene, tra i nunzi convenuti a Roma in quel mese di giugno del 2013 c’erano anche quelli che sapevano degli scandalosi precedenti di Ricca e ritenevano che papa Francesco non ne fosse al corrente, vista la sua promozione del personaggio, pochi giorni prima, addirittura a prelato dello IOR.

Ci fu quindi chi, in quei giorni, volle mettere in guardia Francesco informandolo sui trascorsi di Ricca.

Non solo. Tra i numerosi testimoni della scandalosa condotta di Ricca a Montevideo c’erano anche dei vescovi uruguayani, uno dei quali, dopo la nomina dello stesso Ricca a prelato dello IOR, ritenne doveroso scrivergli una lettera accorata in cui lo pregava, “per amore del papa e della Chiesa”, di dimettersi.

E in effetti Francesco volle veder chiaro nella documentazione sui trascorsi di Ricca che si trovava nella nunziatura di Montevideo. Se la fece recapitare a Roma attraverso suoi canali personali, senza passare dalla segreteria di Stato.

Nel frattempo, sull’Espresso, era uscito un servizio molto dettagliato su Ricca. Il quale pubblicamente non reagì in alcun modo, mentre però in privato liquidava come “chiacchiere” tutti quei fatti riportati contro di lui, e teneva a far sapere che anche il papa, da lui incontrato, li riteneva “chiacchiere” prive di fondamento.

Interpellato nel luglio del 2013 dalla stampa uruguayana e argentina sulla sorte del prelato, l’allora nunzio a Montevideo, Guido Anselmo Pecorari, si limitò a questa dichiarazione laconica: “Ritengo che la questione sia nelle mani della Santa Sede. E sicuramente il Santo Padre, nella sua saggezza, saprà come fare”.

Sta di fatto che alla fine del mese di luglio, nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma da Rio de Janeiro, dove si era recato per la giornata mondiale della gioventù, papa Francesco fu effettivamente interrogato da una giornalista brasiliana sul caso Ricca e sulla cosiddetta “lobby gay”. E questa fu la sua risposta testuale, trascritta così nel bollettino ufficiale della Santa Sede:

“Quanto a mons. Ricca ho fatto quello che il diritto canonico manda a fare, che è la ‘investigatio previa’. E da questa ‘investigatio’ non c’è niente di quello di cui l’accusano, non abbiamo trovato niente di quello. Questa è la risposta. Ma io vorrei aggiungere un’altra cosa su questo: io vedo che tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso, si vanno a cercare i ‘peccati di gioventù’, per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? i delitti sono un’altra cosa: l’abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante. Quando noi andiamo a confessarci e diciamo davvero: ‘Ho peccato in questo’, il Signore dimentica e noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che il Signore non si dimentichi dei nostri [peccati].  È un pericolo quello. Questo è importante: una teologia del peccato. Tante volte penso a San Pietro: ha fatto uno dei peggiori peccati, che è rinnegare Cristo, e con questo peccato lo hanno fatto papa. Dobbiamo pensare tanto. Ma, tornando alla sua domanda più concreta: in questo caso, ho fatto l’’investigatio previa’ e non abbiamo trovato. Questa è la prima domanda. Poi, lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con ‘gay’. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice – aspetta un po’, come si dice… – e dice: ‘Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società’. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me. E la ringrazio tanto per aver fatto questa domanda”.

Tre annotazioni e proposito di quanto detto qui da papa Francesco.

1. Sostenendo di non aver “trovato niente” di riprovevole nella “investigatio previa” alla nomina di Ricca a prelato dello IOR, Francesco ha confermato che il dossier personale su di lui conservato in segreteria di Stato era stato accuratamente ripulito dai suoi trascorsi scandalosi. Francesco però aveva avuto a disposizione nelle settimane precedenti anche la documentazione accusatoria conservata nella nunziatura di Montevideo, documentazione inoppugnabile, visto che sulla base di essa la segreteria di Stato aveva ritirato Ricca dal servizio diplomatico sul campo. Eppure l’ha ignorata.

2. Francesco ha applicato a Ricca la tipologia di chi ha commesso dei “peccati di gioventù” e poi si è pentito. Ma non è questa l’immagine che Ricca ha mai dato di sé, ma piuttosto quella di chi ha sempre respinto come “chiacchiere” senza fondamento le accuse contro la sua condotta.

3. Ed è riferendosi proprio a Ricca che Francesco ha pronunciato la famosa frase che è diventata il marchio del suo pontificato: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”. Con questa frase Bergoglio ha rovesciato a suo totale favore presso l’opinione pubblica mondiale una vicenda che altrimenti avrebbe potuto seriamente minare la sua credibilità.

È questa l’impresa che papa Francesco sta ritentando oggi, dopo che la vicenda di McCarrick è stata messa a nudo dalla testimonianza dell’ex nunzio Viganò.

Anche questa volta Bergoglio si è astenuto dal giudicare. Ha rilanciato il gioco nel campo dei media. Dove la pedofilia non è ammessa, ma i rapporti omosessuali sì. Non importa se commessi da uomini di Chiesa che praticandoli violano in pieno l’impegno di castità che hanno assunto pubblicamente con il sacramento dell’ordine.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.