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Gli abusi (nascosti) ai chierichetti del Papa in Vaticano

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Dicembre 2018
in Città del Vaticano
Reading Time: 5 mins read
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Le anticipazioni in esclusiva per Panorama dell’inchiesta sugli abusi subiti da alcuni giovani che servivano Messa in Vaticano

Gianluigi Nuzzi – 18 dicembre 2018

Dopo sei mesi d’indagini riservatissime si sta per chiudere in Vaticano l’inchiesta sugli abusi sessuali che avrebbero subito alcuni chierichetti del Papa, alunni del pre-seminario san Pio X all’interno del piccolo Stato. L’istituto, voluto da Pio XII dal 1956, ospita gli studenti delle scuole medie inviati dalle diocesi di tutto il mondo per il cosiddetto «discernimento vocazionale», ovvero capire se esprimono una predisposizione al sacerdozio. A questi giovani, tra l’altro, è affidato un compito davvero privilegiato, ovvero quello del servizio liturgico nella basilica di san Pietro. Da qui l’appellativo di «chierichetti del papa», visto che spesso come piccoli ministranti servono le messe officiate dal pontefice in persona.

I fatti risalgono al periodo tra 2010 e 2011. Di giorno gli alunni frequentavano la scuola privata parificata Sant’Apollinare nella Capitale, per poi ritirarsi nelle camerate del pre-seminario, ospitato nel corpo interno di palazzo san Carlo. Qui si sarebbero consumate le violenze ai danni di alcuni seminaristi minorenni. Uno scandalo emerso nel novembre del 2017, quando nel saggio Peccato Originaleveniva raccontata la storia di un ex alunno, il polacco Kamil Jarzembowski, entrato in collegio nel settembre del 2009 e che dall’estate del 2014 aveva denunciato alle autorità ecclesiastiche gli abusi dei quali sarebbe stato testimone oculare, compiuti ai danni di un suo compagno di stanza, un ragazzino che chiameremo Paolo. La vicenda si amplificò: altre vittime – tutte frequentanti l’ex seminario – si fecero avanti. In diverse interviste in tv vennero indicati almeno due «carnefici»: uno studente già grande, alloggiato anche lui nella struttura e che frequentava l’università, e un monsignore assai noto in curia e messo in disparte da Francesco poche settimane dopo la sua elezione a pontefice. Tutte accuse smentite da chi gestiva e gestisce il pre-seminario, ovvero l’opera don Folci di Como, e anche dalla diocesi di Como che aveva ricordato come le accuse nei confronti del seminarista presunto molestatore, ora sacerdote, fossero «già state oggetto di accertamento da parte delle competenti sedi ecclesiastiche» ed evidentemente ritenute infondate.

la decisione di bergoglio

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Invece, negli ultimi mesi, la nuova indagine ha preso consistenza, grazie anche alla denuncia penale presentata a marzo scorso proprio da Paolo. Il promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, con l’aggiunto Roberto Zanotti, entrambi docenti universitari in atenei italiani, hanno sentito decine e decine di testimoni (in tutto circa 30) tra presunte vittime e potenziali carnefici, chierichetti testimoni, sacerdoti confessori e monsignori. Nel fascicolo sono finite anche numerose lettere di denuncia scritte da Jarzembowski a cardinali e alti prelati (da Angelo Comastri a Giovanni Angelo Becciu), dvd di puntate di programmi televisivi che seguirono la storia (da Quartogrado alle Iene) e persino alcune registrazioni con testimonianze e accuse. Il procedimento si è così sviluppato ipotizzando diversi reati (dagli abusi sessuali all’omissione di atti d’ufficio al favoreggiamento) a carico di più persone. Sui nomi degli indagati c’è ancora il massimo riserbo, anche se è destinato a durare poco. Appena conclusa l’indagine, questione ormai di giorni se non di ore, il promotore di Giustizia chiederà o l’archiviazione o il processo. Sarà poi il tribunale vaticano a decidere anche se in curia è chiaro che l’ultima parola sullo sviluppo processuale di questa storia imbarazzante sarà quella pronunciata da Bergoglio. Essendo il Papa monarca assoluto nel piccolo Stato, a lui spetta la decisione finale. 

vittime e carnefici 

Di certo l’indagine conquista alcuni rilevanti primati. Innanzitutto è la prima che viene condotta su diversi episodi che si sarebbero tutti consumati non in qualche polveroso sottoscala di oratori di provincia, ma addirittura all’interno delle mura leonine, negli inviolati sacri palazzi, cuore pulsante della curia romana. L’altro primato riguarda certamente la profondità degli accertamenti svolti. Francesco ha chiesto che venisse portato avanti un accertamento non di facciata ma approfondito, senza sconti e indulgenze.

Si è quindi partiti proprio dalla lunga testimonianza di Kamil, sentito più volte come testimone in Vaticano: «A settembre 2011, cioè al mio rientro in Vaticano dopo le vacanze estive, il rettore mi assegnò una stanza-dormitorio da dividere con Paolo, anch’egli alunno del pre-seminario. Nel corso dell’anno scolastico 2011/2012 e, più precisamente, dalla fine del mese di settembre 2011 fino all’inizio del mese di giugno 2012, sono stato testimone di atti sessuali che Antonio (nome di fantasia, ndr) esigeva da Paolo, atti sessuali che si compivano nonostante la mia presenza. Gli atti venivano svolti sempre di sera, intorno alle ore 23. Antonio, dopo che tutti gli altri alunni si erano già coricati, accedeva nella stanza-dormitorio condivisa da me e Paolo. Qui avvenivano rapporti di sesso orale, mentre, alcune volte, i due si recavano insieme nella stanza di Antonio per proseguire il rapporto».

Altri episodi si sarebbero consumati ai danni di un altro ragazzo, vittima di abusi a casa di un potente monsignore che, pur non essendo nell’organico del Pio X, aveva modo di frequentare gli allievi dell’istituto e di adescarli. Questo stando almeno alla presunta vittima che ha raccontato in tv delle vessazioni subite e di come pur essendo trascorsi diversi anni dai fatti, ancora oggi si fa numerose docce al giorno, come per «pulire» quel senso profondo di vergogna. Quest’ultima vittima ha tra l’altro anche tentato più volte il suicidio, mentre il presunto carnefice ancora oggi è monsignore e frequenta liberamente i sacri palazzi.

Servirà L’incontro al vertice di febbraio?

La decisione sul futuro di questa inchiesta cade in un momento assai particolare, essendo in Vaticano il tema della pedofilia sempre più di attualità, dopo gli esposti su presunte coperture presentate da monsignor Carlo Maria Viganò la scorsa estate. In più sono ormai in corso i preparativi per gli incontri che si terranno a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019, quando Francesco incontrerà i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per discutere proprio della questione della pedofilia e della protezione dei minori. Un appuntamento senza precedenti, visto che gli alti prelati saranno chiamati proprio a studiare misure efficaci ad arginare il fenomeno della pedofilia nella Chiesa.

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Misure non solo sociali, di diritto canonico ma anche penali. C’è poi da colpire quella rete di protezioni, insabbiamenti che hanno spesso garantito l’impunità ai molestatori e ai violentatori. Un sistema «Spotlight», dal nome del recente film e ben raccontato di recente proprio su Panorama da Antonio Rossitto. Del resto solo qualche settimana fa è stato Georg Ganswein, storico collaboratore di Benedetto XVI, a paragonare per gravità questa piaga all’11 settembre quando Al Qaida attaccò le Torri gemelle a New York: «La Chiesa» ha spiegato «guarda con sconcerto al proprio “11 settembre”, anche se questa catastrofe purtroppo non è avvenuta in una sola data, ma in tanti giorni, mesi, anni, che hanno creato innumerevoli vittime. Non fraintendetemi: non confronto né le vittime né gli abusi con le 2.996 persone che persero la vita in quegli attentati. Nessuno sinora ha attaccato la Chiesa cattolica con aerei passeggeri, la basilica di San Pietro è ancora in piedi, e tuttavia tutte queste anime ferite mortalmente, per noi sacerdoti è un messaggio più terribile della notizia che fossero crollate tutte le chiese della Pennsylvania e la Basilica del santuario nazionale dell’Immacolata concezione di Washington».

È anche vero che la celebrazione di un simile processo non ha precedenti nella storia d’Oltretevere, a eccezione di quando nel settembre del 2014 venne arrestato e processato l’ex nunzio Jozef Wesolowski, sotto inchiesta per pedofilia. In verità, quella storia si concluse ancor prima di iniziare. Infatti, rinviato a giudizio il 15 febbraio del 2015, Wesolowski ebbe un malore tanto da rinviare la prima udienza, che si sarebbe dovuta celebrare nel luglio successivo. Ma il processo non ebbe mai luogo perché il nunzio morì nella sua stanza del collegio dei penitenzieri nella sera del 27 agosto 2016 per un problema di cuore. Dovesse essere celebrato un processo sarebbe quindi, di fatto, la prima volta. 

https://www.panorama.it/news/cronaca/gli-abusi-nascosti-ai-chierichetti-del-papa-vaticano/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.