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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Ancona » Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza ed è ricca di casi ingombranti

Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza ed è ricca di casi ingombranti

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Giugno 2019
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
A A
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di Franca Giansoldati – Città del Vaticano – I passi del gambero. Che cosa sta accadendo nella Chiesa di Papa Francesco sul fronte della pedofilia: la lotta va davvero avanti e i colpevoli vengono puniti severamente dai tribunali ecclesiastici nello stesso modo, oppure la situazione è ancora a macchia di leopardo e permangono zone grigie? In assenza di trasparenza – perché di quella non vi è ancora traccia – il dubbio assale, almeno a giudicare diversi casi affiorati in quest’ultimo periodo, da varie parti. Il più eclatante ha come protagonista un prete italiano, molto bene introdotto al di là del Tevere e alla Cei, originario delle Marche. Nel 2013 don Giangiacomo Ruggeri, ex parroco a Fano, è stato condannato per aver avuto «baci e carezze» con una ragazzina di 13 anni. L’altro reato contestato riguardava atti osceni in luogo pubblico. In primo grado la pena comminata dal tribunale è stata di 2 anni e sei mesi ma in Appello la corte di Ancona ha accolto il ricorso e dimezzato la pena inflitta (un anno, undici mesi e dieci giorni).

Resta il fatto che questo prete aveva fatto sesso con una minorenne. Praticamente una bambina. Il caso si è aperto in parallelo anche alla Congregazione della Fede che però ha ritenuto di non procedere alla sospensione a divinis, né alla riduzione allo stato laicale del sacerdote, ma di infliggergli una «giusta pena» che non prevede il suo allontanamento dal ministero sacerdotale. Naturalmente la vittima è stata indennizzata finanziariamente e il sacerdote trasferito alla diocesi di Pordenone dove dirige una casa di esercizi spirituali.

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La cosa buffa che nel frattempo non è sfuggita a tanti osservatori è che don Ruggeri nel frattempo è stato riabilitato persino dall’Osservatore Romano che, recentemente, ha ospitato una sua intervista come esperto di Internet. Naturalmente seminando sconcerto sulla assenza di trasparenza, coerenza, linearità.

La domanda resta: tolleranza zero verso le mele marce dove è andata a finire?

Il secondo caso affiorato è quello di un ragazzino milanese abusato sessualmente da un prete, don Mauro Galli, condannato nel 2018 da un tribunale civile a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Un caso di insabbiamento da parte dell’attuale arcivescovo di Milano che, a suo tempo, aveva ammesso davanti alle autorità italiane di essere stato a conoscenza del caso ma di avere agito in quel modo. Probabilmente per non creare scandali. Fatto sta che la mamma, Cristina Battaglia, cattolica praticante, cerca disperatamente giustizia dalla Chiesa e dopo avere scritto a Papa Francesco durante il summit sulla pedofilia (senza mai avere avuto risposta), ha accusato anche il presidente della Cei, Bassetti di essere un «bugiardo», di non voler intervenire per smascherare un caso di insabbiamento. Naturalmente anche a Bassetti aveva inviato a più riprese la documentazione su suo figlio che ora ha una ventina d’anni.

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L’ultimo passaggio è terribile per tutta la famiglia del ragazzo abusato riguarda una frase di Bassetti che durante una conferenza stampa aveva affermato di non conoscere il caso quando, invece, a lui erano arrivati tutti i fascicoli e le lettere di mamma Cristina. Siccome questa signora è una donna coraggiosa, ha inviato di nuovo tutte le vecchie lettere a Bassetti, ricevendo in cambio una risposta «raggelante». A una mamma con il cuore spezzato, il cardinale è riuscito a trovare solo parole burocratiche, terminando la missiva con un le «invio un cordiale saluto», come se fosse una lettera commerciale, ma senza assicurare nemmeno nessun contatto umano (come del resto il cardinale Bassetti assicurava di voler fare). Di fatto il caso Delpini è chiaro che resta avvolto da una nuvola di mistero e di scarsa trasparenza sul perché la Chiesa di Papa Francesco non voglia prendere alcun provvedimento nei confronti di un vescovo che ha insabbiato, come invece è stato fatto altrove (Cile, Irlanda, Francia, Stati Uniti).

A questi due casi si somma il caso di Napoli del cardinale Sepe, anch’egli insabbiatore di un caso di pedofilia, don Silverio Mura. Ultimamente don Silverio è stato assolto dal tribunale ecclesiastico di Milano (un altra anomalia) da ogni addebito nonostante vi siano due vittime, ormai adulte, che lo accusano di abusi reiterati quando avevano 12 anni, agli inizi degli anni Novanta. La sentenza su don Mura è stata affidata (inspiegabilmente) dal Vaticano non tanto alla Congregazione della Fede (dove tra i consultori siede proprio Sepe) ma al Tribunale ecclesiastico di Milano. L’altra cosa incredibile è che la vittima nel processo ecclesiastico figura come test e non come parte lesa e che non sono state ascoltate le altre vittime del prete anche se erano state indicate nel corso del giudizio.

Inoltre le vittime non hanno potuto nemmeno prendere visione della sentenza nella sua interezza, a loro è stato riferito che è un documento riservato. Un particolare che fa a pugni con quanto era emerso a febbraio al summit contro la pedofilia (basta con l’opacità, serve trasparenza era stato più volte detto). In questo quadro di sostanziale ambiguità Papa Francesco proprio ieri era a Napoli per un convegno dove, arrivando a destinazione, ha abbracciato il cardinale Sepe, per poi accomodarsi, uno a fianco dell’altro per assistere all’incontro teologico sul Mediterraneo.

Le vittime di don Mura hanno fatto ascoltare il loro dolore a distanza facendo presente che loro continueranno a chiedere la verità, perchè quella sentenza, a loro dire, è l’ennesimo colpo al cuore.

https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_delpini_sepe_papa_francesco_abusi_vittime_insabbiamento-4573602.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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