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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Benedetto XVI » Viganò, il vero problema della Chiesa non è Papa Francesco. Ma una concezione deviata del potere

Viganò, il vero problema della Chiesa non è Papa Francesco. Ma una concezione deviata del potere

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Settembre 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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di Riccardo Cristiano*

Dopo l’annuncio che il Vaticano fornirà una risposta alle accuse dell’arcivescovo Viganò, il papa ha convocato per il prossimo febbraio un incontro senza precedenti con tutti i presidenti delle conferenze episcopali sulla tutela dei minori. Si tratta di due decisioni tanto inattese quanto opportune vista la portata di quanto è accaduto, che più che un attacco a Bergoglio sembra essere un attacco al Concilio. Ma per dire perché, occorre partire da cosa è successo.

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Ha osservato correttamente Foreign Affairs che le preghiere per una rapida scomparsa del papa regnante tra i preti o magari tra i vescovi, non sono né rare né nuove, se ne parla da secoli, ma richieste pubbliche di dimissioni del papa non erano immaginabili neanche tra chi ammette che quelle preghiere non sono inusuali. Fatto sta che da secoli nessuno c’era mai arrivato. Ora che invece l’arcivescovo Viganò ha varcato la soglia ritenuta invalicabile, chiedendo a PapaFrancesco di dimettersi, non è possibile non leggere questa incredibile vicenda a partire dal danno che ne riceve il papato in sé, non tanto quello di Bergoglio, e l’idea conciliare di Chiesa.

Come è noto, colui che per l’uomo che ne chiede le dimissioni è il Vicario di Cristo, dovrebbe lasciare perché a carico del cardinale McCarrick – colpevole di condotte sessuali molto gravi – vi sarebbero state delle “sanzioni segrete”, mai scritte né mai rispettate dal medesimo cardinale senza che ciò comportasse alcunché, neanche per l’arcivescovo Viganò stesso, che in un banchetto pubblico non esitò a elogiare il cardinale in questione; sanzioni segrete ma di cui Bergoglio non poteva non sapere, di cui lo stesso Viganò gli avrebbe parlato senza che il papa facesse alcunché.

Ma non è questo che conta di più. Ciò che conta di più è che il McCarrick è arrivato alla guida della diocesi di Washingtonall’inizio del secolo, quando regnava papa Giovanni Paolo II, poi è diventato cardinale, concludendo di lì a breve una lunga carriera di successi. Come abbiamo appreso di recente grazie al sito della Conferenza Episcopale Americana, le accuse risalgono agli albori del millennio, cioè proprio quando esplose lo scandalo pedofilia in America. Come pensare che in un simile contesto di fibrillazione il caso McCarrick, accusato di relazioni con seminaristi, e l’opportunità della sua nomina a cardinale siano passati inosservati?

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Ma i dubbi specifici e la tempistica esatta di accuse e nomina non devono far velo al problema sostanziale: i criteri di selezione dell’episcopato sono stati adeguati? Nello specifico, la raccomandazione a una vita appartata a un cardinale accusato di ciò che sappiamo risolve il problema o lo indica? Inoltre non sembra che queste sanzioni abbiano dovuto attendere quanto indicato da Viganò per essere formulate segretamente.

Recenti indiscrezioni asseriscono infatti che, molto prima di quanto indicato da Viganò, sia stato raccomandato al cardinale uno stile di vita “appartato”, compreso l’abbandono del seminario dove viveva. Ma davvero monsignor Viganò pensa di non coinvolgere San Giovanni Paolo II asserendo che quando nominò cardinale McCarrick, diversi anni prima di morire, già non capiva chi nominava? E pensa di non coinvolgere nel disastro papa Benedetto XVI dicendo che quando il cardinale McCarrick, a suo avviso da lui segretamente sanzionato e obbligato a una vita appartata e di penitenza, gli compariva davanti in Vaticano insieme agli altri vescovi americani, Benedetto non gli diceva nulla perché è un timido?

Forse, osservando con sguardo attento non al singolo caso ma al problema nella sua vastità e alla sua portata, sembra essere proprio quello della qualità del personale episcopale selezionato nei decenni passati il vero punto dolente e quindi quello dei criteri di scelta, confermato per tale dalla diffusa prassi di insabbiamento degli abusi per paura dello scandalo. Mai notati ambienti dottrinalmente rigoristi, quelli ai quali si può ricondurre un inusuale livore pubblico verso Francesco, afflitti da tracce di comportamenti devianti? C’è un’università aperta per competere con i “modernisti gesuiti” e collegata a un seminario: si dice che questo seminario sia stato toccato da abusi. Il problema però è diventato Francesco, cioè il papa che ha tolto a questo cardinale la berretta cardinalizia come non accadeva da chissà quando (guardando al particolare) e soprattutto il papa che ha cercato altri criteri di selezione (guardando al problema generale) e che qui si ritiene di richiamare come rilevante.

Con lui infatti i fautori e detrattori hanno riconosciuto, quasi unanimemente, l’arrivo in cattedra (cioè in episcopio) dei cosiddetti “preti callejeros”, i preti di strada, quelli che svolgono il lavoro pastorale nelle periferie degradate o esistenziali e diventano vescovi senza aver preso parte a particolari “corsi d’onore”. Con lui poi sono saltate le “sedi cardinalizie”, cioè quelle sedi arcivescovili che quasi in automatico comportavano la nomina a cardinale e che quindi erano oggetto di brame anche da chi non disdegna la carriera. Con Francesco abbiamo visto arrivare nel Sacro collegio titolari di diocesi ai più sconosciute, dimenticate, mai bramate, periferie che per la prima volta hanno portato volti, problemi, dimensioni e impressioni al centro e nel centro della cattolicità.

È davvero strano questo caso Viganò, produce degli autogol che è difficile immaginare più sorprendenti anche agli appassionati di calcio. In questi giorni a chi scrive è capitato, ad esempio, di sentirsi chiedere al termine di una discussione pubblica: “Ho sentito dire che Papa Francesco è stato eletto dalla massoneria. Se fosse vero sarebbe gravissimo, spiegherebbe tante cose.” Quale possa essere l’ambiente d’origine di un’assurdità del genere è facile immaginarselo, ma ai fedeli ai quali è stata venduta questa storia non è stato spiegato che, visto che il papa viene eletto dai cardinali, qualcuno prima di lui avrebbe inserito un gruppo massonico nel Sacro collegio. Più che un attacco al papa regnante sembra un attacco ai suoi predecessori e, siccome non pare sia così, il fatto diventa ancor più sorprendente.

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L’episcopato formatosi nei decenni passati a mio avviso risente di un problema gravissimo, il clericalismo, lascito preconciliare. Questa malattia, indicata come tale da Francesco, riduce la Chiesa a una comunità costituita dal clero e non da tutto il popolo di Dio, inclusi quindi tutti i credenti laici, come dopo animate discussioni indicò il Concilio Vaticano II. Questa identificazione della Chiesa con il clero non è sana perché non rende partecipe della vita della Chiesa e delle sue decisioni tutti i credenti, ma solo il clero, mentre a essere deportato dal Faraone fu tutto il popolo di Dio.

La visione preconciliare può far scattare quello spirito di “gruppo e guida” che più facilmente può cadere in una concezione distorta del potere e quindi anche nella copertura di eventuali abusi. Lo evidenzia un caso di qualche anno fa: quando Francesco nominò una commissione per la tutela dell’infanzia, volle a farne parte una vittima di abusi. Lei chiese alla Congregazione per la dottrina della fede, che gestisce i processi canonici, di ascoltare anche le vittime. Il prefetto della congregazione le rispose che questo non era compito loro, ma delle singole diocesi. Questa risposta tecnicamente ineccepibile di un Prefetto che non era certo un insabbiatore indica però un problema: i fedeli sono parte della Chiesa? E se lo sono come possono avere accesso alla formazione dei processi decisionali e della cultura ecclesiale?

Non a caso davanti al gravissimo caso cileno, Bergoglio non ha scritto una lettera al clero, ma a tutto il popolo di Dio che vive in Cile, raccomandandogli di non farsi strappare l’unzione: siete tutti voi gli unti dal Signore, il senso del suo messaggio. La questione degli abusi pone alla Chiesa l’urgenza di superare il clericalismo e di liberarsi di quella concezione deviata del potere che è all’origine di tanti mali. Francesco, che nella gestione ha ammesso di aver commesso errori, sembra però criticato proprio per aver scelto questa strada, che inevitabilmente porta a rompere il vecchio sodalizio tra potere temporale e potere spirituale. Tanto da giustificare l’impressione che per capire gli attuali attacchi a Bergoglio sarebbe opportuno leggere la sua intervista al Sole 24 Ore dello scorso 7 settembre più che gli articoli sull’ex cardinale McCarrick.

*Vaticanista di Reset

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/14/vigano-il-vero-problema-della-chiesa-non-e-papa-francesco-ma-una-concezione-deviata-del-potere/4623388/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

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E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

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