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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Papa Francesco in difesa di Sepe

Papa Francesco in difesa di Sepe

Redazione WebNews by Redazione WebNews
5 Febbraio 2018
in Campania
Reading Time: 4 mins read
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SI, È VERO, è argomento vecchio ma anche a noi di Iustitia piace celebrare ogni anno, nel nostro piccolo, una specie di Giornata della memoria, che dedichiamo alle incompatibilità redazionali, per ricordare quelle strane situazioni che vedono la fonte della notizia identificarsi con il cronista della notizia stessa.
Facciamo un esempio: come potrebbe Elena Scarici, redattrice di Nuova Stagione, settimanale della curia napoletana, scrivere pezzi sul Corriere del Mezzogiorno riguardanti l’attività della curia napoletana? Può la Scarici, dipendente del cardinale Crescenzio Sepe, raccontare su un altro giornale il lavoro di Sepe Crescenzio?
Evidentemente può, giacché lo fa da anni e lo ha fatto il 16 dicembre quando sul Cormezz, diretto da Enzo D’Errico, ha firmato il servizio intitolato: All’asta di beneficenza / a ruba i regali del Papa / Il cardinale: grande cuore.
Quindi non potrebbe, ma può. Ma le buone notizie, per Elena Scarici, non finiscono qui: il suo datore di lavoro, infatti, sua eminenza Sepe, il prossimo 2 giugno compie 75 anni e, come da prassi vaticana, stava preparando la lettera di dimissioni per raggiunti limiti di età, sarebbe andato in pensione e forse stava calcolando il tfr che gli sarebbe spettato in base al suo ultimo stipendio (circa 4mila euro, fonte Libero e Huffpost).
E voi sapete che quando mutano gli assetti societari in un giornale i cronisti entrano in fibrillazione. Poi, fortunatamente per Sepe, papa Francesco ha deciso, come ci informa un comunicato della curia partenopea (sul Corriere del Mezzogiorno, naturalmente, ce ne dà notizia Elena Scarici), che la pensione può attendere e ha chiesto all’arcivescovo di Napoli di rimanere al suo posto per “almeno altri due anni”.
La decisione di Bergoglio è apparsa un po’ strana se si pensa alla bufera che ha colpito la diocesi partenopea per le vicende di sacerdoti impegnati in “festini gay” a Monte di Dio e per le accuse gravi di pedofilia emerse con la storia di Diego Esposito, nome fittizio di un uomo oggi 43enne abusato da don Silverio Mura quando ne aveva 13. Una vicenda per la quale esponenti della curia sono a giudizio davanti al tribunale di Napoli sia in sede penale che civile. Partiamo dal penale. Il pubblico ministero della procura partenopea Emilia Galante Sorrentino ha ottenuto il rinvio a giudizio per violazione della normativa sulla privacy del ‘cancelliere arcivescovile’ padre Luigi Ortaglio che ora è imputato davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale. Ortaglio nel febbraio del 2017 ha firmato il comunicato con il quale la curia si difendeva dall’inchiesta pubblicata da Repubblica e, in spregio di qualsiasi rispetto della legge, citava per otto volte in trentadue righe il nome e il cognome della vittima degli abusi sessuali. È evidente che un comunicato così ‘violento’ non può essere stato deciso in solitudine dal cancelliere ma l’individuazione di eventuali altri responsabili toccherà alla magistratura. Sul versante civile il 22 gennaio si è tenuta la seconda udienza davanti al giudice della decima sezione Ulisse Forziati per decidere sulla richiesta di risarcimento danni nei confronti di Silverio Mura, del cardinale Sepe, dell’arcidiocesi di Napoli, del vescovo Lucio Lemmo e del ministero dell’Istruzione. Il magistrato ha fissato la prossima udienza per il 18 ottobre quando deciderà sull’ammissione dei mezzi istruttori. Intanto si rafforza lo staff che assiste gratis Diego Esposito: all’avvocato Carlo Grezio si è affiancata la psicologa e criminologa Luisa D’Aniello, a lungo collaboratrice del giudice Ferdinando Imposimato.

E c’è da segnalare che la coltre del silenzio dei giornali napoletani, con l’eccezione del Mattino, sulle responsabilità dell’arcivescovo e della curia nel coprire i casi degli adolescenti violentati finalmente presenta degli squarci. Il merito va alla cronista Franca Giansoldati, vaticanista del Messaggero, che il 2 febbraio ha firmato un lungo servizio sul quotidiano capitolino riproposto anche sul Mattino dove viene affiancato da un’intervista a un’altra vittima abusata a Ponticelli da don Silverio Mura. E la vaticanista, il 4 febbraio sul Mattino, ha pubblicato anche la storia di un altro ragazzo, questa volta di Aversa, violentato da un sacerdote che insegnava al seminario arcivescovile.
Chiusa la lunga parentesi giudiziaria e mediatica, torniamo a Diego che da anni chiede invano giustizia e si è rivolto anche ai vertici del Vaticano senza ottenere risposte. La notizia del prolungamento dell’incarico del cardinale non ha suscitato entusiasmo in Diego, che ha scritto una lettera al segretario di papa Francesco, come riportato dal quotidiano on line Fanpage il 29 gennaio: “Il Papa conferma il cardinale Sepe per altri due anni dandogli fiducia. Con questo traggo la conclusione che un cardinale che ha protetto un prete pedofilo, don Silverio Mura, viene premiato. Ora pero voglio mettere fine a tutto ciò: sono stanco e offeso da tutto e da tutti nella Chiesa. Inizierò nuovamente lo sciopero della fame fino alla fine se sarà necessario e questa volta non terrò in considerazione nessuna telefonata, ma solo fatti scritti e concreti. Se mai mi dovesse accadere qualcosa la colpa questa volta sarà solo e esclusivamente del papa Francesco che premia i cardinali protettori dei preti pedofili invece di dare ascolto a noi vittime”.
E, disperato, Esposito ha indirizzato al papa una seconda lettera il 3 febbraio.
Pare che ci sia del marcio in Danimarca, ma forse anche da queste parti. Per Bergoglio, che della lotta alla pedofilia nella Chiesa ha fatto un vessillo portato in giro per il mondo (vedi le dichiarazioni dei giorni scorsi in America Latina), si prevedono nuove minacciose nubi all’orizzonte. Perché, diciamolo, perplessi si resta un po’ perplessi.
Come racconta Sandro Magister sull’Espresso del 5 gennaio scorso, in un libro assai critico in uscita il prossimo 28 febbraio Come papa Francesco sta smarrendo il proprio gregge, il giornalista americano Philip Lawler, apprezzato vaticanista e padre di sette figli, racconta di come padre Hans Peter Kolvenbach, generale dei gesuiti morto nel 2016, fosse assolutamente contrario alla nomina di Bergoglio a vescovo ausiliario di Buenos Aires, accusandolo di una serie di difetti, dall’uso abituale di linguaggio volgare alla doppiezza, alla disobbedienza nascosta sotto una maschera di umiltà e alla mancanza di equilibrio psicologico. Aspettiamo l’uscita del libro, aspettiamo le recensioni e magari anche quella di Elena Scarici.

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Giovanni Drogo

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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