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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati

I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati

Redazione WebNews by Redazione WebNews
23 Maggio 2016
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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Casi insabbiati ed espulsioni per chi non si allinea. Le inchieste in Australia e Stati Uniti e Gran Bretagna sollevano dubbi in Italia

 di ANTONIO CASTALDO

«Sono un testimone di Geova battezzato da molti anni». Comincia così la lettera inviata da Raffaele Di Martino ai vertici della sua organizzazione religiosa. Una richiesta di informazioni, e al contempo un modo per prendere le distanze. Il segno di una inquietitudine che accomuna il camionista 34enne di Ancona a molti altri «fratelli» in tutto il mondo dopo l’esplosione di un caso internazionale legato a episodi di pedofilia non denunciati. In Australia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e a cascata in molti altri Paesi del mondo, sono spuntate storie di bambini abusati e di mancate denunce, se non proprio di vicende taciute alle autorità giudiziarie. La questione è finita nelle aule dei tribunali. Ed è rimbalzata su forum, blog, profili Facebook di migliaia di fedeli che hanno cominciato a chiedersi se la naturale attitudine alla riservatezza di chi professa il credo di Charles Taze Russel non sia in passato degenerata nella sistematica copertura di pedofili e predatori sessuali.

La lettera alla Betel per prendere le distanza

Anche la famiglia Di Martino si è posta gli stessi dubbi e li ha messi nero su bianco nella lettera spedita alla Betel, l’equivalente del Vaticano per i quasi 248mila battezzati nel nome di Geova in Italia. «Chiedevamo la cancellazione dei nostri dati dagli archivi della congregazione – spiega Raffaele – perché vogliamo prendere le distanze, pur restando fedeli a questa religione che per noi è tutto. Per tutta risposta ci hanno convocato per un comitato giudiziario, il nostro tribunale interno. Noi abbiamo spiegato che avremmo risposto solo a comunicazioni scritte e loro, gli anziani, ci sono venuti a trovare una seconda volta a distanza di due giorni per comunicarci che non eravamo più testimoni di Geova. Cacciati via e cancellati dal ricordo e dalla frequentazione di tutti gli altri fratelli. Ai loro occhi non esistiamo più». È l’ostracismo, la procedura che vieta ai fedeli qualsiasi rapporto con chi è stato «scomunicato». Una punizione che equivale alla «morte sociale» di individui nati e cresciuti all’interno di comunità che scoraggiano qualsiasi contatto esterno. Improvvisamente si ritrovano gettati nel «mondo degli infedeli», invisi ad amici e parenti, madri, padri, figli e fratelli, rimasti all’interno con l’obbligo di chiudere la porta in faccia a chi è uscito dal gregge. Un destino di solitudine e sofferenza per chi è stato educato a vivere sempre e soltanto all’interno dell’organizzazione. Per loro, per i «disassociati», sono nate alcune associazioni, come la Quo Vadis, dello stesso Rocco Politi, e l’associazione Vittime della Torre di Guardia di Francesco Sarais, che offrono assistenza psicologica e legale.

L’inchiesta australiana

«Da alcune settimane — scriveva lo scorso novembre Di Raffaele — sto seguendo con molta attenzione le vicende giudiziarie che coinvolgono la Watchtower australiana». Dall’altra parte del mondo, infatti, una commissione d’inchiesta ha individuato 1006 casi nel corso degli ultimi 70 anni non segnalati alla magistratura. Nel corso della deposizione davanti alla Commissione Reale sulla pedofilia, istituita a Sidney la scorsa estate, Geoffrey Jackson, membro del corpo direttivo della Watchtower, uno dei 7 «papi» dei testimoni di Geova, ha ammesso che le procedure adottate fino ad allora si erano rivelate inadeguate: «Altrimenti – ha spiegato – non le avremmo modificate». Negli ultimi anni il libro degli Anziani, il testo di riferimento per chi guida le comunità di fedeli sul territorio, è stato progressivamente emendato. Fino al 2010 i testimoni di Giustizia non potevano ritenersi a tutti gli effetti «liberi di denunciare» abusi sui minori. Fino a quella data, era necessario avere almeno due testimoni per ritenere veritiero un fatto penalmente rilevante. «Ma nei casi di violenza sessuale come si fa ad avere due testimoni? Se non c’è confessione del colpevole, l’unico testimone è la vittima. E da sola non basta», spiega Rocco Politi, fino al 2001 anziano a Modena e anche sostituto sorvegliante. «Nel corso della mia esperienza  — aggiunge Politi, oggi commentatore per Radio Maria — ho trattato almeno dieci comitati giudiziari che avevano per tema casi di molestie su minori. In nessun caso abbiamo riferito all’autorità giudiziaria».

La regola dei due testimoni

Come ogni dettaglio della vita spirituale (e non) dei testimoni di Geova, anche la regola dei due testimoni è mutuata da una minuziosa lettura della Bibbia. In questo caso si tratta di alcuni versetti del Deuteronomio: «Nessun testimone singolo deve levarsi contro un uomo rispetto a qualunque errore o a qualunque peccato, nel caso di qualunque peccato che egli commetta. La questione dev’essere stabilita per bocca di due testimoni o per bocca di tre testimoni». La regola nel 2010 è stata modificata, i fedeli sono liberi di denunciare e gli anziani sono invitati a non interferire con la scelta delle famiglie. Questo almeno è il dettato del libro degli anziani, un «codice» per chi guida le comunità. Per entrare più nel dettaglio delle procedure adottate in casi come questi, bisogna consultare però le lettere agli anziani, circolari aggiornate periodicamente che costituiscono una sorta di manuale pratico. In una lettera del 2012 si legge chiaramente: «Se gli anziani vengono a sapere di un’accusa su abusi su minori, dovrebbero chiamare immediatamente il Reparto Servizio», ovvero la Betel, la sede centrale della congregazione a Roma. E allo stesso modo, in altre lettere viene più volte rimarcata la centralità dei responsabili romani su ogni delicata questione legale. Lo scorso 18 febbraio, «Le Iene» hanno raccontato la vicenda di Riccardo Maggi. Venuto a conoscenza di un presunto abuso sessuale ai danni di un bambino di 9 anni, ha cercato di convincere gli altri anziani della congregazione a presentare denuncia. Dinanzi al loro rifiuto, ha deciso di denunciare da solo il fatto ai carabinieri che hanno avviato le indagini. E inoltre ha avvisato anche le altre famiglie della comunità dei rischi legati alla presenza tra di loro di un presunto pedofilo. Per tutta risposta, gli anziani lo hanno disassociato. Condannandolo alla «morte sociale» che spetta agli scomunicati di Geova.

La replica dei testimoni di Geova

A una richiesta di intervista di CorriereTv, l’ufficio informazione pubblica della Betel ha risposto con una lettera: «I testimoni di Geova ripudiano la pedofilia e gli abusi all’infanzia, reati perpetrati purtroppo a tutti i livelli della società. Per noi la salvaguardia dei bambini è di importanza capitale. Da decenni sia le nostre riviste sia il nostro sito web pubblicano articoli rivolti tanto ai testimoni di Geova che al pubblico in generale che trattano come proteggere i bambini dagli abusi», si legge nel comunicato, che spiega poi le modalità con cui i bambini partecipano alle attività: «Non sono mai separati dai genitori». Riguardo poi al nodo fondamentale del rapporto con l’autorità giudiziaria in caso di molestie, il testo specifica: «La vittima o i relativi genitori hanno il sacrosanto diritto di denunciare i casi di abuso alle autorità competenti. Gli anziani di congregazione non celano alle autorità chi compie abusi o eventuali pedofili, né cercano in alcun modo di evitare a costoro le conseguenze delle loro azioni. Chi si macchia del peccato di abuso all’infanzia è passibile di espulsione dalla congregazione e, se ha una posizione di responsabilità, decade dall’incarico». Riguardo all’inchiesta australiana, i vertici dei Testimoni di Geova italiani rimandano alla memoria difensiva presentata nel corso del procedimento, in cui si ribadisce che «i testimoni di Geova non perdonano né coprono» gli abusi su minori, ed anzi sono stati parte attiva «nelle indagini e nella documentazione» di casi di questo tipo. Per gli avvocati della Watchtower, inoltre, casi reali di molestie non sarebbero 1006, ma molti di meno. E in almeno 200 circostanze riguarderebbero fatti commessi da persone prima del loro battesimo. Infine, per quanto riguarda le accuse di Riccardo Maggi, i funzionari della Betel italiana aggiungono: «Aspettiamo di conoscere l’esito delle indagini avviate».

La precisazione

A distanza di tre giorni dalla pubblicazione del servizio, dall’Ufficio Informazione Pubblica dei Testimoni di Geova è arrivata una cortese richiesta di precisazione. Dopo aver ribadito quanto già enunciato e riportato nel testo dell’articolo, ovvero che i Testimoni di Geova ripudiano la pedofilia, la Congregazione centrale puntualizza che «rispondiamo a tutte le richieste di accesso ai dati personali nel pieno rispetto della normativa vigente e nei termini prescritti dalla legge. Mai nessun testimone di Geova è stato espulso per il motivo di aver richiesto l’accesso ai propri dati personali, richiesta che, si ribadisce, è pienamente legittima».

http://www.corriere.it/video-articoli/2016/05/11/i-testimoni-geova-casi-pedofilia-non-denunciati/919c8e32-1794-11e6-aaf6-1f69bf4270d2.shtml

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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