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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » “Avevamo denunciato quel prete pedofilo” Due famiglie accusano padre Cappelletto di avere taciuto

“Avevamo denunciato quel prete pedofilo” Due famiglie accusano padre Cappelletto di avere taciuto

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Settembre 2008
in Piemonte
Reading Time: 3 mins read
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MASSIMO NUMA e NICCOLO’ ZANCAN TORINO

Lui sapeva. Così hanno denunciato due genitori. Così ha ripetuto diverse volte don Pier Angelo Bertagna, condannato dal gup di Arezzo per otto casi di pedofilia. Lui sapeva ma non avrebbe fatto niente. Così un’indagine partita da lontano deflagra a Torino.

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Perché lui è Gian Vittorio Cappelletto, 81 anni, gesuita, fondatore dei Ricostruttori nella Preghiera, gruppo storico con sede in via Cernaia e via Bardonecchia. Cinquemila fedeli in Italia, moltissimi simpatizzanti. Tutti, va detto subito, pronti a difendere e testimoniare l’onestà del loro padre spirituale. Ma per quanto ancora da verificare, le accuse sono precise. Drammatiche.

Hanno messo in allarme gli investigatori torinesi che da anni tengono sotto osservazione il “fenomeno ricostruttori”. Mentre il pm di Arezzo Ersilia Spena, che dal 2005 indaga sui presunti casi di abusi sessuali nelle comunità aretine (trenta violenze confessate, otto accertate in primo grado), ha trasferito gli atti alla procura di Perugia. Perché lì risiedono i genitori di una delle vittime di Pierangelo Bertagna, quelli che hanno chiamato in causa il gesuita di Torino. Dopo aver raccolto le confidenze del figlio dodicenne sulle molestie subite, hanno messo a verbale: «Abbiamo informato padre Cappelletto. Il sacerdote era stupito e sorpreso della nostra narrazione, come se fosse accaduto realmente per la prima volta… Ci ha chiesto che intenzioni avessimo e noi, con l’assicurazione che lui ci dava di curare Pier Angelo, declinavamo l’idea di fare denuncia».

Una famiglia di origine belga. «Quando abbiamo saputo di Bertagna, siamo subito andati ad avvisare padre Cappelletto e padre Lanfranco Rossi, quest’ultimo responsabile del movimento romano. In entrambi i casi ci è stato detto di “non farne parola con nessuno”. Abbiamo abbandonato il gruppo ma non è stato preso alcun provvedimento nei suoi confronti. L’hanno lasciato a contatto con i bambini, omettendo di avvisare i genitori sulle sue tendenze…». Ancora gli stessi genitori: «Ricordiamo di avere fatto delle confidenze anche a don Lanfranco dei Ricostruttori, dicendogli però che già tutto era stato detto a padre Cappelletto e questi non diceva nulla. Non si trattava di una confessione ma di una confidenza sommaria. A lui non spiegavamo i particolari precisi come a don Cappelletto».

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Sul ruolo dei superiori gerarchici di don Bertagna, difeso dall’avvocato Annalise Anania, ci sono i verbali dello stesso sacerdote reo-confesso. In sostanza, una conferma indiretta alle segnalazioni delle famiglie. Il pm lo incalza: «Ne ha parlato con il padre spirituale?». Risposta: «Sono confuso… Io ricordo di averne parlato con il padre, non so proprio se in questa occasione, però la mia difficoltà è che ne abbiamo parlato in un ambito di confessione, è quello che la Chiesa chiama il foro interno per cui mi diventa veramente difficile…». Comunque, osserva il pm, anche se in confessione, lei ne ha parlato? «Sì». Bertagna non ricorda in quale occasione ma, sia pure in modo vago, rammenta di essersi «confessato». Il pm: «Don Cappelletto oltre a essere il suo padre spirituale è anche il suo confessore abituale?». Bertagna: «In qual caso lì parlavo proprio di don Cappelletto».

Poi il magistrato si informa sul carattere della segretezza della confessione, cioè quando si possono violare le norme teologiche, ma l’ex sacerdote non è in grado di stabilire un principio preciso. La domanda cruciale del pm: «Mai parlato con nessuno al di fuori del foro, cioè fuori dal segreto della confessione?». Riposta di Bertagna: «No, fuori dal segreto della confessione, no. Ho seguito le indicazioni del padre spirituale, non ricordo in quale confessione». In un altro serrato confronto, l’ex parroco di Farneta, è più preciso: «Ricordo di averne parlato con Cappelletto nell’ambito della segretezza della confessione». Infine, lo stesso concetto, è espresso in questo modo: «Ne ho parlato a lungo anche con altri confessori, ma solo nel segreto della confessione».
Lui li chiama «toccamenti». Ma questo è il capo di imputazione: «Per aver compiuto su … e altri minori atti sessuali consistiti nel denudarli, palpeggiarli, masturbarli, farsi masturbare ed in alcuni casi aver anche rapporti orali attivi e passivi, con l’aggravante di aver commesso fatti con minori a lui affidati per ragioni di istruzione e vigilanza, alcuni dei quali non avevano ancora compiuto gli anni dieci».

Bertagna spiega al pm l’incipit della sua malattia: «Sono stato fatto oggetto di reati simili all’età di 3,4 anni… Ho proprio perso me stesso, non so, non capisco chi sono… Vorrei che qualcuno mi aiutasse, vorrei proprio rimettere in ordine il passato, però credo di poter dare ancora qualcosa nel mio futuro».

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200809articoli/8179girata.asp

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.