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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » “Io, violentata a 13 anni, così ho trovato il coraggio di denunciare quel prete”. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

“Io, violentata a 13 anni, così ho trovato il coraggio di denunciare quel prete”. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

Redazione WebNews by Redazione WebNews
16 Gennaio 2014
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 4 mins read
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 Il dramma di Francesca inizia da ragazzina in una parrocchia in Molise, quando don Marino la abbraccia per la prima volta in sagrestia. Seguono quattro anni di rapporti e di silenzi, poi la decisione di rivolgersi al vescovo, che sospende il sacerdote, e ai magistrati. “Ma in paese difendono quell’uomo. E io sogno di fuggire”

di LUIGI NOCENTI

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PORTOCANNONE – UNA sera, dopo le prove del coro, don Marino mi ha chiamata in sagrestia: ha chiuso la porta a chiave e ha iniziato ad abbracciarmi forte e a toccarmi. Sono rimasta senza fiato e non ho avuto la forza di evitare quei contatti”. È solo l’inizio di un racconto dell’orrore, di un’adolescenza rubata a una ragazzina di 13 anni.

FRANCESCA (il nome è di fantasia), oggi maggiorenne, è cresciuta a pochi chilometri da Termoli, nel comune molisano di Portocannone. Quattro anni di silenzio fino alla querela per ipotesi di abuso sessuale su minore di anni 14, due tentati suicidi e il suo presunto carnefice, don Marino Genova, 58 anni, sospeso in via cautelativa a divinis dal vescovo della diocesi Termoli-Larino. Una vicenda inquietante dove alberga l’ombra della pedofilia, ma anche la storia del coraggio di Francesca nell’esporsi in prima linea e uscire dal silenzio.

È vero che don Marino voleva un figlio da lei?
“Sì, mi diceva che ai miei 18 anni avrebbe voluto un rapporto completo. Io non volevo rimanere incinta, ma lui insisteva. Non ha mai preso precauzioni durante i nostri rapporti sessuali”.

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Come si sente oggi?
“Aver raccontato tutto mi fa sentire sollevata, soprattutto dallo scorso 3 aprile, quando ho denunciato don Marino. Non lo faccio per soldi, ma per il male che mi è stato fatto. Oggi provo tanto schifo: per lui, per ciò che mi ha fatto, ma anche disprezzo verso me stessa, per non essere stata capace di difendermi. Spero almeno che la mia storia dia il coraggio di ribellarsi a chi vive vicende simili, in particolare eventuali altre vittime di don Marino: potrei non essere stata l’unica ad aver ricevuto le sue attenzioni sessuali”.

Come ha conosciuto don Marino Genova?
“Sono orfana di padre dall’età di 3 anni, mi hanno cresciuto mia madre e la nonna paterna. Fu lei a regalarmi un pianoforte quando ero bambina, ed è così che è nata la mia passione per la musica. Ho iniziato il conservatorio a 7 anni e a 12 mi fu chiesto di suonare l’organo per il coro della chiesa del paese. È qui che ho conosciuto don Marino”.

Come sono nati i vostri incontri privati?
“Mi mandava messaggi chiedendomi di andare in chiesa per aiutarlo. La prima volta che ha approfittato di me era da poco morta mia nonna ed ero molto fragile. Da quel momento è stato un susseguirsi di incontri intimi in sagrestia e anche a casa sua. Ci vedevamo un paio di volte a settimana”.

Lei aveva 13 anni, lui 53 ed era pure un prete: non le sembrava strano?
“Ciò che oggi non riesco a perdonarmi è proprio questo: non essermi resa conto di ciò che stava succedendo. Oggi è come se mi voltassi indietro e vedessi una bambina impaurita e sperduta che si fida del lupo cattivo, che confonde le lusinghe lussuriose di un prete di mezza età per dichiarazioni di vero amore”.

Come è riuscita a porre fine a questa storia?
“Una corista del gruppo parrocchiale aveva notato qualcosa di strano e un giorno sono crollata con questa signora. Avevo 17 anni e fino ad allora nessuno sapeva ciò che stava accadendo da quattro anni. Perfino mia madre: pensava che i miei disagi fisici  –  vomito, isteria, insonnia  –  fossero dovuti all’ansia per i troppi impegni tra il liceo, il conservatorio e il coro. Con questa signora sono anche andata dal vescovo Gianfranco De Luca”.

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E cosa accadde?
“Era il novembre del 2012: don Marino è stato mandato in una comunità vicino a Roma. Poi sono entrata in contatto con Rete l’abuso e con il supporto legale di questa associazione ho deciso di querelarlo. A quel punto don Marino è stato sospeso: non può amministrare i sacramenti, celebrare messa né confessare. Ora sono in corso le indagini: spero si apra il processo e vengano appurate le sue responsabilità. In ogni caso, lui oggi può contare sul supporto della comunità in cui vive, a differenza di me”.

Come mai?
“Dopo che ho presentato la denuncia, mi sono ritrovata abbandonata a me stessa, anche economicamente. Il vescovo, che in passato mi aveva aiutato, dopo il mio diciottesimo compleanno ha dichiarato che stava diventando troppo costoso. L’ho scritto anche a Papa Francesco in una lettera in cui gli ho raccontato la mia storia e ciò che sto vivendo, il profondo disagio interiore in cui vivo: il malessere è esploso, tanto che ho pensato di farla finita”.

E ha tentato il suicidio due volte.
“Sì, per tutta l’estate sono stata ricoverata. Da allora mi segue uno psichiatra, assumo psicofarmaci, ma sto male. Ripensarmi in quegli atti sessuali è un incubo ad occhi aperti. Rivedo la bambina che ero e vorrei gridarle: fuggi, urla, ribellati. Ma nei ricordi non c’è una sola volta in cui sia riuscita a farlo, rimanevo lì, pietrificata, a subire di tutto. Ho ancora viva la sensazione di profondo stordimento dopo le sue carezze e i suoi baci, e il sentirmi mancare dopo il primo rapporto sessuale, senza neanche capire cosa fosse davvero accaduto. Mi chiedo a volte se si è reso conto di quanto male mi ha fatto”.

E non è stato l’unico…
“A ferirmi oggi sono anche tutte quelle persone che in qualche modo lo difendono o sostengono che in fondo non sono una vittima anche se avevo solo 13 anni e lui oltre quattro volte la mia età. In paese capita che mi ridano dietro o che su Facebook si formi un gruppo in suo favore. È incredibile, chissà se uscirò mai da questo tunnel di violenza psicologica. Persino la donna che all’inizio mi aiutò, mi portò dal prete esorcista del paese”.

Cosa sogna per il suo futuro?
“Dopo quello che è successo, ho lasciato il coro, la scuola, il conservatorio. Qui in paese sto davvero male. Sogno di andarmene, se qualcuno mi offrisse un lavoro, qualsiasi lavoro, fuggirei anche domani. A questo posto mi legano solo terribili, incancellabili ricordi”.

http://www.repubblica.it/cronaca/2014/01/15/news/io_violentata_a_13_anni_cos_ho_trovato_il_coraggio_di_denunciare_quel_prete-75972402/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.