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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
6 Marzo 2026
in Sardegna
Reading Time: 5 mins read
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SASSARI-ADISTA. Mentre l’unica – di fatto – associazione italiana di vittime di abusi sessuali clericali, Rete L’Abuso, rende pubblico il suo ultimo lavoro di analisi con un report che illustra l’indagine, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime (ne parleremo prossimamente), in Sardegna prende corpo la rappresentazione plastica di quanto nel nostro Paese le persone abusate continuino a essere sullo sfondo e di quanto la Chiesa metta in primo piano il salvataggio dell’immagine dell’istituzione.

Il 14 gennaio scorso, la Garante regionale per l’Infanzia e l’adolescenza della Sardegna Carla Puligheddu (FI), sulla scorta dei dati sortiti dal Report sugli abusi dell’Osservatorio di Rete L’Abuso, invia una lettera a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari nonché segretario della Cei, e alla Conferenza episcopale sarda (CES), per denunciare la gravità della situazione e cercare un dialogo con la Chiesa isolana in merito alla realtà degli abusi. Di questa lettera dà notizia la stampa sarda, riportando la denuncia della Garante, preoccupata soprattutto che su 37 casi pervenuti (2000-2025), 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica». E aggiunge: «Per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa».

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Alla lettera seguono 48 giorni di silenzio assoluto. Il primo marzo, un’intervista a Puligheddu realizzata e mandata in onda dalla RAI, in vista dello scadere del suo mandato, focalizza l’attenzione proprio sul tema degli abusi. Solo a quel punto il tenace silenzio delle gerarchie si interrompe. Il 3 marzo, in un comunicato dai toni aspri affidato all’Ansa, i vescovi sardi esprimono «sconcerto e rammarico» per le dichiarazioni della garante, «non per la gravità dell’argomento che riguarda l’intera società, e che vede la Chiesa – in Sardegna, in Italia e nel mondo – contrastare il fenomeno con la sensibilizzazione e la formazione, ma per la superficialità e la disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno». I dati dell’Osservatorio di Rete l’Abuso, insomma, non sarebbero che «notizie destituite da qualsiasi fondamento», che espongono «un’istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile». «Si conferma – proseguono i vescovi sardi – che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino imprescindibile e inarrestabile, da percorrere con coraggio e con spirito di collaborazione tra tutti i soggetti in causa». Uno spirito di collaborazione che, tuttavia, non pare essere stato messo in campo dalla Chiesa sarda, che invece di cercare un’interlocuzione con la Garante o con Rete L’Abuso si difende attaccando.

Puligheddu, però, non si lascia intimorire. «Io non ho fatto altro che il mio dovere di garante», dichiara al quotidiano Unione sarda (3/3); «Ho divulgato dei dati che riguardano fatti che vedono dei minori come vittime. Fuori dalla Chiesa, soprattutto, perché i numeri peggiori arrivano dalle famiglie. Ma anche al suo interno». I vescovi, rilancia, «si guardassero in casa, anziché rilasciare note che definirei “velate minacce”. E se scoprono abusi mandino gli atti al tribunale ordinario, anziché procedere con trasferimenti di chi viene coinvolto». E «contestino l’Osservatorio, non me», afferma in merito all’accusa della Cei sulla non attendibilità dei dati utilizzati.

Il Consiglio regionale «si dissocia»

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La ciliegina sulla torta nella vicenda è arrivata a stretto giro, lo stesso 3 marzo, con un comunicato del Consiglio regionale della Sardegna. Il presidente Piero Comandini (PD), vi si legge, «interviene a seguito della nota inviata oggi dalla Conferenza Episcopale Sarda, ricordando che la legge che ha istituito il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, prescrive che svolga la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale». E fin qui, tutto bene. Poi, però, afferma testualmente il presidente Comandini, «Pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze dalle dichiarazioni rese alla stampa sul tema degli abusi ai danni di minori da parte di appartenenti al clero. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa». Quasi una difesa d’ufficio della CEI.

«Pessimi segnali»

Quanto è avvenuto è grave e triste – ci ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete l’Abuso – È un brutto segnale della pessima politica che abbiamo in Italia perché il Consiglio regionale della Sardegna si è dissociato dalle affermazioni della Garante Puligheddu. Ed è triste l’invadenza della Chiesa nella politica: hanno attaccato lei, non Rete L’Abuso. Questo dà un altro segnale:  che è inutile che dicano che agiscano in favore delle vittime. In realtà le vittime non le vogliono tra i piedi. Il fatto che si continui ostinatamente a non considerare l’attività della Rete – che è delle vittime – è un segnale tristissimo. In ogni caso, quel report è già davanti al Governo italiano. L’Onu, la settimana scorsa, ne ha chiesto conto al Governo italiano».

Grande amarezza anche da parte della garante Puligheddu, che per la sua controreplica ha dovuto contattare personalmente i giornalisti delle testate sarde, stante l’imbarazzo dell’ufficio stampa del Consiglio regionale nel diffondere il suo comunicato, che parla del «silenzio» e delle dichiarazioni miranti a prendere «distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto». «Prima di ogni altra considerazione – dichiara – parla la mia testimonianza di fedele cattolica praticante, la mia vita specchiata e rispettosa delle Istituzioni civili e religiose, la mia integrità morale nell’esercizio di un ruolo che indiscutibilmente è sempre stato dalla parte dei bambini»; «La mia posizione è netta e trasparente, non arretra di un millimetro. Anzi. Non mi risulta che la Conferenza Episcopale Sarda abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti». «Ciò che stride – afferma, secondo quanto si legge su La Nuova Sardegna – , è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante».

Nel frattempo, Puligheddu, che abbiamo contattato, ha annunciato a Adista la sua intenzione di inviare il dossier all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. A sostenerla, in primo luogo Rete l’Abuso: «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori – si legge sul sito dell’Associazione – è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole, e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la Chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo». «La garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» conclude Zanardi.

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E poi, il sostegno di numerosi preti della regione. «C’è solo tristezza e vergogna. E desiderio di chiarezza, giustizia e verità», ha scritto su Facebook il 15 gennaio il salesiano sassarese don Gaetano Galia. «Il silenzio è complicità e non voglio essere complice di questi reati. Abusare di un bambino è come ucciderlo». (ludovica eugenio)

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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