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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Banda della Magliana » Le chat, l’ex Nar e Londra. Pietro Orlandi: “C’è una nuova pista su Emanuela”

Le chat, l’ex Nar e Londra. Pietro Orlandi: “C’è una nuova pista su Emanuela”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Giugno 2024
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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“Non smetterò mai di cercare mia sorella”. Da quarantuno anni Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi, si batte per la verità. Era il 22 giugno 1983, quando l’allora 15enne cittadina vaticana uscì dalla scuola di musica, in piazza Sant’Apollinare a Roma, per poi svanire nel nulla. L’inizio di un giallo infinito che, nel tempo, ha aperto scenari inquietanti, dalla pista del rapimento a sfondo sessuale a quella del terrorismo internazionale. E poi una sfilza di nomi e presunti testimoni: la banda della Magliana, i “lupi grigi” e i servizi segreti. Sullo sfondo il Vaticano e l’immagine di quella che la stampa ha ribattezzato come “la ragazza con la fascetta”.

E ora che sul misterioso cold case, da sempre legato alla scomparsa di Mirella Gregori, prova a tirare le fila la Commissione bicamerale d’inchiesta, partita lo scorso autunno, si rafforza l’ipotesi della “pista inglese”. “Sono stato contattato via mail da un uomo che mi ha fatto capire di essere un ex Nar. È a conoscenza di informazioni che avvalorano l’ipotesi che Emanuela sia passata da Londra”, rivela Pietro Orlandi alla redazione de IlGiornale.

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Pietro Orlandi, è soddisfatto di come stanno procedendo i lavori della Commissione di inchiesta?

“Come ho detto tempo fa, sono molto contento che un organo collegiale della Repubblica italiana si stia occupando della vicenda di Emanuela. Non era mai successo in quarant’anni. La scorsa estate, quando la situazione era in fase di stallo, fu diramato un comunicato da Palazzo Chigi in cui il governo si esprimeva favorevolmente riguardo all’istituzione della Bicamerale d’inchiesta. E per noi, parlo di me e dei miei familiari, quello è stato un segnale importante di cambiamento rispetto al passato. Inoltre i lavori sono cominciati prima di quanto mi aspettassi, un motivo in più per essere fiducioso e ottimista”.

Oggi ci sarà l’audizione delle amiche di Emanuela. Pensa che potrebbero saltare fuori dettagli interessanti?

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“Sicuramente è un fatto positivo che vengano interpellate le amiche di Emanuela. Però mi piacerebbe che le indagini non ripartissero da zero, ma dalle novità più recenti. Come ho detto anche alla Commissione, quando sono stato convocato in audizione assieme alle mie sorelle, lo scorso maggio, ci sono tre piste che meritano di essere approfondite”.

Quali sono?

“Parlo della presunta trattativa tra il magistrato Giancarlo Capaldo e il Vaticano ai tempi dell’apertura della tomba di Enrico De Pedis (detto Renatino) nella basilica di Sant’Apollinare; dei messaggi WhatsApp che si scambiarono Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, quando erano entrambi membri della Cosea e, infine, la pista di Londra. Ho consegnato alla Commissione tutta la documentazione nelle mie disponibilità”.

“Mi riferisco alle chat intercorse tra Francesca Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, che mi sono state consegnate dalla stessa Chaouqui, e ai documenti relativi alla cosiddetta ‘pista di Londra’”.

Che c’è scritto nelle chat?

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“In parte sono quelle pubblicate dal quotidiano Domani: ‘A settembre dobbiamo far sparire quella roba della Orlandi e pagare i tombaroli. Di questo devi parlare con il Papa’, uno dei messaggi. Ho consegnato otto pagine alla Commissione, anche se ovviamente non tutte parlano di Emanuela”.

Riguardo alla “pista inglese” invece, ci spiega di cosa si tratta e come è nata?

“Tutto nasce da cinque fogli trovati in una cassaforte del Vaticano, di cui mi parlò Chaouqui, dove vengono elencate le spese che le autorità ecclesiastiche avrebbero sostenuto per assistere Emanuela a Londra. Il Vaticano sostiene che quei documenti siano un falso, per tutta una serie di errori di testo. Ciò non toglie che quelle informazioni andrebbero quantomeno verificate”.

Ma lei ha avuto qualche riscontro in merito all’eventualità che Emanuela sia stata portata in Inghilterra?

“Tempo fa, sono stato contattato via mail da un uomo che mi ha fatto capire di essere un ex Nar. Per un periodo abbiamo avuto un fitto scambio di messaggi poi, tutto d’un tratto, è sparito”.

Ritiene che questa persona sia credibile?

“Posso dirle che era a conoscenza di alcune informazioni che, dal mio punto di vista, avvalorano la pista di Londra”.

Lo ha mai incontrato di persona?

“No. Abbiamo comunicato solo tramite email e via chat, su Telegram. Durante l’audizione a Palazzo San Macuto, ho consegnato il suo recapito telefonico, il probabile indirizzo di casa e quello di posta elettronica. Magari la Commissione o la Procura riescono a rintracciarlo. Almeno per capire chi è e se realmente, come sostiene, può confermare che Emanuela si trovasse a Londra per un periodo”.

Restando in tema di novità, di recente una perizia fonica ha evidenziato che la voce del famoso “Americano”, uno dei telefonisti che contattò la sua famiglia successivamente alla scomparsa di Emanuela, sarebbe compatibile all’83% con quella del fotografo Marco Fassoni Accetti. Lei cosa ne pensa?

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“Durante l’ultima inchiesta, la Procura di Roma aveva ordinato la perizia fonica. L’accertamento è stato poi ripetuto in occasione del documentario Vatican girl da tecnici forensi, regolarmente iscritti all’albo, quali Marco Perino e Paolo Del Checco. In entrambi i casi è stato escluso che la voce di Accetti potesse essere compatibile con quella dell’americano che chiamò le prime volte a casa nostra. Mentre c’è una similitudine con il telefonista che telefonò all’avvocato Egidio nell’agosto del 1983, quando la vicenda di Mirella Gregori fu legata a quella di Emanuela. La persona che di recente avrebbe esaminato la voce di Accetti, mettendola a confronto con quella dell’americano, non è un perito forense. Ragion per cui quelle analisi non hanno valore”.

Ritornando alla Commissione d’inchiesta, cosa si aspetta?

“Spero che si riesca ad arrivare alla verità e chiudere il cerchio sul rapimento di Emanuela. Ma se ciò non dovesse accadere, ovviamente non me lo auguro, non mi fermerò. La Commissione per me non è l’ultima spiaggia, ma una preziosa opportunità per provare ad aggiungere un’altra tessera di questo complicatissimo puzzle”.

In quarantuno anni ha sempre parlato di “rapimento” e mai di scomparsa. Ne è ancora convinto?

“Non si tratta solo di un mio convincimento, ci sono fatti evidenti che lo provano. Emanuela non si è allontanata volontariamente, ma è stata trattenuta contro la sua volontà. E, non meno importante, c’è stata una rivendicazione. Tanto più che, come ripeto spesso, nessuno svanisce nel nulla. Non è una magia, le persone non spariscono. C’è sempre qualcosa, una storia dietro”.

Dalla sera della scomparsa fino ad oggi, lei non ha mai smesso di cercare sua sorella. C’è mai stato un momento in cui ha pensato di mollare oppure ha provato una sensazione di stanchezza?

“Di mollare mai. La stanchezza c’è sempre e qualche volta si fa sentire più delle altre. Ma il desiderio di conoscere la verità e dare giustizia a Emanuela mi danno la forza di andare avanti. Vale per me, quanto per le mie sorelle e mia madre”.

A proposito di sua madre, Maria Pezzano, come sta e cosa le ha detto riguardo agli ultimi risvolti?

“Nonostante i suoi 93 anni, mia madre è una donna molto forte. Per fortuna, a parte qualche piccolo acciacco, sta bene. È molto credente e penso che proprio la fede l’abbia aiutata a sopportare questa lunga attesa. Non sapere dove sia la propria figlia, non vederla più da un giorno all’altro, credo sia un dolore atroce per un genitore, il più grande. Eppure lei non ha mai perso la speranza e il sorriso”.

Pietro, lei incontra spesso i ragazzi nelle scuole e nelle università, dove porta la sua testimonianza. Che riscontro riceve dalle nuove generazioni?

edificante. Noto sempre che ascoltano con grande interesse e partecipazione. Loro sono il futuro. Il mio auspicio è che possano raccogliere l’eredità della mia testimonianza, perché quella di Emanuela è la storia di noi tutti”.

https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-nera/chat-lex-nar-e-pista-inglese-pietro-orlandi-prove-rapimento-2335643.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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