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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » «Fuggito dalla guerra e abusato per anni da un sacerdote»

«Fuggito dalla guerra e abusato per anni da un sacerdote»

La storia di Robert, 50enne di Desenzano

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Giugno 2024
in Lombardia
Reading Time: 3 mins read
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«Ho deciso di raccontare la mia storia per smuovere le coscienze». Nello sguardo di Robert, nonostante sia trascorso del tempo, c’è tutta la sofferenza di quello che ha vissuto.

Cinquantenne libanese, residente da molti anni a Desenzano del Garda, lavora nel campo aeronautico. Oggi ha rimesso insieme la sua vita. C’è riuscito e non era scontato, dopo quello che avrebbe subito tra le mura di una congregazione religiosa di Verona. Quella di Robert El Asmar è la storia di un ragazzo (all’epoca aveva appena compiuto diciotto anni) e delle violenze che gli avrebbe causato un prete. A distanza di oltre vent’anni, il cittadino di Desenzano ha scelto di raccontare quanto accaduto. Lo ha fatto in un libro, «Beirut Verona, solo andata» edito da Rossini.

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«La storia è rimasta sepolta per anni — dice il cinquantenne — ma adesso ho deciso di renderla pubblica».
Robert ha avuto la sfortuna di passare da una tragedia ad un’altra. Fuggito dall’orrore della guerra in Libano, Paese dove ancora oggi vivono i suoi familiari, è riuscito ad arrivare Libano Robert fuggì dalla guerra grazie a una borsa di studio in Italia dopo «aver vinto una borsa di studio per studiare a Verona».

Testimone di indicibili orrori in Libano, il giovane è fuggito dal conflitto in Libano, dal caos di Beirut e dalle rappresaglie dei guerriglieri grazie a una borsa di studio per stranieri che lo ha portato in Veneto. Qui, il cinquantenne di Desenzano, ha trovato accoglienza in una comunità religiosa.

«I preti — racconta Robert — sono stati subito cordiali e accoglienti. In particolar modo il quarantenne padre Nicola (nome di fantasia, ndr), il padre superiore, che è diventato mio amico, mi ha affiancato negli studi, mi ha sostenuto e mi ha fatto visitare alcune città italiane come Mantova e Venezia».

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Ma da quel momento il rapporto tra i due è cambiato e purtroppo non in meglio.
Quando il parroco ha detto a Robert di «amarlo» è iniziato un vero e proprio incubo per il ragazzo che oggi vive lungo la sponda bresciana del Garda.
Sono iniziati gli abusi sessuali, ripetuti, sul diciottenne. Ma non solo, visto che il prete, con il silenzio e il benestare di altre persone, tra le quali una suora laica, ha deciso di drogare Robert. «Con una siringa, per diverso tempo, mi hanno iniettato un mix di droghe e psicofarmaci», ricorda il cinquantenne libanese.

Alle quali si sarebbero aggiunte anche delle minacce, come ricordato  dalla vittima degli abusi: «Sai bene che la tua permanenza in Italia dipende da me. Sai bene che contatti ho e dove posso arrivare. Squattrinato come sei, hai pensato che fine farai? Non farmi diventare cattivo, ti prego», sarebbero le parole pronunciate dal prete di origini piemontesi.

Dopo, aggiunge Robert, «si è alzato un muro di omertà». Compreso quello della suora laica, «che sosteneva che ci fosse un demone dentro me che mi aveva reso omosessuale e aveva portato alla perdizione padre Nicola».

Un racconto che potrebbe essere la trama di una miniserie su Netflix e che rappresenta la cruda realtà. Poi Robert, considerando le droghe e gli psicofarmaci ingeriti, ha avuto gravi problemi di salute. «Da quel momento è iniziata ad emergere la verità, ma don Nicola è rimasto impunito. Dopo essere stato trasferito in Suda merica, credo sia tornato. Ma non so che fine abbia fatto», spiega il cinquantenne.

«Una storia, quella che ho vissuto, che mi ha lasciato il segno. Una parte di me è morta — conclude — con quelle violenze e l’indifferenza che mi era stata creata intorno».

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Ma la sua vittoria è stata quella di non lasciarsi andare, di riprendersi la vita e andare avanti, nonostante le cicatrici che gli abusi hanno lasciato nella sua anima.

https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/24_giugno_20/robert-dal-libano-agli-abusi-sessuali-da-parte-di-un-prete-di-verona-mi-amava-e-inizio-a-drogarmi-stavo-morendo-a6edcb8d-0705-4c27-9460-51c18cb40xlk.shtml

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.