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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » associazione » ABUSI: LA CEI INCONTRA LE “SUE” VITTIME. E PER LORO CREA UN OSSERVATORIO

ABUSI: LA CEI INCONTRA LE “SUE” VITTIME. E PER LORO CREA UN OSSERVATORIO

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
15 Maggio 2023
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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41466 ROMA-ADISTA. Un incontro tra il presidente CEI card. Matteo Zuppi e il segretario generale mons. Giuseppe Baturi con «alcune vittime, familiari e sopravvissuti ad abusi compiuti da chierici e operatori pastorali in ambito ecclesiale avvenuti in tempi recenti e passati» è avvenuto il 10 marzo scorso presso la sede della Cei, a Roma.

L’incontro, a cui ha partecipato anche mons. Lorenzo Ghizzoni, responsabile del servizio tutela minori della Cei, si è svolto in un clima «sereno ma intenso», scrive in un comunicato il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado, aggiungendo che «è stato un momento molto importante e significativo in cui ciascuna vittima ha condiviso la propria storia di dolore esprimendo, al tempo stesso, il desiderio di assistere e accompagnare la Chiesa in Italia per far sì che questi episodi non si ripetano e per tutelare sempre meglio minori e adulti vulnerabili» e che «l’ascolto e l’accoglienza delle vittime costituiscono una linea d’azione importante della Chiesa», addirittura una «priorità» che è «già un primo atto di prevenzione», afferma citando le Linee guida della Cei, perché «solo l’ascolto vero del dolore delle persone che hanno sofferto questo crimine ci apre alla solidarietà e ci interpella a fare tutto il possibile perché l’abuso non si ripeta». L’incontro rappresenta – è sempre Corrado a raccontare – «la prima tappa verso la costituzione di un gruppo operativo, formato da vittime di abusi in ambienti ecclesiali e da loro familiari».

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Sarà una sorta di «osservatorio, composto da persone che hanno generosamente dato la loro disponibilità ad offrire, a titolo personale e nella massima libertà, un contributo propositivo per migliorare e rendere più efficaci le attività di formazione e prevenzione messe in atto dalle Chiese in Italia attraverso la rete territoriale dei Servizi tutela minori», direttamente dipendente dalla presidenza Cei.

Vittime di serie A e di serie B?
Tutto bene dunque?

A scavare un po’, si scoprono molte crepe. Intanto, nella scelta di non consultare le vittime della Rete L’Abuso, unica associazione in Italia ad avere elaborato, in quasi 15 anni di lavoro, un prezioso database dei casi di pedofilia e ad avere accompagnato numerose vittime nel percorso di giustizia. Zuppi, che ha incontrato due volte il suo presidente Francesco Zanardi, non appare più intenzionato a cercare il dialogo con la Rete L’Abuso, tanto da non averla nemmeno informata di questa iniziativa: ci sono vittime di serie A e di serie B? «La domanda è: che cosa farà in concreto per queste persone?», si chiede Zanardi (Ansa, 10/5), definendo l’iniziativa un’opera di «propaganda». «Noi li abbiamo denunciati, al governo, all’Unione Europea e all’Onu, in quanto garante per i diritti dell’infanzia».

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Anche lo Stato è sotto accusa: ci sono «tante problematiche che lo Stato italiano fa finta di non sapere: dalla difficoltà delle denunce, alle possibili modalità di insabbiamento, fino alla mancanza di una commissione nazionale indipendente per fa re luce sugli abusi».

Quale prevenzione senza verità sul passato?
E questa è l’altra grossa crepa nell’iniziativa CEI: quale prevenzione è possibile, quale ascolto autentico delle vittime è possibile in mancanza di una totale trasparenza sul passato, raggiungibile soltanto con una inchiesta indipendente? Una misura chiesta da tempo anche dal Coordinamento #ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, per il quale la prevenzione può passare soltanto dalla verità e dalla giustizia. Ma che la CEI non abbia la minima intenzione di dare mandato a una commissione indipendente di fare una ricerca seria sul passato, come negli altri Paesi europei, lo aveva già chiarito oltre ogni dubbio, oltre a Zuppi, lo scorso anno, quando presentò “la via italiana” alla lotta agli abusi, anche qualche mese fa Ghizzoni, quando a un convegno della Pontificia Università Lateranense disse testualmente, alludendo alla Francia e alla Commissione Ciase: «Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania», e che gli enti indipendenti di ricerca «hanno fatto danni», ribadendo che la CEI non costituirà «una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa» e ridicolizzando l’iter di verità e giustizia affermando che alla CEI «non interessa mettere alla berlina preti e vescovi» (v. Adista Notizie n. 41/22).

L’intervento di Ghizzoni arrivava a due giorni dalla presentazione del I Report della Cei, lacunosissimo, sugli abusi (v. Adista Notizie n. 40/22), nel quale i dati sui casi erano molto poveri, provenendo da appena 30 centri d’ascolto diocesani, attivi da meno di due anni (gli unici che avevano ricevuto segnalazioni) su un totale di 90 (su 226 diocesi, di cui alcune accorpate).

Addirittura un quarto delle diocesi totali (sessanta) si era sottratto all’indagine, in alcuni casi persino dove sono in corso processi penali contro preti accusati di pedocriminalità. Con tutto ciò, occorre rilevare che, nonostante il limitato arco temporale di esame, i numeri del Report CEI erano preoccupanti: pur in un periodo in cui la pandemia ha limitato i contatti (biennio 2020-2021), si parlava infatti di ben 89 presunte vittime e 68 presunti autori: un numero rilevante.

Il controreport pubblicato il primo febbraio dalla Rete L’abuso portava le cifre relativa a 13 anni di monitoraggio: 88 preti non noti segnalati dalle vittime che, per improcedibilità spesso legata alla prescrizione, non sono conosciuti alle autorità civili; 166 preti accusati, attualmente denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva in Italia, compresi coloro che si sono salvati grazie alla prescrizione; 164 condannati in via definitiva, per un totale di 418. Dati che sarebbero utili alla Cei: «Nei due incontri che ho avuto col cardinale ero disposto a consegnare i dati dei non procedibili. Ma non li hanno voluti», ha detto Zanardi (v. Adista n. 5/23).

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Le carenze della “via italiana”
Le vittime «ascoltate» da Zuppi, con ogni probabilità, sono tra quelle che si sono rivolte ai centri d’ascolto, e che dunque accettano, senza metterla in discussione, la “via italiana” del cardinale. Ben diverso l’approccio e la posizione di Zanardi. Durante la conferenza stampa di chiusura dell’assemblea Cei del 27/5/22, il presidente della Rete L’Abuso aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulla linea che la CEI aveva deciso di adottare per contrastare la pedofilia clericale, ottenendo da Zuppi la promessa di vedersi successivamente.

Durante gli incontri, avvenuti durante l’estate, che «in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti» (Il Post, 9/9), è emersa la distanza di vedute riguardo alle modalità dell’indagine, tanto per ciò che riguardava lo spazio temporale che la Cei intendeva mettere sotto la lente d’ingrandimento, giudicato troppo breve, quanto per il rifiuto dei vescovi di prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, quanto per l’indipendenza dell’istituzione (l’Università cattolica di Piacenza) incaricata di esaminare i dati raccolti. Senza parlare dell’inefficacia degli stessi centri d’ascolto, cui manca il requisito della terzietà indispensabile per garantire un ascolto obiettivo: «Il 70-80% delle persone che subiscono abusi – rilevava su Il Post (9/9) Zanardi – non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli sportelli diocesani, costituiti nel 2019»; «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro.

In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso». La chiave di lettura, insomma, deve essere quella del principio di “Interesse superiore del minore”, all’interno del quale la Rete l’Abuso agisce anche sul piano delle azioni verso lo Stato italiano e verso gli
organismi sovranazionali come Unione europea e Onu. (ludovica eugenio)

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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